giovedì 26 gennaio 2012

Senza risposte

Provate, se vi regge il cuore, a immaginarvi, in questi momenti difficili, nelle mani dei Bossi, dei Di Pietro, dei Bonanni, di uno qualsiasi, a scelta, degli inverosimili personaggi pirandelliani che si agitano sul palcoscenico politico italiano, testimoniandone, col loro esistere, la crisi.
Caporali, nella fondamentale diarchia del principe De Curtis, smaniosi di gratuito protagonismo, orbi di memoria, digiuni di economia, bestemmiatori di verità, riproduttori di irresponsabilità.
Sulla pelle degli italiani.
Che devono fronteggiare qualcosa di più, per quanto aspra, di una manovra di contenimento del debito.
L’equità non è la sola chiave di lettura della battaglia per la sopravvivenza nella quale il Governo ha impegnato la nazione, e nemmeno la prima.
L’aspetto più importante, sul quale preferiamo non soffermarci, come un cavallo che rifiuta l’ostacolo perché teme di non poterlo affrontare, è il suo significato, la verità intima che contiene.
Sta finendo un’epoca storica, il secolo delle conquiste sociali, la grande stagione dei diritti, lo sviluppo economico ininterrotto, il benessere di masse crescenti di persone, che continuano a considerarsi ceto medio anche se non lo sono più.
La ruota non gira, si è inceppata.
Scopriamo oggi che le cose che pensavamo indistruttibili sono, invece, fragili.
“Dovremo abituarci- scrive Edmondo Berselli nel suo ultimo saggio L’economia giusta- ad avere meno risorse, meno soldi in tasca, a essere più poveri”.
Se tutto andrà bene, se non conosceremo un default, se l’economia riprenderà questa è la condizione nuova alla quale dovremo comunque predisporre l’animo, per riparametrare gli obbiettivi sociali e apprestare un’azione riformatrice di lunga lena.
Chi chiede soluzioni immediate ai tanti mali del declino italiano è un pazzo o un disonesto, che vuole trarre profitto dalle difficoltà speculando sul dolore e lo smarrimento.
Per dirla col filosofo Heidegger “il terribile è già accaduto”.
I salari sono già bassi, l’occupazione è già caduta, le pensioni sono già più leggere e lontane, le imprese sono già in difficoltà, i servizi stanno già scadendo, la manutenzione delle strade, i posti negli asili, l’assistenza negli ospedali.
E poi la ricerca, e la coesione sociale, e la fiducia nel domani.
Solo la disonestà intellettuale e il cinismo politico più disgustoso possono indurre qualcuno ad addebitare a Monti la responsabilità di ciò che accade e potrebbe accadere in ragione di ciò che è accaduto in questi anni.
L’on. Calderoni li ha vissuti al governo e non si è nemmeno accorto di quello che, anche grazie alla Lega, si andava compromettendo.
Davvero, come scrive Cervantes nel suo Don Chisciotte, ognuno è come Dio l’ha fatto e qualche volta anche peggio.
Non abbiamo mai avuto così poco tempo per fare così tante cose.
E non si è mai richiesta a un governo di tecnici un’azione così intensamente politica.
Per sopperire a quel che partiti e sindacati non hanno fatto.
Nessuno che abbia pudore di sé può alzare la voce.
Irridere gli sforzi che si stanno compiendo, drammatizzarne le conseguenze, prospettare paradisi artificiali, chiedere l’impossibile è un comportamento irresponsabile che rischia di rendere inutili i sacrifici e di causarne di nuovi.
La sola cosa seria da fare è dedicarsi pazientemente, in comunione di intenti, alla ricostruzione dei fondamenti dello sviluppo che sono venuti meno.
Senza questo non ci sarà lavoro, né equità, né redistribuzione della ricchezza, né tutela delle conquiste sociali.
E i tavoli serviranno solo ad abbattere alberi.
La fiducia, in questi frangenti, è la medicina migliore.
Attingerla da un pozzo diventato sempre più profondo non è facile, ma proprio in questo consiste il merito.
Se si ha coscienza onesta dei propri limiti è possibile.
Quella che si richiede oggi non è una fiducia acritica nelle soluzioni convenzionali adottate negli ultimi vent’anni ma un atteggiamento confidente in una ricerca comune svincolata da vecchi e nuovi ideologismi.
Quelle di Mario Monti sono mani affidabili ma nemmeno il pensiero di cui è interprete possiede tutte le risposte.
Nella competitività e nella flessibilità non ci sono risposte dignitose per tutti gli esseri umani di un mondo sovraffollato.
Troppo sottile, e superabile, è il confine con la sopraffazione e la precarietà.
Nei chiaroscuri di questa “tarda modernità” bisognerà forse far ricorso a principi e valori frettolosamente accantonati, tornare a ragionare di cooperazione e di solidarietà, di giustizia sociale e di bene comune, ritrovare il gusto dell’analisi e l’ambizione del progetto. La storia, ironia della sorte, ricomincia là dove sembrava finita.


Guido Tampieri
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