sabato 2 febbraio 2019

L’inchiesta

3a puntata
di Giacomo Casadio

Il documento che registra l’azione disciplinare riporta:


IL 10 GIUGNO 1946 HA TENUTO UN COMPORTAMENTO GRAVEMENTE LESIVO DELL’ORDINE E DELLA DISCIPLINA FRA I PRIGIONIERI DI GUERRA.

A MULLEWA L’11 MAGGIO 1946 SI È COMPORTATO IN MODO NON CONFACENTE ALLA DIVISA MILITARE POICHÈ HA CERCATO DI MOSTRARE A MRS CLUNE ALCUNE FOTO OSCENE DA UNA RIVISTA E CONSEGNANDOLE UNA SCATOLA SULLA QUALE ERANO STATI FATTI DISEGNI OSCENI.

E’ STATO PUNITO CON 28 GIORNI DI PRIGIONE.

L’ufficiale di controllo tenente O.A. Guillam dichiarò l’11 Maggio 1946 di aver ricevuto una telefonata da Mr J.J.Clune di Newmarracarra sulla cattiva condotta del POW Ballanti Ermete pretendendo il suo ritiro dalla fattoria.

Presentatosi subito dopo il tenente Guillam raccolse una dichiarazione della signora Clune sui fatti avvenuti. Decise quindi di ritirare Ballanti dal luogo di lavoro alle 16.15 dell’11 maggio 1946 assieme agli altri lavoratori prigionieri.

Dato che Ballanti aveva chiesto alla signora una sua foto lui avrebbe potuto possederne una senza che lei se ne fosse accorta. Così il tenente ordinò al Ballanti di mostrargli la sacca con le sue cose e i suoi vestiti e assieme al soldato Moore fecero un approfondito controllo, ma non furono trovate foto, se non quelle di famiglia, assieme a 14 sterline, che lui requisì.

Alla proposta di fare una denuncia scritta contro Ballanti i signori Clune preferirono evitarla e dimenticare l’accaduto, siccome erano conosciuti in questa zona e non volevano che la notizia si spargesse.

Successivamente Mr Clune lo contattò la mattina del 13 perchè aveva ulteriori informazioni su Ballanti ed entrambi avevano deciso di sporgere denuncia scritta su di lui. Il riferimento era relativo ad una scatola che Ballanti aveva dato alla signora il 9 maggio, nel cui coperchio interno c’era un disegno osceno fatto a matita col cognome e nome di Ballanti di sua grafia.

A quel punto la denuncia venne formalizzata e la scatola di legno che Ballanti diede alla signora Clune venne spedita per posta al PW Camp di Northam.

La testimonianza della signora Clune è molto più precisa e realisticamente efficace.

“La mattina di venerdi 10 maggio il POW Ballanti entrò nella mia cucina e cominciò a mostrarmi alcune immagini piuttosto sconvenienti ritagliate da una rivista. Siccome avevo da fare in quel momento dissi a Ballanti:

“Mettile sul ripiano o sul comò, le guarderò più tardi” (intendevo farle poi vedere a mio marito).

Ballanti non voleva lasciare i ritagli dove gli avevo chiesto di metterli, ma cominciò a seguirmi perchè voleva che smettessi di lavorare e guardassi le foto. Ero talmente arrabbiata e offesa dalla natura delle foto che le strappai dalle mani di Ballanti con l’intenzione di bruciarle nello scaldabagno. Ripensandoci, prima di andare a Geraldton lo stesso giorno le tolsi dallo scaldabagno decisa a mostrarle a mio marito la sera e perciò le misi sull’armadietto nella mia camera. Al mio ritorno da Geraldton raccontai a mio marito quello che era successo la mattina e andai a prendere le foto dal mobiletto, ma mi accorsi che non c’erano più.

Ballanti, la mattina dell’11 maggio, mentre ero in cucina di nuovo mi mostrò le foto e le gettò nel fuoco. Poi mi chiese di essergli amica e volle prendermi le mani, ma io dissi: “Va bene, Ballanti, saremo amici!”

Ballanti continuò insistente a voler stringermi le mani e cominciò a rincorrermi attorno al tavolo di cucina per farlo.

Non sapendo proprio cosa Ballanti avesse intenzione di fare corsi da mio marito nel capannone vicino e gli raccontai il comportamento di Ballanti quella mattina. Allora mio marito telefonò all’ufficiale di controllo al centro PW di Mullewa e gli riferì la cattiva condotta di Ballanti.

