venerdì 28 luglio 2017

Da dove nasce il male?

Costruire ponti, piuttosto che erigere muri”?

Il recente caso di una coppia di persone aggredite in un paesino della Bassa Romagna, pone a tutti noi alcune domande.

Innanzi tutto l’affetto e la vicinanza alla famiglia assalita al rientro a casa dopo una serata trascorsa alla parrocchia del paese: fortunatamente - a parte alcuni danni fisici - la vicenda si è chiusa in poche ore con l’arresto dell’aggressore (un marocchino di circa 30 anni, a quanto riferiscono i media) e il recupero quasi totale della refurtiva.

La seconda questione arriva al cuore dell’Europa: avere l’obbiettivo di essere una nazione unica dovrebbe portare, dopo la moneta e le istituzioni comuni, anche alla capacità di guidare un percorso in cui i problemi di uno (i migranti che sbarcano in Italia) siano affrontati come un’emergenza comune.

Ma la domanda di fondo, secondo me, può essere solo questa: dove sono le radici del male? Nella società? Nell’etnia diversa dalla nostra? Oppure nel cuore dell’uomo?

Se pensiamo ad eventi recenti, di quelli di cui i nostri padri e i nostri nonni hanno ancora memoria, ad esempio la Seconda guerra mondiale, tanti fatti ci testimoniano violenze indescrivibili.

Alla fine del conflitto saranno circa settanta i milioni di morti. Durante le ostilità si verificarono avvenimenti che oggi ci danno un grande senso di repulsione.

Sei milioni di ebrei furono sterminati secondo logiche da “catena di montaggio” dell’orrore; nel fronte orientale, tra russi e tedeschi spesso non si facevano prigionieri, ma i carri armati passavano letteralmente sopra i soldati nemici, compresi quelli che si stavano arrendendo.

Nel Pacifico, con i giapponesi alla carestia, i soldati nipponici sceglievano i combattenti avversari reclusi nei campi di prigionia e li usavano per sfamarsi, in una specie di cannibalismo di guerra.

Di fronte a questi orrori di massa, cosa possiamo dire: che le colpe erano degli altri? Del momento o del caso? Ciò che avrebbe impedito queste tragedie poteva essere la purezza della razza?

Oppure possiamo pensare che in una società si possano e si debbano promuovere comportamenti virtuosi che siano in grado di lasciare il segno nel cuore dell’uomo e dare il senso ad una vita in cui l’altro non sia più un pericolo, ma un’opportunità di vivere, io e lui, una vita più piena e degna di essere vissuta?

Strumenti di solidarietà tra le persone, attenzione ai più bisognosi, rispetto della vita umana, passione per la dignità di ogni essere umano: cosa può significare, se non un percorso del genere, la frase tanto amata da Papa Francesco: “Costruire ponti, piuttosto che erigere muri”?

Tiziano Conti

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