venerdì 4 maggio 2018

I politici di oggi, Moro e le convergenze parallele

Le parole base della politica: alleanza, compromesso, mediazione



Prendo lo spunto da un articolo, profondo e ragionato, di Marco Damilano, per ricordare Aldo Moro, politico di altri tempi e di altro spessore.

Al tempo della Prima Repubblica per sondare gli umori della mitica base della sinistra era necessario fare lunghi viaggi, tra le sezioni e le feste di partito, tra le pentole e i fornelli, oppure consultare faticosamente la rubrica delle lettere dell’Unità a caccia di un segnale di dissenso. E per manifestare la critica o il sostegno ai leader di turno nella Dc si organizzavano i pullman di invitati, a riempire le gradinate dei Congressi al palazzo dello sport dell’Eur, per applaudire il capocorrente amico e fischiare quello avversario.

Il vero cambiamento dei giorni nostri riguarda i leader, la classe dirigente diffusa, il rapporto che hanno con la base che scalpita sui social. E questa storia ha molto a che fare con la gestione della crisi politica di oggi: l’immaturità politica, l’inesperienza delle regole, l’incapacità di portare avanti una discussione sul futuro del Paese che viviamo nei nostri giorni.

C’è un candidato premier, il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, che dopo aver preso undici milioni di voti sembra non sapere che farsene. Stabilisce un’equidistanza del M5S sia col Pd che con la Lega. Promette di affidare il destino di un’eventuale alleanza con il Pd al pronunciamento della rete. E infine minaccia il ritorno al voto se le sue condizioni non saranno esaudite.

Sul fronte opposto, il leader dimissionario dei Democratici, Matteo Renzi, ha rotto un lungo silenzio che durava dall’indomani del voto, con una passeggiata a Firenze in cui ha chiesto ai cittadini simpatizzanti il loro pensiero sull’alleanza con M5S.

Le leadership che si presentano come fortissime, invincibili, unte dal Signore, consacrate dal voto di milioni di elettori, e che poi non sanno guidare, dirigere, comandare. Non sanno mettersi alla testa del loro popolo. 


Un solo esempio, dal passato: l’uscita dall’Egitto del popolo ebraico in cerca di una terra promessa. Vi troviamo il significato della politica moderna e contemporanea: la spinta al cambiamento, al passaggio da uno stato all’altro, il cammino verso una terra promessa, una missione da compiere, che ha bisogno di un condottiero. Ma se Mosè avesse interrogato il web o i suoi elettori in piazza, la carovana non sarebbe mai partita verso il deserto. 

È questo il motivo per cui la classe dirigente italiana, i vecchi e i nuovi, faticano così tanto a confrontarsi con le parole base della politica: alleanza, compromesso, mediazione. 

Preferiscono, i leader attuali, restare incontaminati nell’innocenza delle posizioni pure: abbiamo vinto, tocca a noi, abbiamo perso, restiamo all’opposizione.

Così il mito della democrazia diretta si capovolge nel suo opposto, il trionfo della delega. Quando l’alleanza va costruita si scatenano le opposte tifoserie per tagliare alla radice ogni possibilità di accordo. E qualora il governo dovesse nascere, i contrasti interni sarebbero affidati a un comitato di conciliazione chiamato a sciogliere l’impasse e a suggerire le soluzioni.

Così muore la politica, che ha esattamente il compito di cercare accordi tra parti diverse e trovare vie di uscita che mettano d’accordo coloro che faticano a parlarsi, arrivando da posizioni opposte.

Mi piace ricordare Aldo Moro, di cui ricorre fra pochi giorni il quarantesimo anniversario della sua scomparsa per mano delle Brigate Rosse, che nei momenti più difficili, sapeva inventare soluzioni anziché dubbi.

Le “convergenze parallele”. 

Tiziano Conti

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