sabato 6 maggio 2017

Brevi cenni sull'universo

Di Guido Tampieri

Per me che sono nullità
nell'immensità
Don Backy


Anche dopo che il CERN con gli studi sul bosone ha confermato la finitezza e la precarietà dell'universo l'umanità continua a interrogarmi sull'esistenza di un Grande Orologiaio che ha creato tutto ciò che vediamo e di cui siamo parte.

Facendo ricorso alla fede, che per San Paolo é certezza di cose che si sperano e dimostrazione di cose che non si vedono, si può pure credere che un Dio Padre possa aver inviato sulla terra il Figlio per salvarci.

Quel che riesce difficile, conoscendo un poco la natura umana e la storia, l'incapacità di rispettare e amare i nostri simili e il creato, l'inconciliabilità dei pensieri diversi, le guerre laiche e quelle di religione, perfino all'interno del medesimo credo, é accogliere l'idea che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio.

Non si capisce cosa ci sia di buono da preservare per l'eternità in questa strana razza che, nei racconti rabbinici, al solo apparire sulla terra, terrorizzò tutte le altre creature .

Vengono alla mente alcune fulgide eccezioni, esemplari di una biodiversità meritevole di un sempiterno presidio divino.

Ma poi, per stare solo all'attualità politica, pensi a Marine Le Pen che attacca il Papa professandosi " estremamente cattolica", un concetto privo di senso ma terribilmente somigliante al "cattolicissimo" Franco, lo sterminatore di Guernica.

E a Melanchon, il nuovo che arretra, che rispolvera i nefasti di una sinistra autoreferenziale incapace di interpretare le congiunture della storia.

Una sinistra che si divise all' avvento dei fascismi, che bolló di tradimento la socialdemocrazia, che ha considerato Prodi uguale a Berlusconi, che ha sottratto la vittoria ad Al Gore per consegnarla a Bush.

Il leader francese, bontà sua, ha lasciato ai suoi elettori libertà di coscienza al ballottaggio.

Fassina a Roma ha fatto la stessa cosa.

Accadrà ancora.


Demagoghi di ogni colore saltano a pié pari la fatica di comporre i problematici equilibri del XXI secolo.

Preferiscono addebitare ad altri la responsabilità di non trovarli.

Contrapposti in tutto eppure uniti contro il comune nemico riformista.

Asservito, per misteriose ragioni, ai poteri forti, compromissorio per definizione, insensibile alle sofferenze sociali.

Che, invece, trovano conforto nelle generose astrazioni dei populismi di destra e di sinistra.

Liberi da vincoli di bilancio, da costrizioni competitive, da impegni internazionali.

E dall'onere della prova: non siamo xenofobi ma i profughi devono restare ( a morire) a casa loro; la povertà va eliminata ma senza gravare i contribuenti; vogliamo redistribuire il reddito ma senza intaccare profitti e capitale.....

Botte piena e moglie ubriaca.

Niente di nuovo sotto il sole.

Nessuno può essere contento di come va il mondo.

In questa società low-cost che livella in basso i diritti e macina i ceti sociali.

Reagire, cercare di andare oltre lo stato di cose presenti é giusto, il problema é come farlo, per cosa.

L'idea di una " distruzione creatrice " assume un valore positivo solo se approda a sponde democratiche sicure, se alla eliminazione dei vecchi miti corrisponde la creazione di idee e pratiche nuove.

Quando non accade sono guai.

Cos'altro é stato questo quarto di secolo se non la distruzione ideologica di ogni forma di vita culturale diversa dal liberismo, che non ha tuttavia prodotto condizioni di vita migliori?

Che cosa è, di contro, questo populismo nazionalista se non il folle tentativo di tornare a un passato mitizzato e irriproducibile attraverso formule che cancellerebbero anche quel che di buono é stato fatto?

Un esercizio velleitario che non ci restituirà nè benessere nè sovranità e ci esporrà inermi ai venti tempestosi che scuotono il mondo.

Il turbamento é grande, ma questa non é la via.

Il significato cruciale della globalizzazione, scriveva Giorgio Ruffolo, a dimostrazione che si può essere di sinistra e intelligenti ma solo in età senile, é la controffensiva contro lo stato sociale a metà degli anni settanta.

Il capitalismo "avanzato" decise di sottrarsi alla pressione del lavoro organizzato e dello Stato esercitata nel quadro del compromesso social democratico che aveva conciliato la ricerca del profitto con la democrazia.

La caduta dei muri e l'incremento demografico hanno generato un unico, gigantesco mercato planetario del lavoro a disposizione di imprese che la tecnologia ha sciolto dai vincoli territoriali.

Ad alimentare questo rivolgimento non è stata solo una spregiudicata offensiva capitalista determinata a sfruttare la nuova condizione ma anche un insieme di aspirazioni positive, di inclusione, di emancipazione, di giustizia redistributiva che il mondo " liberato" dei sommersi esprimeva.

Una "moderna" cultura del lavoro ha fatto il resto accreditando l'idea della temporaneità degli impieghi come scelta di vita.

Oggi é facile dimenticarsene ma la globalizzazione ha prodotto, per un certo tratto di strada, attrattiva e consenso.

Solo il tempo ne ha svelato le contraddizioni che oggi tutti vedono, l'illusione di una ricaduta universale del benessere, l'inganno di una società più libera, l'abominio di un'economia senza le persone.

Le distanze sociali sono oggi molto più grandi che nell'età della speranza post bellica, quando pure la ricchezza prodotta era di molto inferiore alla nostra.

È una condizione incompatibile con un'idea di società non dico giusta ma almeno decente.

Il fatto è che la globalizzazione ha determinato uno spostamento delle decisioni strategiche dall'area democratica a quella capitalistica.

La politica non controlla le imprese mentre i governi sono giudicati dal mercato.

Lo Stato é in gran parte spogliato della sua politica economica.

Questo é il vero spossessamento.

Incomparabilmente più importante della cessione di pezzi di potere decisionale all'UE.

Che abbiamo ingigantito e colpevolizzato fino ad oscurare la causa prima dei nostri problemi.

Quando rappresenta invece il solo modo per provare a contenere gli effetti della sovversiva rivoluzione dei poteri che ci devasta.

Stiamo andando alla guerra sbagliata.

La frattura non è fra Stati ma generazionale e sociale.

Nasce dallo squilibrio dei rapporti fra l'economia finanziarizzata e la politica.

Non la ricomporremo finché i lupi saranno liberi di divorare gli agnelli


Guido Tampieri

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