mercoledì 28 novembre 2018

Un regalo di Gianni Parmiani

.“Filastrocca Rossiniana”.
(Canzoncina giocosa per Gioachino)

*   


Al gran Cigno pesarese
che Cignale fu lughese
dono questa filastrocca
che mi esce dalla bocca,
ma dal cuor viene dettata...
Se vien fuori “strufagnàta”
spero ch'egli chiuda un occhio
su quest' umile pastrocchio
concepito da un lughese
che non ha grandi pretese
se non quella di giocare
e, nel gioco, ricordare
il preclar concittadino
che, nomato Gioachino,
visse in Lugo e vi studiò
da bambino, e poi andò
a portare in tutto il mondo
la sua arte, e fu fecondo,
perché in lui ardéa la fiamma
di vestire il pentagramma
e in crescendo, pervicace,
fu titan potente e audace!

Nato in semplice famiglia
dai suoi genitori piglia
la passione per le note:
mamma Anna (1) aveva dote
di soprano sopraffino,
ed il figlio Gioachino
l'adorava; mentre il babbo,
suonatore non per gabbo,
era tromba cristallina
nella banda cittadina.
Ma Giuseppe, dèt Vivazza, (2)
era giacobin di razza,
nato a Lugo, romagnolo,
stava in marchigiano suolo
e con quella sua trombetta
ci suonava la vendetta
contro tutti i papalini
e i compari loro affini
col trasporto sempre fiero
del repubblicano vero. (3)
Ma per questa sua passione
dopo la restaurazione
dello Stato Pontificio
fu costretto al sacrificio
di frequenti spostamenti
per scansar contrari venti.


E fu a Lugo che tornò
il Vivazza, e lì mandò
il suo figlio Gioachino,
già decenne bricchino,
dai canonici Malerbi
per avviarlo a studi acerbi
di composizione e canto.
Mozart, Haydn... un incanto!
Era piena di spartiti
quella casa e ben scolpiti
si fissaron nella mente
di quel bimbo intraprendente
Händel, Bach... e tanti autori...
Biblioteca da signori
era quella dei Malerbi!
Partiture di superbi
musicisti, ed il bambino
fu chiamato “il tedeschino”
quando apparve sulla scena,
perché ormai aveva in vena
il confronto con la fresca
bella musica tedesca...
Scrisse a Lugo sei sonate
da lui stesso giudicate,
in vecchiaia, molto orrende,
ma se orecchio a lor si tende
s'intuisce a piè veloce
quanto fosse assai precoce
il bambino Gioachino:
un genietto assai divino. (4)

A Bologna, giovinetto,
studia sempre con diletto
e profonda abnegazione
canto e composizione;
ammirando Cimarosa
scrive un'opera seriosa:
il Demetrio e Polìbio
e fu questo il suo princiBio
nella lirica nostrana,
grande musica italiana...
anche se quest'operina
che lui scrisse – e fu la prima -
venne presentata all'uopo:
sei o sette anni dopo.

(Chiedo venia per la rima
che – ahimè! - ho fatto prima,
ma, credete, con 'Polibio'
mi trovai col solo 'anfibio'
e non ebbi alternativa
che inventar rima corriva...
Gioachin perdonerà...
ché fu sol giocosità!
Ma torniamo, tuttavia,
alla “rima-biografia”...)

Dunque l'opera citata
fu a lui commissionata
quando avea quattordici anni!
Ma mettetevi nei panni
di un appena adolescente
che s’impegna alacremente
nel vergar duetti ed arie,
cori e cavatine varie
che Stendhal, (mica un cretino,
uno stolto scribacchino!)
lo elogiò e, ben sicuro,
disse: “Nome imperituro,
sarà quello di Rossini!...
Varcherà stretti confini
e da Lugo andrà a Parigi
a portar del genio effigi...”

(Un po' troppo ho messo in bocca
a Stendhal... Sì, è farlocca
- ahi! - la citazion con Lugo...
ed adesso un po' mi strugo...
Uff! Lo so, 'struggo' si dice,
ma 'sta rima è traditrice
ché baciata ed ottonario
fanno il mio lavor precario,
e se Lugo ci ho “insticàto”
sarò ancora perdonato,
perché causa dell'effetto
fu il mio sol, ardente affetto
per codesta cittadina
che a Rossini fu vicina
nell'età di fanciullezza
e da cui sorbì bellezza).

A vent'anni, Gioachino,
è un autore in gran cammino:
“La cambial di matrimonio”
fu l'esordio di buon conio
al Teatro San Moisè
di Venezia, e sai che c'è?
Che all'esordio, quando avvenne,
era solo diciottenne!

