mercoledì 20 settembre 2017

Il silenzio degli indecenti

Di Guido Tampieri

È impossibile rendere tutta la vita facile e piacevole, e perciò gli esseri umani devono essere capaci di adattarsi anche alle cose sgradevoli; ma dobbiamo adoperarci perché ciò si verifichi senza incoraggiare la crudeltà.

Bertrand Russel


“Bon Dieu bon” é l'esclamazione, insieme fatalistica e confidente, che si può ascoltare per le strade di Haiti devastate dall'uragano.

“God help us” è l'implorazione angosciosa che i dannati della terra hanno affidato al muro di un fetido lager libico.

E davvero non sai se siano più terribili le devastazioni provocate da una natura violentata o le sofferenze inferte ai loro simili dalla crudeltà degli uomini.

Meglio non conoscere la risposta.

Che tuttavia dobbiamo cercare.

Per capire cosa si può fare.

Per sentirci umani.

“Quando un uomo buono é ferito -scrive Euripide 500 anni prima di Cristo- tutti quelli che possono essere chiamati buoni devono soffrire con lui”.

Parliamoci chiaro, dietro il calo degli sbarchi dei profughi c'è solo orrore.

In Libia come in Turchia.

Sotto l'aspetto umanitario non abbiamo risolto niente.

Si soffre e si muore altrove, tutto qui.

Occhio non vede cuore non duole.

Ma noi vediamo, e anche senza toccare sappiamo.


La denuncia di Medici senza frontiere sui crimini nei centri di benessere libici pagati coi nostri soldi accusa gli aguzzini ma riguarda anche noi.

Quello che colpisce di fronte a uno dei più grandi drammi umanitari della storia non è tanto l'incapacità di un continente al tramonto di comprendere la portata del fenomeno migratorio e le vitali connessioni col proprio incerto futuro ma la sua avarizia emozionale, il lento spegnersi della luce che, seppure a intermittenza, ha rischiarato l'oscurità dei secoli passati.

La terra delle due verità, come veniva chiamata un tempo l'Europa, rischia di diventare una landa deserta dove non c'è n’é più alcuna.

Gli uomini, le donne e i bambini che affrontano ogni pericolo per arrivare qui sono buone persone ferite.

Che fuggano dalla guerra o dalla fame é solo un dettaglio burocratico.

Com-patire la loro sorte, soffrire con loro é la sola cosa giusta.

Devi provare a salvare chi si può salvare, ad aiutare chi si può aiutare : qui, là, in mezzo al mare, dove si può.

“Non distogliere lo sguardo” sta scritto nel Libro che i carogneschi paladini dell'identità cristiana non devono aver letto bene.

Sostiene Orwell che le parole, nei momenti pericolosi della storia sono sempre usate all'incontrario.

É così che la tragedia diventa quella del l'Occidente invaso, che le vite minacciate sono le nostre.

Mentre il dramma di chi lascia la propria terra si riduce a essere solo la causa dei nostri affanni.

Artificiosamente ingigantiti.

Per sordido calcolo politico.

“Vi abbiamo schiacciati con il nostro nazionalismo, voi costretti sempre a difendere i diritti degli altri avete lasciato per noi i nostri”, ha dichiarato Steve Bannon, ideologo fintamente ripudiato di Trump.

È questa la trappola messa dai populisti sul sentiero che può portare alla soluzione dei problemi: noi e loro, in mezzo un muro di incomprensione, più duro del cemento, più ripugnante del filo spinato.

“Vengono in taxi attraverso il mare, hanno i tablet, vanno in piscina, ridono”, perfino.

Mentre qui si tira la carretta.

Non è a rischio la democrazia, come sostiene Minniti buttandola, da vecchio comunista, sul tragico, anche per far rifulgere il proprio operato.

Ma certo la sinistra deve trovare risposte più efficaci di quelle generosamente inadeguate che abbiamo dato finora.

In tempi brevi, perché la malattia si sta diffondendo.

Siamo solo all'inizio di una storia che richiede prudenza e coraggio nella giusta misura.

Il realismo non è di per sè un cedimento al nemico.

Ove si nutra di buoni principi, ove ricerchi la sintesi più alta possibile fra sostenibilità e accoglienza e non si adagi sullo scalino più basso del senso comune.

Dove trionfa l’egoismo e muore la solidarietà.

Nessun Governo può posporre ad altri l'interesse dei propri cittadini ma dobbiamo sapere che non c'è coesione della comunità senza il lievito di valori etici.

Non c'è contraddizione concettuale tra la politica del Governo italiano e la linea umanitaria.

Il punto di incontro si può trovare.

Se si lavora per raggiungerlo.

In questo momento quell'equilibrio ancora non c'è.

Nella decisione di bloccare i profughi in Libia senza imporre il rispetto dei diritti umani ce la politica ma manca la compassione.

Che non può essere demandata alle ONG cui chiediamo di assistere gli sventurati senza autorità e senza garanzie.

L’asimmetria, insieme strategica e operativa, che si è prodotta, per cui innanzitutto si blocca l'esodo sull'altra sponda, poi si vedrà cosa si può fare per chi è intrappolato in quella terra di nessuno, va corretta senza indugio.

Quel che appare come l'inizio di una soluzione per noi é la fine della speranza per i profughi.

Su questo punto c'è un silenzio indecente.

Una domanda che nessuno si pone, per paura della risposta.

Che fine farà questa gente?

Perché il problema non è solo come vengono trattate adesso le migliaia di persone trattenute in Libia ma cosa sarà di loro fra qualche tempo.

Non lo chiedo ai bastardi cui non interessa niente della loro sorte, ai quali preme solo interrompere “la transumanza” come la chiama ignobilmente l’on. Gasparri.

Lo chiedo all'Europa che chiude le porte, lo chiedo a Minniti, che fa quel che può ma non tutto quello che si può, lo chiedo a me stesso che sto qui a farmi delle masturbazioni cerebrali su quel che non ha giustizia né mai ce l'avrà.

Che fine faranno questi scarti dell'umanità?

Se non li può accogliere e integrare tutti l'Italia, come ha detto il Papa che, a dispetto dei commenti, non ha affatto cambiato sentimento, se non ce la fa, anche se lo potrebbe fare, l'Europa tutta, si può credere che ci riesca la Libia?

A tenerseli e integrarli.

A riportarli sani e salvi in aereo ai loro Paesi.

Dove saranno accolti a braccia aperte in comunità pacificate e prospere grazie ai nostri aiuti.

Che non stiamo dando e che non daremo.

I distinguo sono già iniziati.

Quando sono qua ci chiediamo perché dovremmo spendere dei soldi per loro e quando sono là cominciamo a pensare che non è poi il caso di scaldarsi tanto.

Castello ululì, lupo ululà, é tutta da ridere.

La soluzione per farli sparire ancora non c'è ma vedrete che qualcuno, prima o poi, la tirerà fuori.

Dicono che in Italia non c'è mai stato razzismo.

Neanche io ero mai stato vecchio.


Guido Tampieri 





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