venerdì 16 novembre 2018

Un padre e un figlio nella bufera della guerra

7a puntata 
di Giacomo Casadio


Gigetto assieme ad un commilitone accanto al cippo che celebra il completamento di due strade 

LA TERZA DIVISIONE CC.NN. (Camicie Nere)

XXI APRILE

DOPO LA VITTORIA DELLO SCIRE’ COSTRUI’ QUESTA PISTA CAM.LE

DA DEMBEGUINA’ AL TAGAZZE’ IN DIECI GORNI (KM. 34)

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TRASFORMO’ IN STRADA CAMIONABILE

IL TRONCO ADI GABREU’ - MAI NAIMI’ (KM. 24)

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XIV

Il 15 novembre 1936 Gigetto spedisce a casa una lettera inaspettatamente rabbiosa verso i genitori.

“Miei cari, è già una ventina di giorni che non ricevo posta, insomma si può sapere cosa vi accade? siete ammalati e non volete farmelo sapere, oppure vi siete dimenticati che avete un figlio in Africa che con tutta la sua buona volontà cerca di farsi una posizione sociale?

Vorrei che provaste voi ad essere cosi lontani dalla vostra famiglia e dalla vostra casa a non ricevere nemmeno un rigo che vi tranquilizzi e vi faccia stare allegri e vi facci passare meglio il tempo, oppure siete ritornati ai soliti disaccordi ed ai continui litigi di una volta, se cosi fosse mi guarderei bene dal venirmene dopo questi sei mesi e non mi vedreste mai più a casa, perchè credo che sia sempre troppo tardi quando smetterete ste solite storie, perchè oramai cominciate a mettere insieme degli anni tutti due e credo pure che non sia più il caso di fare certe cose, permesse solo ai giovani…”


E’ una lettera molto dura che rivela il grande bisogno di affetto e comprensione per un giovane espatriato senza futuro sicuro, tormentato dalla lontananza e dal distacco dalla sua famiglia, che lui vorrebbe sentire più vicina.

Sembra essere scritta di getto, senza respiro, tanta è l’ansia che le parole sconnesse trasmettono. Il padre Celso ha 48 anni in quel momento e Gigetto lo considera già in età avanzata. I litigi (di cui non conosciamo le ragioni) dovrebbero essere cose permesse soltanto ai giovani.

Il 25 novembre 1936 Celso offre al figlio alcuni consigli che potrebbero essere di grande utilità:

“Quando riceverai la presente farà costì molto caldo; in questo clima torrido fa d’uopo esser molto guardinghi specialmente nell’aver cura dell’intestino.

Non mangiare molto di sera e specialmente non fare scorpacciate, avrai cura, durante la notte, di non dormir scoperto e di tener ben caldo lo stomaco e ben coperta la testa. Riposare possibilmente una giornata la settimana, la domenica, la quale potrai dedicare completamente al riposo ed alla igiene, alla pulizia personale. La Domenica è giorno di riposo, lontano dunque dalle passeggiate faticose. Non è mai abbastanza raccomandato di non fare scorpacciate o mangiate di cibi pesanti; ricordati che col caldo c’è pericolo di incontrare molte specie di tifoidi che poi durano a lungo. Lontano dalle mangiate e dalle scorpacciate...”


Si riesce ad immaginare Gigetto che legge la lettera sotto un caldo africano e dopo faticose giornate a scavare sassi per fare strade?

Il meglio viene dopo:

“Tuttavia posdomani ti saremo precisi coll’effettuarti l’invio di un secondo pacco al quale unirò una scatoletta dell’unguento che io adopero personalmente contro la forfora. E’ un rimedio eccezionale antisettico per eccellenza di azione potente e indolore, esente da inconvenienti, contro qualsiasi microbo della cute; essenziale rimedio per sterminare pidocchi – pulci – piattole in genere. Con questo unguento, le emorroidi e qualsiasi malattia della pelle vengono debellate, vinte al completo. E’ una specie di pomata preparata da un mio vecchio e carissimo amico pratico farmaceutico, devi usarla e ne sarai contento; è specialmente indicata, lo dice lo stesso mio amico, come potente antiluetico, ma deve essere usato con molta parsimonia, bastano leggere spalmatine superficiali periodiche, usato preventivamente è eccellente preventivo antiluetico (sarebbe una pomata protettiva dalla sifilide, una grave malattia infettiva a trasmissione sessuale, che ha sempre preoccupato molto gli alti comandi militari).

