venerdì 14 aprile 2017

Messa in coena Domini al Cattedrale di Imola

L'omelia del Vescovo Mons. Tommaso Ghirelli

​La Pasqua non è semplicemente una festa, è Dio che passa oggi, per colpire le potenze del male e salvare il suo popolo.



Il rito che celebra questo evento risolutivo è una cena sacrificale: il pane è segno del corpo di un uomo sacrificato, il calice è segno del sangue di una “nuova ed eterna alleanza” istituita da Dio stesso. Nella realtà come nel rito, Gesù è contemporaneamente vittima e sacerdote, offerta e offerente.

Il Triduo Pasquale, dalla sera del giovedì alla veglia tra il sabato e la domenica, considera la crocifissione, la sepoltura e la risurrezione del Signore come un’unica celebrazione “in tre atti”. Per riceverne il beneficio e coglierne la bellezza, merita parteciparvi interamente (senza per questo sentirsi degli eroi).


Fissarsi in modo unilaterale su uno solo di questi tre momenti o su un “episodio” particolarmente espressivo, come ad esempio la lavanda dei piedi, non è vantaggioso: rischia di ostacolare una partecipazione fruttuosa, generando delle tensioni di fronte ad aspettative piuttosto soggettive.

In questa Messa vespertina, che corrisponde all’ora dell’ultima cena di Gesù con i suoi, si ricorda non semplicemente l’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale, ma anche il passaggio dalla Pasqua ebraica a quella cristiana. Lo interpretiamo come una consegna da parte di Gesù ai suoi discepoli e fratelli, di tutti i tempi e di ogni luogo: egli infatti si è consegnato per i peccati di tutti e ci ha consegnato, con il precetto, il sacramento dell’amore: l’Eucaristia.


Vi è un legame strettissimo tra Passione del Signore, carità fraterna, servizio e celebrazione eucaristica: altro che “Messa di precetto”! Non è possibile ridurre la Messa dei giorni festivi ad un precetto in senso legale; semmai, si tratta di un obbligo di amore da contraccambiare. 

Con la lavanda dei piedi, Gesù ha poi sottolineato il servizio per far sì che ogni volta, riunendoci per la Messa, associamo amore e rito, preghiera e atti concreti di carità. Evitiamo perciò, cari fedeli, di ridurre la lavanda dei piedi ad una rappresentazione: sia invece una vera assunzione di responsabilità, che si traduca in un atto di servizio ai bisognosi nel corpo o nella mente, deciso insieme e ben organizzato dalla Parrocchia.

Nella preghiera iniziale di questa Messa, la santa cena è definita “convito nuziale dell’amore” di Gesù per la sua Chiesa. Contagiati da questo amore, non possiamo più restare sulla difensiva, mantenendo una certa diffidenza nei confronti di potenziali limitazioni della nostra autonomia o semplicemente della cosiddetta “privacy”. Mettiamoci dunque maggiormente a disposizione, da oggi, della nostra parrocchia, della diocesi, della Chiesa in tutte le sue espressioni e attività.

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