martedì 29 maggio 2018

Rapporto congiunturale ed economico della provincia di Ravenna

Molto preoccupata la CNA


“Esprimiamo forte preoccupazione sullo stallo della situazione politica del Paese che può avere effetti negativi sull’economia”.


E’ quanto affermano Pierpaolo Burioli e Massimo Mazzavillani, rispettivamente presidente e direttore della CNA di Ravenna. “C’è l’esigenza di un Governo che possa garantire stabilità e ricercare nuove politiche economiche a favore dello sviluppo dei territori e delle imprese”.

“In merito all’analisi congiunturale che andiamo a presentare – proseguono Burioli e Mazzavillani – assistiamo purtroppo a un calo di 4.5 punti percentuali di affidamento del credito che riguarda in particolar modo le piccole imprese e a un netto predominio - due terzi - dell’utilizzo del credito da parte delle aziende per esigenze di liquidità mentre solo un terzo è riservato agli investimenti. 

Questa situazione di difficoltà di concessione del credito è uno dei motivi di scarsa propensione alla nuova imprenditorialità che ancora si registra sia a livello provinciale che regionale. Chiediamo maggior attenzione da parte delle Istituzioni all’artigianato e alla PMI e, in ambito settoriale, alle costruzioni attraverso recupero e rigenerazione urbana oltre a percorsi di semplificazione normativa, al turismo e alla cultura”.

“Da parte nostra stiamo aiutando le imprese a strutturarsi maggiormente per affrontare le impegnative sfide del mercato che richiedono una maggiore consistenza organizzativa. In questo ambito vogliamo ricordare l’importante ruolo svolto dai Consorzi artigiani che, da sempre, rappresentano una peculiarità del territorio ravennate”.

Il quadro economico nazionale, regionale e provinciale

Il quadro economico nazionale
Nel corso del 2017 è proseguito il rafforzamento dell’economia italiana. Dopo la crescita dell’1,1% nel 2016, il prodotto interno lordo è aumentato dell’1,5% nel 2017. La tendenza positiva dovrebbe proseguire anche nel 2018 con un aumento dell’1,5%, secondo le più recenti previsioni.

L’attività economica è stata trainata prevalentemente dalla domanda interna. Sono cresciuti i consumi delle famiglie, grazie alla fiducia dei consumatori, all’andamento positivo del reddito disponibile reale (derivante dall’aumento dell’occupazione e dalla bassa dinamica dei prezzi) e alla crescita del credito al consumo. Per il 2018 ci si attende anche un sostegno dalla crescita salariale.

E’ proseguito a buoni ritmi il recupero ciclico degli investimenti, sospinto dal consolidamento delle prospettive di domanda interna e estera, dalle condizioni finanziarie, dalla proroga degli incentivi fiscali e dalla necessità delle imprese di rinnovare la loro capacità produttiva. Il rapporto tra investimenti in capitale produttivo e PIL si avvicina ai valori antecedenti alla doppia recessione, ma il rapporto riferito agli investimenti in costruzioni resta invece ancora ampiamente inferiore ai livelli pre-crisi.

Una crescente domanda mondiale offre più ampi sbocchi all’aumento delle esportazioni che - dopo avere messo a segno una crescita nel 2017 del 5,4% - dovrebbe subire un rallentamento nel 2018, anche per effetto dell’apprezzamento dell’euro.

Relativamente al valore aggiunto per settore si sono registrati positivi andamenti tendenziali nel manifatturiero (+3,0%), nelle costruzioni (+2,0%) e, in generale, nei servizi (+1,4%). In calo, invece, agricoltura, silvicoltura e pesca (-4,7%).

La crescita dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo è risultata pari all’1,3% nel 2017. Tenuto conto dell’effetto sulla base di calcolo del rincaro dei beni energetici e alimentari la variazione dei prezzi dovrebbe scendere nel 2018 all’1,1% per tendere poi a risalire successivamente.

La crescita dell’occupazione misurata in unità standard di lavoro impiegate è stata dello 0,9% nel 2017 ma le più recenti previsioni indicano un possibile rallentamento nel 2018. La crescita degli occupati nel 2017 è stata dell’1,1%. L’aumento della partecipazione al mercato del lavoro ha comportato una discesa graduale del tasso di disoccupazione, che si è portato dall’11,7% del 2016, all’11,2% in media per il 2017, mentre dovrebbe poi ridursi al di sotto dell’11,0% nel 2018.

