sabato 17 marzo 2018

Il sequestro e la strage

Agnese Moro: basta rabbia. Adriana Faranda: fu atroce 
di Tiziano Conti


Ieri, 16 marzo è ricorso il 40esimo anniversario della strage di Via Fani: abbiamo rivissuto quei giorni in molte trasmissioni televisive, sui giornali.


Personalmente mi ricordo, come fosse adesso, che quel giovedì lavoravo alla Filiale della Banca del Monte di Lugo in Viale De Brozzi (non c’è più!) e mi telefonò mia moglie per raccontarmi cosa era successo.

Ho letto il resoconto - pubblicato da Avvenire - di un incontro, davvero edificante, svoltosi a Roma, per raccontare l’esperienza del gruppo sulla giustizia riparativa, promosso da padre Guido Bertagna, del quale Agnese Moro e Adriana Faranda, la figlia e la terrorista, fanno parte. Si parla del loro incontro, del loro dialogo. Ma il dramma di quei 55 giorni del 1978 emerge continuamente.

Agnese ricorda “l’uccisione di cinque brave persone che proteggevano mio padre, il suo rapimento, un lungo periodo di angoscia, di disumanità. E poi la sua morte e tutto quello che è seguito. Alla fine c’è una grande assenza, una persona per te cara, indispensabile, che non c’è più”. Anche Adriana ricorda. “Quando è stato ucciso il papà di Agnese, mi sono sentita responsabile in pieno di quella morte, ma ero assolutamente contraria al fatto che venisse ucciso e l’ho vissuta come una delle cose più atroci che stavano avvenendo”.

Poi il carcere e un percorso per un’altra forma di giustizia. “Quando alla fine riconquisti la libertà, ti rendi conto che quella del carcere è una forma di giustizia ma incompleta. A me non bastava. Quello che sentivo come dovere e anche come desiderio era affrontare fino in fondo il problema della giustizia, ritrovando le persone che erano state colpite, andando a cercare l’altro che avevamo negato”.

È lo stesso cammino di Agnese cominciato proprio 40 anni fa. “La mia vita è rimasta bloccata tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, sei sempre lì. Non si sta meglio. È un’illusione. Potevano dargli 100mila anni di carcere e non si sarebbe risolto il problema, perché tu hai bisogno di avere una giustizia che riguardi anche le ferite che hai ricevuto. E che non sono facilissime da curare”.

E allora, Agnese, la giustizia sta provando a costruirla proprio insieme ai responsabili della morte del padre. “Sono stati una sorpresa, perché nella mia mente loro sono dei mostri senza cuore, senza pietà. E lo sono anche stati”. Ma, aggiunge, “le persone non rimangono uguali, non è che se tu hai fatto delle cose orrende poi per sempre dovrai essere una persona orrenda. Dentro queste persone c’è qualcosa di diverso da quello che io pensavo”. 

In particolare scoprire “un dolore infinitamente peggiore del mio, perché è quello di chi l’ha fatta grossa e non può rimediare. E che li fa essere totalmente disarmati nei nostri confronti. Per me Adriana è l’emblema della persona disarmata di fronte a me. 

E imparare a disarmarsi è stata per me la grande lezione di questo stare insieme. Ho imparato da loro che se tu vuoi ascoltare qualcuno e poi parlare ti devi disarmare da pregiudizi e rabbia”. 

E Adriana conferma. “Io sono sempre disarmata rispetto a qualunque parola, al tocco di Agnese che nel momento in cui sembra spaccarti in due il cuore costruisce un ponte, ti tende sempre la mano. Questa è una delle cose più importanti che ho vissuto in questo percorso estremamente duro in cui ci siamo messi a nudo gli uni nei confronti degli altri”.

Ma, avverte Agnese, “bisogna recuperare nella vita quotidiana, nella politica, la fiducia nella forza della parola. Noi non abbiamo fatto altro che accettare di stare seduti in una stanza e parlarci, anche dirci cose odiose. Le parole cambiano le vite, cambiano le persone”.

Al di là di tutto, il modo più bello per raccontare quell’inferno!

Tiziano Conti

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