martedì 24 ottobre 2017

Il fenomeno dell'immigrazione non è un'emergenza

Il pluralismo religioso è una sfida e un'opportunità anche per le chiese cristiane


Di fronte alla questione, sempre più rilevante nell' epoca della globalizzazione, della convivenza tra culture ed identità differenti, il Circolo A.C.L.I. - Lugo ha organizzato, l'incontro pubblico con il Prof. Brunetto Salvarani sul tema: Dalla religione degli italiani all'Italia delle religioni: un dialogo impossibile?”.

Il relatore, Docente di Teologia della Missione e del Dialogo presso la Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna, è considerato il Teologo per antonomasia del Dialogo, e testimone della teologia della narrazione, che recupera il dialogo come stile e come racconto di vita. 


Per Salvarani occorre riattivare le pratiche di dialogo tra le religioni e le culture diverse contro “l'aumento dei fondamentalismi vicendevoli. Abbiamo vissuto in questi anni una stagione in cui le rivendicazioni delle identità sono diventate chiusure identitarie e giustificazione ai rancori di ogni matrice”.

Purtroppo sono state avanzate, nelle pratiche sia politiche che sociali, proposte che non hanno affrontato con soluzioni adeguate il tema chiave dell'immigrazione. Si è preferito proporre modelli diversamente in crisi: il modello interculturale di marca anglosassone, il modello nazionalista assimilazionista di tipo francese, e il non-modello italiano, quello che non decide e continua a vedere l'emergenza sempre e comunque. E' mancato un reale approccio culturale e uno sguardo più lungimirante.

Il pluralismo religioso è una sfida e un'opportunità anche per le chiese cristiane, rispetto al quale sia le teologia che la pastorale sono chiamate a operare un deciso salto di qualità.

Il movimento ecumenico, il recupero del rapporto e delle amicizie ebraico-cristiane, le esperienze di dialogo interreligioso, le sperimentazioni forti di convivenza tra religioni diverse sono frutto dell'eredità conciliare e rappresentano passi importanti in un percorso che non nasconde i problemi ancora presenti, ma neppure i doni, che il Signore offre a ciascuno nelle differenze invitando a condividerli e metterli in comune. 

Ci sono ovunque piccoli semi di speranza che sollecitano la dimensione della laicità come ethos del pluralismo e invitano ad intraprendere la ricerca del dialogo come processo di umanizzazione dell'umano.

Occorre puntare in alto partendo dalla convivenza sociale e valutando con rigore e fermezza le resistenze e i limiti oggettivi della politica in genere, e di tutte le forze politiche attuali, condizionate più dall'esito elettorale che da un'immagine della politica al servizio delle persone e come forma più alta della carità. 

Soprattutto l'ultimo ventennio ha legittimato una visione della politica come “tutela a ogni costo e con ogni mezzo di interessi personalissimi, slegata da una dimensione etica e da ogni senso del bene comune”.

La soluzione a tali sfide non può venire da una ripresa del multiculturalismo identitario; ognuno di noi ( autoctoni o immigrati) è chiamato a farsi pellegrino in viaggio verso un nuovo spazio comune dove ciascuno possa sentirsi a casa e non straniero estraneo.

E' importante rimuovere, con saggezza, le paure e le precomprensioni che troppo spesso anticipano le reali esperienze riducendo l'umanità degli attori senza dare conto della vera complessità della loro storia e dei loro comportamenti, confermando opinioni consolidate ma parziali.

E' necessario che nell'assenza di una politica del pluralismo religioso gli attori politici, sociali, le stesse comunità civili e di fede interagiscono pensando a un progetto credibile e recuperando il valore democratico della ricerca di un modello condiviso, in grado di andare oltre l'emergenza per una possibile integrazione e coesistenza nella diversità delle identità.

Al dialogo non esiste alternativa; la stessa globalizzazione attuale, contrariamente a quanto si pensa, invece che a un indebolimento delle identità ( reali o immaginarie) sta portando a un loro irrigidimento, enfatizzando differenze e timori, e rimuovendo le potenzialità positive pur presenti nell'inedito incontro di uomini e culture.

Occorre un forte impegno culturale e formativo, sul piano educativo, promuovendo e sviluppando, soprattutto, nelle scuole e negli ambiti della formazione diffusa una cultura dell'accoglienza e dell'ospitalità, in alternativa ai luoghi comuni e pregiudizi radicati.

Decisivo diventa contribuire a elaborare la civiltà del con-vivere dove lo straniero rappresenta una domanda radicale che interroga le nostre istituzioni ma anche tutti noi.

Di fronte a una società globale sempre più complessa, intrecciata, plurale e meticcia non si può tornare indietro cercando impossibili, immaginari, mitici ripari. 

Occorre accettare il rischio dei cambiamenti ma anche le enormi possibilità del dialogo, un dialogo non retorico ridotto a pura tolleranza, superficiale e indifferente.

Per questo il relatore, Salvarani, ci ha invitato, a conclusione della sua riflessione, a un pensiero capace di non chiudersi ma di aprirsi al volto dell'altro, di acquisire il dialogo come stile, rimandandoci a un decalogo, nato dalle sue riflessioni ed esperienze.

Perché il dialogo si fa tra persone non tra religioni; si fa a partire dalle cose concrete, dalle nostre identità, dalle cose che abbiamo in comune, senza nascondere le cose che ci rendono diversi. 

Si fa, in primo luogo, a partire da qualcuno che racconta ma anche da qualcuno che ascolta. 

Non è fatto di sole parole perché c'è sempre un enorme spazio fatto di gesti, simboli, atteggiamenti dove questi spesso parlano più delle parole. 

Il dialogo è un fenomeno 'glocale' che richiede di non perdere la nostra identità fondamentale ma anche di non farci dimenticare di sentirci cittadini del mondo. 

II dialogo è qualcosa che, mentre lo facciamo, ci arricchisce a vicenda e ci lascia migliori di come eravamo prima. 



Giuseppe Camanzi

Circolo ACLI Lugo

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