Nel 2017 il deficit pubblico è calato all’1,9% e il debito pubblico in rapporto al PIL è sceso a quota 131,5%, non includendo gli effetti della liquidazione di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Nel 2018 il deficit dovrebbe ridursi ulteriormente, sebbene in lieve misura, approdando all’1,8% e il rapporto tra il debito pubblico e PIL dovrebbe scendere a quota 130,5%.

Nel corso del 2017 è proseguita anche la crescita della movimentazione aziendale in ambito nazionale: 46.000 imprese in più iscritte nei registri delle Camere di Commercio con un aumento dello 0,7% rispetto al 2016. Sono due i fenomeni che spiegano questo risultato: l’ulteriore rallentamento della nascita di nuove imprese (quasi 357.000 a livello nazionale, l’1,8% in meno del 2016) e una più consistente frenata delle chiusure, poco più di 311.000 (il dato più contenuto degli ultimi dodici anni, in calo del 3,4% rispetto all’anno precedente).

Gli aumenti maggiori a livello settoriale sono stati registrati dal turismo (+10.335), dai servizi alle imprese (+ 7.206), dalle attività professionali scientifiche e tecniche (+ 5.494). A chiudere in rosso invece sono state le attività manifatturiere (-2.648), le costruzioni (-1.913) e l’agricoltura (-447).

Il quadro economico regionale

L’economia dell’Emilia-Romagna sta registrando una fase importante di crescita che porterà il PIL dall’1,7% del 2017 a una probabile salita all’1,8% per il 2018, per consolidarsi poi nel 2019 all’1,7%. Questo è quanto emerge dagli “Scenari per le Economie Locali” elaborati da Prometeia e analizzati da Unioncamere Emilia-Romagna. Una tendenza superiore all’1,5% del livello nazionale per l’anno in corso.

L’Emilia-Romagna si è confermata la prima regione italiana per crescita nel 2017, insieme alla Lombardia e, nel 2018, se vengono confermate le previsioni, si prospetta prima assoluta davanti a Lombardia e Veneto.

Nel 2017 i consumi hanno accelerato la tendenza positiva (+1,8%) oltre quella del PIL, ma rallenteranno lievemente (+1,6%) nel 2018. A trainare la crescita della domanda interna sono gli investimenti fissi lordi che nel 2017 hanno rafforzato la tendenza positiva (+4,4%), che troverà conferma anche nel 2018. I livelli di accumulazione raggiunti prima della crisi restano comunque lontanissimi. Nel 2018 gli investimenti risulteranno inferiori del 22,4% rispetto a quelli riferiti al precedente massimo risalente al 2008.

La dinamica delle esportazioni regionali ha fortemente accelerato nel 2017 (+4,8%), pur risultando inferiore a quella nazionale. Per il 2018 se ne stima un ulteriore aumento (+5,0%). Con la ripresa, nel 2017, ha trovato conferma la rapida crescita delle importazioni (+5,0%) ma per il 2018 si prevede un lieve rallentamento (+4,3%).

La ripresa si è diffusa in tutti i settori, trainata dalla nuova accelerazione del manifatturiero (+2,1%) con una previsione per il 2018 del +3,2%, dal ritorno alla crescita delle costruzioni dopo una fase di recessione durata nove anni (+1,0% mentre per il 2018 la crescita dovrebbe accelerare al +1,6%); infine, si conferma la crescita dei servizi (+1,8% , ma nel 2018 rallenterà al +1,3%).

Gli indicatori relativi al mercato del lavoro prospettano un quadro contenuto di miglioramento. Nel 2017 la buona ripresa del PIL si è accompagnata a una più contenuta tendenza positiva degli occupati (+0,3%). Nel 2018 la crescita dell’occupazione (+0,8%) risulterà ancora inferiore a quella del PIL, a vantaggio del recupero del livello di produttività. Il tasso di occupazione è salito nel 2017 (44,6%) e nel 2018 crescerà ulteriormente (44,9%), ma risulterà ancora inferiore di 1,4 punti rispetto al livello del 2008 e di 2,4 punti al di sotto del precedente massimo risalente al 2002. Il tasso di disoccupazione, che era pari al 2,8% nel 2007, era salito all’8,4% nel 2013. Da allora si è ridotto, arrivando al 6,5% nel 2017. Nel corso del 2018 dovrebbe ridursi lievemente al 6,3%.

