venerdì 22 giugno 2018

Non in mio nome

Di Guido Tampieri  

Perché dire sciocchezze per caso o per debolezza è un male comune; ma dirne di proposito è insopportabile, e dirne come queste....

Pascal


E se ci sbagliassimo?

Se fosse davvero il governo del cambiamento?

Non domandatemi quale, cosa importa?

Il dubbio mi è sorto sentendo il Presidente del Consiglio.

Ha detto che difenderà gli interessi dell’Italia e che è, pensate, amico del popolo.

Non era mai accaduto.

Ascoltando i capi di governo del passato, da De Gasperi a Gentiloni, passando per Moro e Ciampi, ti chiedevi: ma difenderà gli interessi dell’Italia o della Svizzera?

Sarà amico o nemico del popolo?

Non si è mai saputo per certo ma si sussurra che Fanfani avesse a cuore gli interessi dell’Austria e che D’Alema, in privato, invocasse sull’Italia l’ira divina.

Con qualche successo, a giudicare da quel che accade.

In questo Paese derubato della verità, nel quale ciò che appare sovrasta quel che è, e le parole sono spogliate del loro significato, diventando trastullo per bocche insincere e profezia per credule orecchie.

Bisognerà ripartire di qui, chiamando le cose con il loro nome, il dolce dolce e il salato salato, se vogliamo ritrovare il sentiero che abbiamo smarrito nel buio della crisi.

O anche solo capire se l’avversione che nutriamo nei confronti di questo governo è un pregiudizio, come sostengono i guardiani del tempio, o se dobbiamo disporci con animo lieto a una rivoluzione che muterà le nostre vite.

In meglio, naturalmente.

Nel qual caso saremmo i primi a rallegrarcene.

Pensiamo anche noi, da qualche settantina d’anni, che questo non sia il migliore dei mondi possibili.

Solo che non sapevamo bene cosa fare, non trovavamo la formula della felicità permanente, quella che ti mette al riparo dalle insidie del mondo e rigenera immediatamente i tessuti del corpo sociale piagato dalle ferite di un rivolgimento epocale.

Che poi sembra anche semplice: fare altri debiti.

E dire che qualcuno deve averci già provato.

Se siamo il Paese più indebitato dell’universo.


Con quella soma che abbiamo caricato sulla schiena dei nostri figli.

Evidentemente non basta.

Adesso tocca ai nipoti.

Se lo sviluppo si finanziasse in deficit saremmo il Paese più ricco del mondo.

Detto di passaggio, la parola austerità in tedesco non esiste, non l’ha inventata la Merkel, il primo a parlarne fu Enrico Berlinguer, l’euro non c’era, i nostri guai si.

Ma non voglio anticipare le conclusioni se no penserete che sono prevenuto e, in effetti, un po’ lo devo essere se credo che ci siano già sufficienti indizi, nelle cose dette e scritte, in quelle mascherate e in quelle taciute, per temere che al brontolio del tuono seguirà il fragore della tempesta.


Non è l’inesperienza a preoccupare di più.

A chi è saggio, scrive Cicerone, non necessita tanta istruzione.

Dopo un governo con Lotti e Madia, poi, a chi la racconti.

Se mai, una foto di gruppo di questo esecutivo conferma la fuga dei cervelli all’estero.


A turbare é quel programma, sono i pensieri, non così diversi se sulla “accoglienza” ai migranti, la più culturale delle questioni, viene data carta bianca a Salvini.

Il potere è un collante straordinario, gli “onesti” hanno già digerito la Lega e non disdegnano nemmeno i voti della Meloni.

Senza grandi turbamenti.

Foglia dopo foglia, della caduca auto definizione del M5S tra poco resterà solo “né di sinistra”.

E non è ancora autunno.

La storiella della fine delle ideologie porta lì.

Era un finale già scritto.

Chi ha vie diverse non viaggia assieme, dice Confucio.

La verità è che l’aria che respirano è la stessa.

Una sacra Unione contro le élite.

Non quelle della società, che resterà ingiusta come prima ma della politica, impura come sempre.

Una rivolta che non si capisce dove vada a parare.

Visto che vi aderisce gente come Trump, Putin, Briatore, anche Farinetti, che ora darà le merendine a Di Maio.

Indigenti di tutto il mondo unitevi.

Che razza di rivoluzione è che i potenti che la dovrebbero temere le sorridono?