I vent'anni successivi
furon anni creativi,
scrisse come un forsennato
sempre lesto ed ispirato.
Mai di arte si privava...
né di cibo! Ch'egli amava
di un' identica passione:
un gourmet... di professione!
Quante opere compose
serie, comiche, giocose!
Per citarle tutte, invero,
ci vorrebbe un giorno intero
ed allor ne cito alcune
(da conoscitor comune)
e le scrivo alla rinfusa,
come vien... chiedendo scusa
se non seguo – colpa mia! -
l' ufficial cronologia:

“L' italiana in Algeri”
giunge or or nei miei pensieri,
e poi “Ciro in Babilonia”...
non di certo una peonia...
come “La scala di seta”
operina assai discreta...
“Gazza ladra”, un gran successo...
“Semiramide” lo stesso;
“Cenerentola” e l' “Otello”...
ed ancor, di bello in bello,
il pensier mi porta e guida
verso il dramma dell' “Armida”;
c'è la farsa dell' “Adina”...
“Edoardo e Cristina”...
l'azion tragica: “Ermione”;
la burletta “L'occasione
fa il ladro”, e “Tancredi”...
Ci son poi – se mi concedi -
“Aureliano in Palmira”,
ed il dramma di “Zelmira”...
e poi su fino alle stell(e)
con il gran “Guglielmo Tell”(e)
senza certo tralasciare
la più nota da citare,
quella ch'è una meraviglia:
“Il barbiere di Siviglia!”

Il successo era grandioso,
ma ci fu qualche “smorfioso”
cui bruciò come un' offesa
di Rossini l'ampia ascesa.

Alla prima del Barbiere
fu profondo il dispiacere
per l'autor, ché il debutto
fu davvero molto brutto.
Al teatro Argentina
di città capitolina,
fischi, urla a piacimento
funestarono l'evento
tanto che sol di grandioso
ci fu il fiasco clamoroso.
E pensar che Gioachino
per rispetto certosino
nei confronti del maestro
Paesiello, che con estro
aveva già un Barbiere
musicato, con piacere
vi cambiò l'intestazione,
ma fu... inutil precauzione!
I fautor di Paisiello
combinarono un macello:
dalla folla distruttiva
non salvossi “Almaviva”. (5)
Ma la replica seguente
non fu affatto deludente!
No, non fu questo un miraggio,
ma, semmai, boicottaggio
era stata quella prima
dato l'invidioso clima
in cui l'opera fu accolta...
Poi, però, veloce svolta!
Il Barbiere di Siviglia
in disastri più s'impiglia
e d'allor non ha mai smesso
di riscuotere successo!

Quanto genio in quelle note!
Quale grande, somma dote!
Quante opere ha firmato
cui ciascun dev'esser grato?
Trentanove oppur quaranta?
Non si conta l'arte tanta...
che da lui forte sgorgò
fino a che non si stancò...

Nonostante il gran successo
a Parigi, un po' depresso,
si trovò a dire addio
alle scene, e un fato rio
lo portò a tralasciare
di teatro d'operare.

Perché mai lasciò si presto?
Cosa fu causa o pretesto
di un'opaca decisione
che a spezzar in due c'impone
la sua vita? Da una parte
il successo suo nell'arte,
e dall'altra, lo star solo,
senza più voglia d'un “volo”...

Scrive cori e cantate
inni, scherzi, serenate...
i “Peccati di vecchiaia”,
in cui l'anima ancor gaia
si rivede, in nostalgia,
nella florida ironia...
Sono note da salotto...
fino a che, nel sessantotto,
nella villa di Passy
a Parigi, lui morì...
centocinquantanni fa.

E noi oggi siamo qua
a onorare Gioachino
nostro gran concittadino
che nel mondo è celebrato,
ed ovunque presentato,
perché gran compositore
e ci fa un immenso onore.

Bon vivant assai gioviale
non fu mai soltanto tale,
ma fu spesso, sulla via,
colto da malinconia...
come poi accade a tutti...
quando nei momenti brutti
ci diciamo che invecchiare
è una cosa da imparare...

Ebbe un cruccio Gioachino?
Nella scarpa un sassolino?
Chi lo sa?... Io, qui, l'abbraccio
e poi giuro che mi taccio...
Ma ci ho ancora un pensierino
per il nostro Gioachino:
fece lui del suo lavoro
immortal capolavoro,
fu genial e - poca fuffa! -,
non fu sol opera buffa! 


