mercoledì 7 giugno 2017

L'obbedienza non è più una virtù

Don Lorenzo Milani a cinquant’anni dalla scomparsa


Quando il telefono ha squillato per la prima volta era il 27/06/1967, il giorno dopo la morte del Priore di quella Pieve, don Lorenzo Milani.

Sono trascorsi 50 anni e non è un caso che la Mondadori abbia dedicato un “Meridiano”, la raccolta completa degli scritti di don Lorenzo e della scuola di Barbiana.

Anche Papa Bergoglio si recherà in visita privata presso quel cucuzzolo dell’Alto Mugello, archiviando definitivamente l’indifferenza, il sospetto, l’ostracismo verso il “prete rosso” e riconoscendo l’eccellenza della testimonianza civile, spirituale ed ecclesiale. 


 Barbiana era solo una piccola parrocchia di montagna senza telefono e senza luce. Ma fu da quell’angolo remoto che cominciò una delle più grandi rivoluzioni del sistema educativo-scolastico italiano.

Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti nasce in una famiglia agiata nel 1923, da Albano e Alice Weiss, entrambi agnostici e anticlericali. 

Nel 1930 a causa della crisi economica, la famiglia si trasferisce a Milano. Durante l’ascesa del nazismo in Germania la famiglia Milani viene isolata dalla società per le proprie idee, evento che porterà i genitori a sposarsi con rito religioso e a battezzare i figli. Lorenzo coltiva la passione per la pittura, studiando all’Accademia di Brera. 

In uno stato di ricerca spirituale da vario tempo, nel 1943 si converte e nello stesso anno entra in seminario. 

Comincia così un periodo duro e stimolante. Viene ordinato sacerdote nel Duomo di Firenze nel 1947 e inviato come collaboratore a San Donato di Calenzano, distretto industriale di Firenze, dove costruisce una scuola popolare per operai e cittadini di ogni ceto sociale. É di questo periodo Esperienze Pastorali, che produrrà una forte eco per i suoi contenuti.

Nel dicembre del 1954 viene “allontanato” a Barbiana, minuscola e sperduta frazione di montagna nel comune di Vicchio del Mugello, seguito soltanto da due donne, mamma e figlia, già con il defunto parroco di Calenzano, che rimangono con lui volontariamente con legami di solidarietà e affetto. 

Non possiamo definirle “perpetue” perchè don Milani ebbe a dire: “ io non ho serve e l’Eda non ha padroni”. In questo borgo con un nucleo di poche case intorno alla chiesa e molti casolari sparsi sulle pendici del Monte Giovi, inizia la sua scuola a tempo pieno, espressamente rivolta alle classi popolari, sperimentando il metodo della scrittura collettiva.

La scuola di Barbiana, alloggiata in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa, diviene un vero e proprio collettivo dove si lavora tutti insieme 365 giorni all’anno. È del 1967 il libro Lettere a una professoressa in cui Don Milani lancia la sua invettiva contro il sistema scolastico, denunciandone il metodo didattico ingiusto perchè a solo beneficio dell’istruzione delle classi più ricche, lasciando la piaga dell’analfabetismo in gran parte del Paese.

Don Milani adotta il motto americano “I Care” letteralmente Mi Interessa, in dichiarata contrapposizione al “Me ne frego” fascista. Questa frase è scritta in grande su un cartello all’ingresso della piccola aula, e ogni anno la rileggiamo con rinnovato stupore... perché da oltre quattro decenni con un gruppo di amici insegnanti, artigiani, impiegati di Lugo e altrove, saliamo a Barbiana, passando per Marradi quindi dal Passo della Colla.

I Care riassume le finalità educative di una scuola orientata alla presa di coscienza civile e sociale. La sua concezione pedagogica è in contrapposizione al modello prevalente del docente distaccato e autoritario.

Tra i suoi scritti L’obbedienza non è più una virtù è un testo composto da due parti:

1) Lettera a quei cappellani militari che firmarono la denuncia contro di lui per apologia di reato “Io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

2) Lettera ai giudici per la propria autodifesa, non potendosi presentarsi in tribunale a causa della malattia incalzante, oggi da considerarsi uno dei più alti messaggi della storia della Repubblica Italiana e di educazione politica dei cittadini. “... Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo nè davanti agli uomini e nè davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto. A questo patto l’umanità potrà dire di avere avuto, in questo secolo, un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico”.

Muore nel 1967 a causa di un linfogranuloma; negli ultimi mesi della malattia resta vicino ai suoi ragazzi perchè “imparino che cosa è la morte”. Viene tumulato nel piccolo cimitero poco sotto la sua chiesa e scuola di Barbiana, seppellito in abito talare e, per sua espressa richiesta, con gli scarponi da montagna ai piedi.

Gianni Penazzi, Saturno Foschini

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