Di comunismo non ne parla nessuno, e la finzione egualitaria dell’uno vale uno è stata archiviata.

I capi della “rivoluzione dal basso” si tengono tutto, cariche di partito e istituzionali.

Il professore Conte, che é uomo di dottrina, vede nell’approvazione del “contratto” da parte di qualche migliaio di seguaci ammaestrati una epocale innovazione democratica.

Spero per lui che non lo pensi davvero.

L’amico Putin, scuola KGB, queste cose le fa da sempre.

C’è qualcosa di eccessivo, di aggressivo, di morboso nel vostro approccio alla dialettica democratica.

Se solo diceste: eccoci qua, il Paese é scontento di come vanno le cose e ha scelto noi, confidando che migliorino.

Faremo del nostro meglio per onorare la fiducia.

Invece voi non dite siamo i migliori, dite siamo i soli: noi soli ascoltiamo la gente, noi soli siamo onesti, noi soli amiamo l’Italia.

Gli altri sono delegittimati, corrotti, mafiosi addirittura.

Gli altri, non Tizio o Caio, tutti.

E quando vi insediate al vertice, con ciò stesso lo purificate perché siete la longa manus del popolo, anzi siete il popolo.

É così che una vittoria elettorale non rappresenta un normale, fisiologico avvicendamento ma la presa del Palazzo, la fine di un’epoca, l’inizio di una nuova era.

E via sconfinando.

Su un terreno minato.

“Popolo é una parola ingannevole, scrive Bobbio, che si presta a un uso retorico per il suo valore emotivo positivo”.

Il giornale di Mussolini era “Il popolo d’Italia”, il giornale nazista “Osservatore del popolo”, le parole chiave della loro

propaganda duce e popolo.

Nessun accostamento, per carità, ma il necessario richiamo al significato che la Costituzione attribuisce a questo termine.

Che non è una licenza per bypassare la complessità del rito democratico.

Col suo permesso, professore, il popolo non è un’entità omogenea che esprime “la volontà comune” ma una comunità di persone con pensieri ed interessi diversi, non di rado in conflitto.

La maggioranza degli elettori ha diritto di formare un governo e perfino di consegnare i destini del Paese a uno sconosciuto, ma non é “il popolo”.

E Lei non é il difensore dei suoi interessi, come non lo era, a quanto dite, Renzi.

Potrebbe perfino danneggiarli, pensi.

Per esempio abbassando le tasse ai ricchi.

Incautamente, ingiustamente.

La storia é piena di amici del popolo che ne hanno causato la rovina.

Veda dunque di governare come meglio sa e può, con i nostri auspici, mentre noi cittadini vigiliamo sul Suo operato.

Solo le rivolgiamo una supplica: eviti di dire che aveva simpatie di sinistra.

Noi che amiamo pensare di esserlo ancora mal conciliamo i nostri sentimenti con quelli di Orban.

Anche il Presidente ungherese ha vinto, pure lui sostiene che populista vuol dire ascoltare il popolo, anche quando reprime la stampa, e la magistratura.

Anche lui dice che sta cambiando la storia.

Vedo che condivide con me il vezzo delle citazioni, Margherite Yourcenair ha scritto che pensarla come molti non è mai una garanzia e nemmeno sempre una giustificazione.

Non si senta nel giusto perché in questo momento ha il consenso dei contemporanei.

Ci sono cose che non sono scritte nei contratti.

Se magnifichi le virtù civili dell’uomo seduto accanto a te senza avvertire disagio per la sua appartenenza al club degli xenofobi europei, poi avverti il bisogno di dover difendere l’esecutivo da una accusa di razzismo che nessuno gli ha rivolto.

La senatrice Segré non ha bisogno di farlo.

Parli per sé, professore, che é più prudente.

Ed estenda il suggerimento al Ministro dell’economia che sostiene che nessuno di voi vuole uscire dall’euro.

Cambiare le parole non rende le cose migliori di quel che sono.

Potete chiamare quel che vi apprestate a fare nei modi più accattivanti: é sempre il fine ultimo quello che da il nome alle cose.

Chiami dunque liberamente i condoni condoni e non pace fiscale.

É più onesto.

Ci sono soltanto due specie di uomini, scrive Pascal, i giusti, che si credono peccatori; i peccatori, che si credono giusti.

A quale specie appartiene, signor Presidente?

Guido Tampieri

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