giovedì 2 novembre 2017

Io,io, io…e gli altri

Di Guido Tampieri

Gli uomini hanno lo stesso fine collettivamente e individualmente, e la stessa meta appartiene di necessità all’uomo migliore e alla Costituzione migliore.

Aristotele


Nella tavola dei doveri cui mi ha educato mia madre ( i diritti venivano alla pagina dopo) quello di partecipare a referendum malandrini non c’era.

Al mio amico Giannella che mi chiedeva come avrei votato in quello lombardo veneto ho suggerito di restare a casa.

Per non accreditare una sceneggiata dall’esito scontato e dalle conseguenze pericolosamente ambigue.

Né necessaria né utile per affrontare un tema che riguarda tutto il Paese e viene sballottato di qua e di là, senza una visione d’assieme, da un quarto di secolo.

Assoggettato a umori e disegni avventurosi, di volta in volta secessionisti, federalisti, autonomisti o solamente confusi.

Affidato a due riforme costituzionali approssimative.

La terza, quella di Renzi, aggirava l’ostacolo.

L’autonomia di un territorio, il delicato incastro fra i poteri dello Stato, sono questioni troppo importanti per giocarci sopra una spregiudicata partita politica.

Usando i cittadini come grimaldello per aprire porte proibite.

Il risultato del referendum veneto pare fatto su misura per mettere in dubbio l’affermazione di Aristotele: in questi tempi tormentati la ricerca del bene individuale sembra separarsi dalla ricerca del bene comune.

Forse perché scarseggiano “uomini migliori” capaci di tenerli congiunti.

Molti commentatori presentano l’esito della consultazione come una novità e si affannano nel tentativo di nobilitarne il significato.

É l’effetto dei numeri.


Quando una proposta raccoglie molte adesioni sei indotto a ritenere che sia buona.

Mentre non é necessariamente così.

Vuol solo dire che prevale su un’altra.

Che in questo caso neppure c’era.

Il quesito suonava più o meno così: volete più potere e più soldi?

Che cavolo di domanda è?

Voi cosa avreste risposto?

Se poi l’accompagni all’idea che dicendo sì ripari anche un torto perché stai pagando più tasse degli altri ( che per il Veneto non é nemmen vero) il gioco è fatto.

Egoisti e santificati, che volete di più?

L’afflusso plebiscitario alle urne è la manifestazione di sentimenti da tempo presenti nel nord del Paese e in particolare in Veneto, culla del leghismo.

Che si ritiene penalizzato dalle scelte dello Stato centrale, contro ogni evidenza della storia repubblicana che ha visto affluire in quelle contrade predilette dalla DC fiumi di risorse nazionali.

La richiesta della ricca Cortina d’Ampezzo di accasarsi in Trentino Alto Adige è la testimonianza di un movente egoista più forte dei richiami identitari, della storia della Serenissima e di tutti i discorsi anche giusti, sull’esigenza di governare più da vicino i fattori di sistema della Regione.

Esigenza del resto comune a ogni territorio del nostro variegato Paese.

Tutti i salmi, si sa, finiscono in gloria e più di ogni altro richiamo ha pesato quel “teniamoci i soldi delle nostre tasse”che ha fatto da sfondo al voto.

E ora viene tradotto nella richiesta di diventare Regione a Statuto speciale.

Senza che sussistano le ragioni che hanno determinato il legislatore costituente ad attribuire questo status a territori davvero particolari.

Quando bisognerebbe invece andare nella direzione opposta, ponendo fine dopo settant’anni a differenze di attribuzioni che hanno perduto gran parte del loro significato, per imboccare con determinazione la strada di un federalismo intelligente e davvero utile a tutti e a ciascuno.

Il voto espresso domenica non va sottovalutato ma nemmeno blandito perché una sua gestione sbagliata é suscettibile di determinare guasti irrimediabili.

Quello Veneto non é un “popolo”, come lo chiama Zaia, e quella realtà non é “speciale” .

Non più dell’Emilia Romagna o della Toscana.

Se si escludono Galan, il Mose e i veleni nelle acque.

A meno che non si pensi che a rendere speciali sia il benessere economico.

“Considerate, caro Principe, che non c’è nulla di più offensivo per un uomo del sentirsi dire che non é originale,- dice Ganya al giovane Myskin nell”Idiota” di Dostoevskij- Io voglio avere soldi. Quando ne avrò accumulati tanti diventerò un uomo originale al massimo. La cosa più vile e più odiosa dei soldi é che creano perfino le capacità. E continueranno a crearle fino alla fine del mondo”.

È un bel tema.

La sostanza della questione, spogliata di tutti i paludamenti e gli orpelli propagandistici é che chi ha di più pretende di più, e non si cura di chi ha di meno.

Appartiene alla stessa famiglia ideologica che ha concentrato le ricchezze del mondo nelle mani di pochi, che spinge Trump a ridurre le tasse ai milionari e i potenti della terra a ricattare i popoli minacciando di trasferire le loro attività.

Altro non c’è.

A rischio non è solo la compromissione definitiva del valore ormai stremato della solidarietà ma le ragioni e le condizioni che tengono faticosamente assieme l’Italia.

Berlusconi ha rilanciato: facciamo un referendum in tutte le Regioni.

Dopo la riesumazione lo accreditano come statista.

Di sé dice di essere un argine al populismo.

Come Grillo, come Renzi.

Un Paese pieno di argini, non ci saranno più alluvioni.

Come logico e matematico tuttavia il Cavaliere lascia ancora a desiderare.

Come facciamo a dare tutto a tutti?

Passi per chi paga di più e riceve di meno ma con chi paga di meno e riceve di più come la mettiamo?

“Un bel dì vedremo” canta Butterfly nell’opera di Puccini.

Ma attende invano quel giorno.

Non è con le promesse, i proclami, la guerra fra le Istituzioni che renderemo l’Italia migliore.

É l’intero impianto istituzionale che non funziona più bene.

Non questo o quel pezzo.

Il sistema va ripensato in ogni suo aspetto, secondo un criterio di integrazione funzionale, come gli ingranaggi di un orologio.

Serve una riflessione sull’insieme fatta assieme.

Se ancora queste parole conservano un significato.

Gudo Tampieri

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