sabato 2 dicembre 2017

La lezione di Como

Di Roberto Drei

I fatti di Como, ovvero l’irruzione da parte di un gruppo di naziskin veneti in un centro che aiuta i profughi, ci deve fare riflettere perché dall’accaduto si possono trarre più chiavi di lettura.
La prima e la più scontata è, ovviamente, quella della condanna dell’accaduto.

In un paese come l’Italia, retto da regole democratiche, la protesta di qualunque provenienza essa sia, è legittima se attuata nel rispetto della legge e dell’ordine pubblico.

Ogni forma di protesta o contestazione che avvenga al di fuori di questi confini, va denunciata e condannata.

La seconda riflessione riguarda le cause, i motivi alla base di gesti come quello di Como che non è, purtroppo, un fatto isolato.

E’ evidente come simili forme di protesta trovino un terreno fertile nella diffusione del malessere sociale e nella mancanza di risposte corrette e puntuali, da parte di chi ci governa, ad alcuni temi come quello della accoglienza dei migranti, affrontato con superficialità e senza una precisa strategia di medio lungo periodo.

Se è inconfutabile che il fenomeno dei flussi migratori verso l’Europa è un processo irreversibile e destinato a continuare nel tempo, è altrettanto vero che l’Italia non può essere l’unica nazione che si fa carico di questo esodo, accogliendo tutti indistintamente, perché così facendo il paese collassa ed avvisaglie concrete di tale rischio ne vediamo, purtroppo, tutti i giorni.

E’ chiaro che in assenza di una corretta gestione da parte del governo e di misure per regolamentare l’accoglienza, possano sorgere forme di protesta e di contestazione violenta, da parte di gruppi che cercano di occupare uno spazio politico non presidiato.

Quei gruppi che, come scriveva ieri su “La Stampa” Cesare Martinetti, vanno nelle periferie degradate e battono i quartieri abbandonati portandovi il loro messaggio, in assenza della presenza della classe dirigente e della politica ufficiale.

Il modo di agire di queste minoranze violente che operano al di fuori delle regole vigenti in democrazia, va condannato senza ma e senza se, ma occorre rendersi conto che la crescita di questi gruppuscoli si sviluppa e si alimenta in assenza di risposte da parte dei governanti, o in presenza di risposte confuse ed insufficienti.

Infine c’è un’ultima e importante riflessione di cui tenere conto.

C’è infatti il rischio, direi anzi la certezza leggendo i giornali, che si cerchi di mettere sullo stesso piano in una generica accusa di razzismo, l’insieme delle preoccupazioni e dei timori nutriti dagli italiani nei confronti della gestione dell’accoglienza.

Sulla base di fatti come quello di Como, o di altri episodi di intolleranza, è agevole accomunare tutti coloro che nutrono preoccupazioni.

Così quanti chiedono di preservare la nostra identità nazionale, coloro che si riconoscono in una storia comune, in abitudini, costumi e tradizioni culturali che sono tipiche del nostro paese e che ne reclamano la difesa e la salvaguardia, quali tratti distintivi essenziali di questa nazione, vengono tacciati di razzismo.

Ma l’incapacità di trovare soluzioni ai problemi non si risolve con gli slogan o le parole d’ordine perché, in tale modo, la protesta anche fuori legge e violenta può solo crescere.

Roberto Drei
Consigliere Comunale Per la Buona Politica

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