martedì 9 maggio 2017

Il ddl Gambaro, ovvero la censura applicata al web

Riceviamo ad Roberto Drei e pubblichiamo

Del disegno di legge dal significativo titolo “Pubblicazione e diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico, attraverso piattaforme informatiche “, presentato il 15 febbraio 2017 al Senato dalla senatrice Adele Gambaro, si è parlato poco, stante l’importanza e la pericolosità del provvedimento in oggetto.



Partiamo con il dire chi è la senatrice Adele Gambaro.
Adele Gambaro, è una senatrice eletta nelle liste del M5S, poi espulsa ed oggi appartenente alla lista ALA-SCCLP (Scelta civica per la costituente) il gruppo del quale fa parte il più noto senatore Denis Verdini; la Gambaro è uno dei 131 senatori che dal 2013 ad oggi, hanno cambiato casacca rispetto alla lista in cui erano stati eletti.
Il che non è certo un buon biglietto da visita.

Il provvedimento in questione viene contrabbandato come tentativo di combattere le fake news che vengono pubblicate sul web dai vari blog e blogger che vi accedono; in realtà è un modo per introdurre la censura nel web, da parte di chi ha interesse a che l’informazione sia di tipo unico e riconducibile ai soli mezzi ufficiali (stampa e Tv), riconosciuti come tali dal grande pubblico, ma tutt’altro che obiettivi o, se preferite, indipendenti.

Tanto è vero che all’articolo 1 del ddl in oggetto, si precisa che : “le disposizioni del medesimo articolo - il quale prevede l’introduzione di un nuovo reato nel codice penale, ovvero il 656-bis- non si applica ai soggetti ed ai prodotti di cui alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, e di cui all’art. 1,comma 3-bis, della legge 7 marzo 2001, n. 62.”
In altre parole alle leggi che tutelano la stampa e l’editoria.

Ma le diciture pericolose presenti nell’articolato del ddl. e che vi invito a consultare, sono ben altre.

All’art. 2 ci si riferisce, nelle attività da censurare, a: “…chiunque svolga comunque un’attività tale da recare nocumento agli interessi pubblici o da fuorviare settori dell’opinione pubblica…” o, ancora, sempre all’articolo 2, a: “…chiunque si rende responsabile, anche con l’utilizzo di piattaforme informatiche destinate alla diffusione on line, di campagne d’odio contro individui o di campagne volte a minare il processo democratico, anche a fini politici,…”.

E chi è che definisce se viene turbato “il processo democratico”, o se viene arrecato “nocumento agli interessi pubblici; ovvero “qui custodiet ispsos custodes”, come dicevano i latini?

Ma stiamo scherzando? Siamo alla applicazione del “Sillabo” nelle piattaforme informatiche e sul web?

Qualcuno ha detto criticando il testo del ddl che questo potrebbe essere il primo passo verso l’istituzione del “Ministero della Verità” e forse non ha tutti i torti.

Roberto Drei

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