mercoledì 30 gennaio 2019

Lettera al direttore

Riceviamo e pubblichiamo

"Avvenire". Io al contrario di lei, gentile direttore, considero l'Avvenire come una grande occasione persa, tenendo conto soprattutto degli ingenti finanziamenti sia pubblici, sia legati all'8 per mille, che riceve.
Poteva e doveva, secondo me, essere la voce del popolo di Dio (mi scuso per la terminologia conciliare, ma provo ancora a crederci), la voce della base, dei credenti che dal basso provavano e cercavano di uscire dallo schema ormai vetusto che oppone il laico più o meno obbediente alla gerarchia; invece niente di tutto questo. 

Anzi, sempre di più è diventato l'organo ufficiale dell'ormai insuperabile centralismo romano, inteso proprio nel senso di un centralismo che non conosce quasi più ciò di cui tanto si parlava negli anni 70, 80 e 90, vale a dire la collegialità, la sinodalità, la circolarità dei poteri e delle responsabilità, un centralismo che tanto più vede ridotto numericamente il clero, tanto più sembra affidare a questi poveri sacerdoti sempre più oberati poteri e oneri che fino a pochi anni fa si pensava destinati ai laici. 

Ora Avvenire ripete con monotona abitudine le cose dette dal Papa, le magnifica, le esalta, senza richiedere nessun senso critico, senza nessun commento, chiedendo solo alla base di accodarsi e basta, e senza nemmeno fare luce sui giusti e necessari dibattiti che si svolgono magari all'interno della stessa curia, e certamente non sollecitando una riflessione che possa partire da una base (lo so, suona ormai molto obsoleto questo termine) che magari, se interrogata e coinvolta, potrebbe contribuire di più al difficile rapporto della Chiesa con la modernità. 

Poteva essere l'organo della tanto invocata trasparenza dello Ior (ricordo che sono soldi "dei poveri di Dio" quelli conservati a Roma), dell'uso dell'otto per mille (argomento che come vede mi sta molto a cuore), dei movimenti, delle associazioni che invece sono sempre più ridotte ad un ruolo così marginale da essere sparite da qualsiasi dibattito pubblico (dov'è finita la mia cara Azione Cattolica?). 

Ancora peggio, segue a cavalca sempre più quel cattolicesimo devozionalistico e quasi idolatrico che ormai caratterizza sempre più la nostra cara religione. Tutto ciò che potrebbe apparire un minimo "teologico", biblico o patristico sembra quasi da guardare con sospetto perché "troppo difficile" per i nostri fedeli, che vanno nutriti di devozioni, rosari e litanie ma tenuti ben lontani da Scuole Bibliche o da letture teologiche troppo "avanzate" (la sfido a trovare una minima iniziativa legata alle Scritture fra le Diocesi di Imola e Faenza). 

Concludo, in maniera forse troppo forte, e me ne scuso in anticipo: continuo a considerare non sovrapponibili le parole, per quanto elevate, del Vescovo di Roma e successore di Pietro, con quelle dei Vangeli. Un conto è fare esegesi delle parole del Papa, un conto è farle di quelle di Gesù, difficilmente "accomodabili" e "conciliabili" con quella religione civile che vuole essere oggi il cristianesimo. Ad esempio, un conto è dire "offriamo quanto possiamo ai poveri", un altro è dire "facciamoci noi poveri" come dice il Vangelo: in questo caso sono io il primo ad ammettere che per me è difficile anche solo pensare di vivere una sola giornata come l'ultimo degli ultimi, ma è evidente che detta così la "tensione" a fare qualcosa è diversa. Prima di parlare tanto e proclamare tanto devono essere proprio coloro che parlano a "spogliarsi" di tutto (in vista di cosa, magari ne riparleremo)..

Lettera firmata

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