lunedì 23 luglio 2018

Alice non abita più qui

Di Guido Tampieri

Non andartene docile
in quella buona notte,
i vecchi dovrebbero bruciare
e delirare al serrare del giorno.
Infuria, infuria contro
il morire della luce.
Benché i saggi conoscano alla fine
che la tenebra é giusta
perché dalle loro parole
non diramarono fulmini,
non se ne vanno docili
in quella buona notte.
Infuriati, infuriati
contro il morire della luce

Dylan Thomas


“Alice se ne è andata ma é rimasto il suo sorriso” scrive Lewis Carroll nel suo libro.

Del PD immaginato non è rimasto neanche quello.

Forse per comprendere ciò che accade é bene cominciare da qui.

Ripercorrendo a ritroso una storia che ha via via corroso l’anima di un partito che si voleva nuovo nell’ispirazione e nella cultura, rinnovato nelle persone e nei metodi.

Una comunità generosa e curiosa, radicata nella società, desiderosa di seminare e raccogliere, di suscitare e convogliare energie, sentimenti, idee, verso uno sviluppo di alta qualità sociale ed ecologica.

Un partito libero da ideologie e ricco di ideali.

Che nei volti, nelle parole, nei gesti il PD non riesce a esprimere.

Soffocato dalla convenzionalità dei riti, dall’avarizia dei pensieri, dall’aridità dei calcoli, personali e di gruppo.

Qualcosa che viene prima dei progetti e delle azioni, che frena l’ideatività, condiziona l’operatività, offusca la percezione.

Il PD oggi è meno di ciò che serve all’Italia o anche solo a sé stesso per risollevarsi, e più di quel che l’opinione pubblica gli accredita.

Non é certo peggio degli altri partiti né meno interessato al bene comune.

Ma quel che non viene riconosciuto spesso non é riconoscibile.

Suonerà strano sulla bocca di un vecchio scettico ma quel che più manca a questo partito precocemente avvizzito é l’innocenza.

La capacità di meravigliarsi, appassionarsi, disperarsi, disputare, anche aspramente come a volte é necessario fare, senza retropensieri, senza risentimenti, fraternamente.

È l’innocenza l’antidoto al cinismo che questa destra reazionaria inietta nelle vene della società.

Altruismo contro egoismo é l’eterna battaglia.

Se c’è un cedimento sul fronte interno é la fine.

“Ognuno tende a sé- scrive Pascal- questo é contrario a ogni ordine: bisogna tendere a quel che é generale, e l’inclinazione verso di sé é l’inizio di ogni disordine, in politica, in economia, nel corpo particolare dell’uomo....”.

Questo cedimento c’è stato.

Bisognava parlarne subito.

Prima di infilarsi nel labirinto mentale delle recriminazioni e delle accuse.

Che hanno finito per devastare un morente senso della comunità.

Chi ha retto il partito in quegli anni non è in grado di farlo rivivere.

Le sconfitte non hanno insegnato niente.

I cittadini vogliono sapere chi siamo e dove andiamo, non chi sarà segretario.

Mettere ai margini della pista Renzi, come pure é necessario e urgente fare, non basterà .

A scongiurare la decadenza.

A rendere quel che resta del PD migliore.

Renzi non é l’inizio del viaggio.

É l’ultimo domicilio conosciuto.


Ha grandi colpe ma se si comincia e si finisce con le sue responsabilità chiedendosi, come Enzo Tortora, “ dove eravamo rimasti” non si va lontano.

Dal rapporto fra Martina e Bersani non nasceranno bambini.

Servono pensieri nuovi, pagine non scritte.

Subito.

Il PD ha tempo per riflettere e cambiare, ma il tempo per cominciare a farlo sta per scadere.

In una assemblea che doveva avviare una riflessione feconda Renzi ha attaccato ogni essere che cammina, vola, striscia sulla terra dal giorno della creazione.

Ha attribuito la sconfitta a Gentiloni e all’opposizione interna.

Nel vivo di un rivolgimento politico epocale ha sostenuto che il PD ha perso perché non ha tagliato i vitalizi e ha rottamato poco.