Per i pidocchi, la forfora e le piattole si usa periodicamente anche per prevenzione; per emorroidi, dopo ben lavate le parti, si usa la sera e se ne risente subito un grande sollievo, scomparendo l’irritazione infiammatoria ed il prurito; io l’ò usato per ben due anni contro le emorroridi dalle quali ero seriamente minacciato; ritengo ora di essere guarito da queste benchè periodicamente ne risenta un prurito che vò sedando immantinente mediante applicazione di questo sconosciuto rimedio.

Certo tu non devi propalare quello che resta un segreto personale e professionale del mio amico; usalo con parsimonia e ne sarai contento...”

Ai primi di dicembre Celso scrive a Gigetto una lettera di saluti e consigli a cui allega un “Discorsetto da imparare a memoria da pronunziare fra l’assemblea degli amici il Giorno di Natale”, un piccolo party legionario fra i tucul che per fortuna non avvenne.

“Per Natale puoi organizzare un trattenimento, una cena fra tutti voi e pronunziare il discorsetto che tu imparerai bene a memoria. Della tua buona riuscita in questo discorsetto gioverà anche a metterti in rilievo, ad uscire dalla folla anonima, il chè può giovarti anche personalmente.”

Rimangono da capire le ragioni per cui uno storico repubblicano lughese come Celso sia stato attirato in modo così evidente nel vortice dell’azione fascista rivolta alla costruzione di un impero fragile e povero. Bisogna dire che la propaganda nascondeva totalmente le notizie riguardanti gli arresti, le carcerazioni, i confini, le violenze rivolte verso gli oppositori politici costretti nell’ombra, finchè qualche spia, di cui era piena la società italiana, non ne rivelava i nomi. Come ho già detto Celso e Gigetto non si sono mai macchiati di azioni indegne nel corso degli anni né a Lugo né in altri luoghi. L’attrazione veniva dal bisogno di lavoro e dalla prepotente personalità di Mussolini, che ebbe a dire in quei giorni:

“Camicie Nere della Rivoluzione, uomini e donne di tutta Italia! Una tappa del nostro cammino è raggiunta. Continuiamo a marciare nella pace per i compiti che ci aspettano domani e che fronteggeremo col nostro coraggio, con la nostra fede, con la nostra volontà. Viva l'Italia! (dal discorso tenuto il 5 maggio 1936).”

Il 9 dicembre 1936 Gigetto confessa a cuore aperto:

“E’ vero che vi ho scritto una lettera un po’ alquanto troppo salata, ma dovete credermi che io sto male quando non ricevo posta e mi metto subito in cattivi pensieri perché non arriverete mai a comprendere quanto sia forte in mè il desiderio di sapervi sempre in buona salute ed in buona armonia, e poi in questi giorni mi sè aggiunto il vivo desiderio di potervi riabbracciare il più presto possibile e rivedere la mia casa e la mia amata Italia, vedete bene che se non mi capita l’occasione di essere assunto in qualche posto governativo quando avrò finita la ferma di sei mesi vengo a casa di filato, perché adoperare il picccone ed il badile non è il mio mestiere preferito e poi si aggiunga anche la stagione delle piogge, queste le ho già provate una volta e non vorrei passarle la seconda sotto la tenda perché a dir la verità sono veramente scoccianti...”

Siamo a soli cinque mesi dall’arrivo in Africa e già i sogni cominciano a diventare incubi e la terra dell’oro e del lavoro diventa sempre più ostile.

L’Italietta del posto fisso e dell’occupazione garantita appare in evidenza anche qui in Africa Orientale dove l’Impero avrebbe avuto invece bisogno di uomini coraggiosi, volitivi e capaci di guardare ad un futuro di potenza mondiale. L’accontentarsi di un impiego alla sussistenza non è proprio fra gli ideali del Fascismo.

Giacomo Casadio

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