(gianni parmiani)




Note:

(1) Anna Guidarini era figlia del fornaio pesarese Domenico Guidarini e di Lucia Romagnoli, nativa di Urbino, in Pieve di Cagna. Quando il padre fu incarcerato per un anno, per aver aderito ai moti francesi, la madre, dotata di una bella voce da soprano, ebbe la possibilità d'iniziare la sua attività di cantante, perché con l'arrivo dei francesi, era stato concesso anche alle donne di esibirsi sui palcoscenici (in uno spettacolo ad Imola, nel 1804, partecipò anche Gioachino, in un duetto con la madre, avendo, anch'egli, un'apprezzabile voce ed avendo manifestato, in gioventù, il desiderio di abbracciare tale carriera, ciò che prima, sotto il governo pontificio, era severamente vietato).
(2) Anna Guidarini nel 1791 conobbe Giuseppe Rossini, detto Vivazza, originario di Lugo di Romagna, che nello stesso anno si era trasferito a Pesaro, dove faceva l'accompagnatore musicale, con l'obbligo di vestire la livrea di colore rosso, nelle pubblicazioni di bandi: era, dunque, in forza alla municipalità pesarese, in qualità di "trombetta" (sapeva suonare anche il corno). Anna, rimasta incinta di Giuseppe, lo sposò nello stesso 1791 nel mese di ottobre, e il 29 febbraio del 1792 diede alla luce Gioachino.
Giuseppe Rossini discendeva da una famiglia patrizia di Cotignola stabilitasi in Lugo sin dal secolo XVI. Ma fin dalla seconda metà del secolo XVIII la famiglia Rossini era caduta in bassa fortuna. Giuseppe campava la vita in Lugo con la duplice professione di trombetta comunale e sonatore di corno e tromba squillante nelle orchestre. In qualità dì sonatore, capitò, nel carnevale del 1789, in Pesaro, dove si fece onore e trovò amici e protettori che lo aiutarono ad entrare a servizio di quel Comune.

(3) Trascorsero cosi circa quattro anni calmi e tranquilli, durante i quali il Vivazza non ebbe altro pensiero che quello dell'ufficio e della sua famiglia. Ma ben presto si fecero sentire dal nord ì primi fragori delle armi francesi; l'eco delle vittorie napoleoniche sul Po e delle conseguenti novità politiche si ripercosse anche su la piccola città marchigiana, agitando e conquistando gli animi più sensibili e vivaci, la gioventù innamorata dei principii di libertà e di uguaglianza.
Uno dei più infatuati si rivelò subito il Vivazza, sangue romagnolo, carattere ardente e generoso. Frequentatore assiduo delle riunioni, che, sotto colore di far la partita a carte, si tenevano in casa di Luigi Giorgi, capo dei patrioti pesaresi, salutò con gioia l'entrata del general Victor e dei suoi dodicimila soldati in Pesaro, avvenuta il 5 febbraio 1797, e fece plauso alla costituzione di un governo municipale democratico.
Il suo fanatismo per le nuove idee giunse al punto da fargli scrivere su la porta di casa: “Abitazione del cittadin Vivazza repubblican vero”.
A calmare i suoi bollori giunse, su la fine dello stesso mese, la notizia della pace di Tolentino. Restaurato il governo pontificio e ripristinati, sui primi di aprile, i vecchi ordini, il trombetta fu designato, come giacobino dei più ardenti, alle vendette dei conservatori: nella seduta consigliare del 13 dicembre, trattandosi della conferma dei salariati per il nuovo anno, egli ebbe 15 voti favorevoli e 19 contrari; e fu licenziato.

Note 1, 2 e 3 tratte da Giuseppe Radiciotti, Gioachino Rossini, Vita documentata, opere ed influenza su l'arte, Volume I, Arti Grafiche Majella. Tivoli 1927.

(4) Venuto in possesso del manoscritto dopo più di cinquant’anni, Rossinistesso vi appose la dichiarazione:
“Parti di Violino Primo, Violino Secondo, Violoncello,Contrabbasso; e questo di Sei Sonate orrende Da me compostealla Villeggiatura (presso Ravenna) del mio amico mecenateAgostino Triossi alla età la più Infantile non avendo presoneppure una Lezione di Accompagnamento: il Tutto Compostoe Copiato in Tre giorni ed eseguito cagnescamente dal TriossiContrabbasso, Morini (di Lui Cugino) Primo Violino, il fratellodi questo Violoncello ed il Secondo violino da me stesso, che eroper dir vero il meno Cane.”

(5) Dopo la sfortunata prima del Barbiere, andato in scena, per evitare di urtare la suscettibilità di Paisiello, con il titolo Almaviva, ossia L’inutile precauzione, Rossini decise di non partecipare, ventiquattro ore dopo, alla prima replica credendo che l’opera sarebbe stata accolta con una nuova bordata di fischi, ma non fu così e, alla fine, il compositore, che già stava tranquillamente dormendo, fu svegliato dagli amici, costretto a rivestirsi e trascinato all’Argentina dove colse il meritato successo.


(tratto da Riccardo Viagrande, GB Opera Magazine)

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