Ha scelto di tenere al guinzaglio il partito per 12 mesi, quando sarà rimasto solo il guinzaglio.

La sindrome da accerchiamento che lo perseguita dal 4 dicembre 2016 lo colloca ormai dalla parte del torto anche quando ha ragione.

I suoi messaggi, quando non sono irricevibili non sono ricevuti.

Non provo piacere a dirlo.

Al governo Renzi ha fatto cose giuste e sbagliate.

Nel suo partito ha sbagliato quasi tutto.

Il PD Renzi lo ha sedotto, scalato, usato, ma mai davvero amato.

Se ne é impossessato.

Col consenso di un popolo stanco di dispute e ansioso di cambiare.

Che gli ha consegnato le chiavi della città come nell’antica Atene si faceva coi tiranni, sospendendo il corso ordinario della democrazia.

Ci restituisce un partito sconfitto, disperso, scoraggiato, povero di iscritti e di idee.

Da fuori non è entrato niente.

Di buono.

Se é nella cattiva sorte che si misura la qualità delle persone, questo triste epilogo ci dice che Renzi non è mai stato grande nemmeno quando é parso esserlo.

Un uomo sopravvalutato.

Come altri, cui consegnamo le nostre esauste speranze in questa stagione politica avara.

Sbagliano loro, a promettere quel che non possono.

Sbagliamo noi, ad accreditarli per quel che non sono.

Ci facciamo male a vicenda.

Dovremmo aver più fiducia in noi stessi.

Continuare a porci domande.

Non delegare le risposte.

É così, col continuo esercizio critico, che si rafforzano i legami di comunità.

Nel PD e nello schieramento progressista tutto bisogna stringerne di nuovi.

Dopo la “relazione” all’assemblea dell’ex segretario, nessuno si è alzato a dire quel che andava detto.

Tranne il mite Cuperlo dalla schiena dritta.

Qualcuno ha accennato una standing.

Richetti applaudiva softly, sospeso fra omissioni passate e aspirazioni future.

Zingaretti ha commentato fuori.

Questo gruppo dirigente ha rinunciato alla sua autonomia critica e forse a qualcosa di più il giorno in cui ha liquidato Letta con un tweet, condannandolo all’esilio e alla damnatio memoriae.

Renziani della prima ora e convertiti della seconda, conquistati dalla suggestione di una vittoria collettiva e, perché no, personale.

La strada portava a Roma, non a Damasco, ma sono tempi in cui non si guarda tanto per il sottile.

Assieme alla serenità é morta la comunità, il collante principale è rimasto il potere, poi più niente.

Quell’esperienza si é conclusa.

Prenderne atto é un esercizio di salute mentale.

Essere conseguenti é un imperativo morale.

Il Paese vuole sapere se il PD ha ascoltato il messaggio, se ha capito, se qualcosa si muove.

C’è un’empatia da ristabilire, grandi energie civili da mettere in valore.

Per contrastare un Governo che ci allontana dall’Europa e dal rispetto di noi stessi.

Per costruire un percorso di speranza alternativo.

Non basta un avvicendamento, occorre un cambiamento.

Questa volta incruento.

C’è da legare, non da sciogliere.

Non ci sono abiure da fare né persone da rottamare.

C’è bisogno di tutti.

Pensanti e parlanti.

Partecipi.

L’unità è una conquista, non un precetto o una consegna.

Quel che dobbiamo ricercare non é l’unanimismo ma una discordante concordia.

Se vuol bene al PD il gruppo dirigente deve compiere un atto di generosità.

Bisogna liberare degli spazi, per altre persone e altre idee.

Sappiamo che vi sentite in debito, che vorreste fare di più.

E lo apprezziamo.

Ma non sacrificatevi oltre.

Ci sono tanti modi per rendersi utili, e per essere felici.

Malgrado Orfini, Rosato, Emiliano e via deprimendo, avere fiducia nel futuro é, in questi frangenti, una necessità.

Liberata dai ceppi cui si é incatenata la sinistra deve ritrovare il piacere di volare.

Il mondo ha bisogno di lei.

Su la testa.

Si puedes.


Guido Tampieri


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