venerdì 9 giugno 2017

"Gli occhi di Baracca": Lugo nelle foto di Paolo Guerra dal '46 al '59

Il mondo del lavoro nel primo dopoguerra 

Casadio
Dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948, che videro la netta affermazione della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fronte popolare (PCI e PSI), e dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio da parte di un giovane squilibrato, ci fu un periodo di scissioni sindacali che si protrasse per circa due anni. 

Si delinearono così le tre componenti che sono rimaste invariate fino ad oggi: la CGIL di matrice social-comunista, quella socialdemocratica e repubblicana che diede vita alla UIL nel 1950 e quella democristiana, la CISL, nata il 1° maggio 1950.




Comizio della CGIL. Dietro all’oratore Severino Berardi campeggia l’immagine di Giuseppe Di Vittorio e sul palco, assieme al sindaco Giardini a destra, c’è una donna combattente da sempre per la giustizia e per la causa dei lavoratori, Ida Cavallini.




L’Italia era scossa da drammatiche vicende legate allo scoppio della Guerra Fredda e alle profonde divisioni ideologiche fra i partiti che avevano combattuto e vinto la guerra di liberazione.

Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla famigerata "Celere" potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi. La città simbolo di questi "eccidi proletari" fu Modena dove il 9 gennaio 1950 morirono sei operai; ma la maggior parte delle vittime si ebbe in piccoli paesi del Sud (tra gli altri Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, Celano); le regioni più colpite furono la Sicilia e la Puglia.

Il PCI affisse manifesti sulle colonne del Pavaglione (come facevano allora anche altri partiti) per ricordare quelle vicende.




Anche i cattolici si mobilitarono e il sostegno alla Democrazia Cristiana fu decisivo per le vittorie elettorali del partito di De Gasperi.


La CGIL provò a uscire dall’isolamento attraverso una proposta politica forte, lanciata al II Congresso di Genova (1949) e nota con il nome di “Piano del Lavoro”. Il Piano, che prevedeva la nazionalizzazione dell’energia elettrica e un programma esteso di lavori pubblici in edilizia e agricoltura, doveva sollecitare le classi dirigenti sul tema delle cosiddette “riforme di struttura”. 





La piazza del luna park serviva anche ad ascoltare i comizi. I volti tesi e preoccupati di operai e contadini, attenti alle parole d’ordine, ben descrivono la durezza della vita quotidiana. 


C’era lavoro per tutti, a cominciare dai bambini, molti dei quali purtroppo andavano a scuola solo per alcuni anni, per imparare a leggere e scrivere.

“E gargì”, il garzone di bottega, che imparava ad alzarsi presto, a faticare e a guadagnare poco. Le magre entrate servivano per le caramelle, un gelato, magari un cinema o forse qualche sigaretta, acquistata in tabaccheria una alla volta di nascosto ai genitori.



Il ragazzo della barberia Baroni, vicino all’albergo San Marco, doveva spazzare i capelli sparsi per terra e tenere puliti i rasoi e le forbici.


Se avesse imparato bene quell’umile lavoro, carpendo i segreti del taglio, avrebbe potuto aprire un salone tutto suo, come poi fecero alcuni negli anni Sessanta.

Giacomo Casadio

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