Al 31 dicembre del 2017 le imprese registrate in Emilia-Romagna sono risultate 456.929 contro le 460.120 dell’analogo periodo del 2016, quindi 3.191 unità in meno (-0,7%). Si tratta della più ampia flessione dal 2014, anche se nettamente inferiore a quelle subìte nel biennio 2013-2014. Nel complesso le iscrizioni (25.327) sono lievemente diminuite rispetto all’anno precedente (25.942) e il dato costituisce il nuovo minimo degli ultimi dieci anni. Le cessazioni sono state pari a 28.674, quindi sono rimaste sostanzialmente invariate rispetto al 2016 (28.608) e risultano da tre anni sui livelli minimi del decennio. In dettaglio, i settori che hanno maggiormente concorso alla riduzione delle imprese attive sono: l’insieme del commercio (-1.096 unità, -1,2%); l’agricoltura, silvicoltura e pesca (-1.056 unità, -1,8%); le costruzioni (- 968 unità, -1,4%); il settore manifatturiero (676 unità, -1,5%); il trasporto e magazzinaggio (249 unità, -1,8%) e le attività immobiliari (214 unità, -1,6%). Segnali positivi solo dal settore dei servizi, in primo luogo dai servizi di supporto alle imprese (+415 unità, +3,6%), dalle attività professionali, scientifiche e tecniche (+250 unità, +1,6%), dai servizi di alloggio e ristorazione (+239 unità, +0,8%) e dai servizi alla persona (+269 unità, +1,9%).

Il quadro economico provinciale

Anche nel 2017 è proseguita, per il nono anno consecutivo, la contrazione del numero di imprese in ambito provinciale. Le prospettive incerte e la difficoltà nel reperire finanziamenti hanno continuato a ostacolare l’avvio di nuove attività imprenditoriali ma, allo stesso tempo, l'attenuarsi della crisi ha determinato un rallentamento delle cessazioni. Al 31 dicembre 2017 le aziende iscritte nel Registro delle Imprese di Ravenna erano 39.376, 328 in meno rispetto alla stessa data del 2016 (-0.82%). Negli ultimi 12 mesi sono state registrate 2.015 nuove iscrizioni a fronte di 2.131 cancellazioni volontarie, il che ha determinato un saldo negativo di 116 unità aziendali (-0,29%) a cui vanno sommate 212 cessazioni d’ufficio. Nel 2017 le cessazioni hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi anni. Lo stesso dicasi per le iscrizioni, che pure mostrano una flessione raggiungendo il livello minimo. E proprio per questo motivo, nonostante la flessione delle cessazioni, il tasso di variazione rimane negativo. Tolto il 2016, anno nel quale si è osservata una anomala caduta riconducibile a cause di natura amministrativa, a partire dal 2014 il tasso di variazione annuale si è stabilizzato attorno al -0,3%. Il calo è meno accentuato rispetto al periodo 2012-2013, quando risultava attorno al -1,0% ma ancora non si intravede una reale inversione di tendenza.

Ancora in difficoltà il mercato del lavoro. A fine 2017 la popolazione attiva di Ravenna è pari a 180 mila unità, di cui 167 mila occupati e 13 mila disoccupati. La popolazione inattiva (persone di oltre 15 anni non in cerca di occupazione) ammonta a 158 mila unità. La popolazione attiva (o forze di lavoro) è in calo di 4100 unità rispetto al 2016. In particolare diminuiscono di 3600 unità le forze di lavoro femminili e di 500 quelle maschili. Il tasso di attività tra i 15 e i 64 anni continua a diminuire scendendo al 71,1%, inferiore di 2,3 punti al corrispondente valore regionale e superiore di 5,7 a quello nazionale. La consistente diminuzione delle forze di lavoro deriva da una contrazione sia del numero degli occupati che dei disoccupati. Le persone in cerca di lavoro si riducono, secondo le stime, di 3600 unità rispetto all’anno passato. Il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 64 anni si attesta al 7,2% contro il 9% di fine 2016, quello maschile al 6,9%, quello femminile al 7,5%. L’occupazione decresce di 500 unità. Il tasso di occupazione totale si attesta al 65,8%, in calo rispetto allo scorso anno di 0,9 punti percentuali. Considerando i settori di attività, nei confronti del 2016, aumentano gli occupati nell’agricoltura (+700 unità), nell’industria (+1300) e nelle costruzioni (+2600). All’opposto diminuiscono gli occupati nel settore del commercio (-900) e dei servizi (-4100).

Crescono le esportazioni. Nel 2017 le esportazioni della provincia di Ravenna si attestano a 4.003,5 milioni di euro con un incremento di 415,4 milioni rispetto al 2016, pari al +11,6% in termini relativi. E’ dal primo trimestre dell'anno che le esportazioni provinciali registrano un tasso di crescita a due cifre, confermando la tendenza espansiva avviata a metà del 2016. Nel periodo gennaio-dicembre 2017, crescono le esportazioni provinciali dirette verso l'Unione Europea (+13,4%), l’Africa settentrionale (+26,6%), il Medio Oriente (+22,7%), l’Europa non UE (+4,7%), l’Asia centrale (+24,9%), l’Oceania (+40,7%), l’Asia orientale (+4,2%) e l’America settentrionale (+3,7%). Al contrario diminuiscono le esportazioni dirette verso gli altri Paesi africani (-15,8%) e verso l’America centro-meridionale (-3,2%). A determinare la ripresa dell’export ravennate nel 2017 hanno contribuito prevalentemente il settore dei prodotti chimici (+13,6%), quello dei prodotti metallurgici (+17,4%) e delle apparecchiature elettriche(+39,0%). In crescita anche gli scambi di prodotti alimentari, di macchinari, di prodotti in metallo, di bevande, di articoli in gomma e plastica e di materiali per l’edilizia. Al contrario risultano in flessione solo le esportazioni di prodotti agricoli (-2,6%).

Migliora la congiuntura per le PMI nei settori manifatturiero e delle costruzioni. Nel 2017 la produzione manifatturiera della nostra provincia fa segnare una crescita del 2,1%, proseguendo il trend positivo degli ultimi due anni. Il fatturato complessivo cresce del 4,0%, quello estero del 2,7%. Gli ordini del 3,7%, quelli esteri del 5,8%. E’ la componente estera della domanda a trainare la ripresa. Anche per le imprese del settore delle costruzioni in provincia di Ravenna migliora la congiuntura, con un fatturato segnalato in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. In generale l’andamento rimane volatile ma la tendenza è positiva a partire dal punto di minimo ciclico toccato nel 2013. In aumento anche il valore dei servizi mentre continua la flessione dell’agricoltura.

Ravenna

A Ravenna, al 31 dicembre 2017, nel confronto con l’anno precedente, le imprese artigiane si sono ridotte di 111 unità, pari all’1,04%, a indicare che sono le imprese di minore dimensione e di alcuni settori a tipica vocazione artigiana a subire le conseguenze peggiori del perpetuarsi della crisi.

Rispetto all’intero tessuto produttivo provinciale, l’incidenza delle imprese artigiane passa dal 26,88% del 31/12/2016 al 26,83% del 31/12/2017. Ciò a fronte del fatto che - rispetto al decremento del Registro Imprese di 328 unità - le imprese artigiane sono diminuite di 111 unità, assestando per questo l’incidenza percentuale rispetto al Registro Imprese ai livelli registrati nell’ultima parte del 2002.

Come si può facilmente osservare, da fine 2008 a fine 2017, il Registro Imprese registra un calo di 3.264 imprese, delle quali quasi il 50% sono imprese artigiane.

Da notare che il dato delle imprese artigiane registrate in Emilia-Romagna a fine 2017 è decisamente in linea con quello riscontrato su Ravenna (-1,07%).

Rispetto al decremento dell’Albo, i comuni della provincia presentano dinamiche e performance decisamente simili. Tra i comuni principali, si registrano risultati negativi per Ravenna (-0,77%), Faenza (-0,21%), Lugo (-2,03%) e Cervia (-2,67%). Per quanto riguarda le aree territoriali, la Romagna Faentina segna un -0,31% e la Bassa Romagna un -1,38%.




Antonia Gentili
Responsabile Comunicazione, Stampa e Pubbliche Relazioni
E-mail: agentili@ra.cna.it

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