Subito l’ufficiale ritirò i prigionieri dalla nostra proprietà sabato alle 16.

Io non intendevo fare una denuncia scritta riguardo Ballanti ed ero intenzionata a dimenticare l’incidente.

Tuttavia ulteriori comportamenti irriguardosi e offensivi vennero alla luce la mattina del 13 e l’ufficiale dovette ritornare a visitarci per la cattiva condotta di Ballanti: i prigionieri avrebbero lasciato la fattoria il 13 maggio.

Già nella mattina del 9 maggio Ballanti mi chiese di accettare un regalo prima di andarsene. Era una piccola scatola che lui aveva fatto con le sue mani e che conteneva un sapone da bagno e una boccetta d’olio per i capelli.

Quando me la mostrò c’era la foto di una donna nuda ritagliata da una rivista incollata nell’interno. Gli dissi che non mi piaceva per niente e che era una cosa sbagliata. Allora lui strappò il ritaglio dal coperchio. Non notai altri segni sulla scatola.

A quel punto accettai il cofanetto da Ballanti e lo misi via. La sera del 9 maggio mostrai a mio marito ciò che Ballanti aveva fatto e mi aveva dato. Poi misi del materiale da cucito nella scatola e la lasciai sul ripiano del bagno.

La mattina del 13 mio marito mi chiese di cucirgli qualcosa e andò a prendere la scatola che Ballanti mi aveva regalato. Nell’aprirla mi fece notare un disegno a matita di natura disgustosa fatto nell’interno del coperchio, mentre sopra c’era il nome di Ballanti.

Mi chiese se avevo notato nulla di osceno a parte le foto e io dissi di no.”



Le testimonianze dell’inchiesta continuano con quella dell’agente H. Mounter:

“Alle 7.55 della mattina del 23 Agosto scorso ho ricevuto una telefonata da Austin Durack di Arrino in cui diceva che avevano trovato uno dei prigionieri impiccato ad una trave nel magazzino.

Ho informato il dott. Mayrhofer e anche il sottotenente West del Centro di Controllo, che mi disse, dopo aver informato il Quartier Generale di Perth, che sarebbe partito per la fattoria dei Durack e mi chiese di accompagnarlo.

All’arrivo alla fattoria trovammo il corpo ancora appeso dove era stato trovato e lo calammo subito a terra.

I fratelli Durack erano lì con noi e ci informarono, per quello che sapevano, che i tre prigionieri si erano alzati fra le sei e le sette di quella mattina e mentre uno preparava la colazione gli altri due facevano dei lavori in cortile. Uno di loro non rispose quando fu ora di colazione e più tardi lo trovarono nel capanno.

Il corpo fu portato a Three Springs e dopo essere stato esaminato dal dott. Mayrhofer fu collocato all’obitorio dell’ospedale e fu esaminato da vicino dal sottotenente West e da me.

Non furono trovati segni, tagli o graffi, se non un segno molto netto di corda al collo. Il coroner di Geraldton fu informato della morte e ordinò un’autopsia che fu eseguita lo stesso giorno dal dott. Mayrhofer. La Divisione dei Cimiteri di Guerra del Comando Occidentale di Perth concordò con il sig. H.E.Thomas di Three Springs di svolgere un funerale.

Il capannone dove avvenne il fatto era molto grande e aperto ai lati, con sacchi di granaglie anche molto grandi su di un lato, dai quali il deceduto sarebbe riuscito a salire sulla trave e legare la corda, una briglia da aratro in cotone, e dopo aver messo un’estremità attorno al collo è saltato o si è lasciato scivolare dalla trave cadendo giù di mezzo metro circa. La trave è circa tre metri e mezzo dal suolo e la caduta è stata sufficiente per slogare il collo come appare evidente dalla testimonianza del dottore.

Il giorno successivo venne presentato al Sottotente West un documento che tre testimoni hanno ritenuto scritto dal deceduto. C’era scritto che lui era stanco di vivere e intendeva togliersi la vita. Dall’indagine fatta non è emerso nulla che potesse far capire le sue intenzioni.”

L’indagine si conclude con la relazione finale del Coroner E. Hunt:

“Dall’indagine svolta a Three Springs, Stato dell’Australia Occidentale, sulla morte di Luigi Casadio, oggi 3 Ottobre 1945, io Deputy Coroner, per legge autorizzato alle indagini, stabilisco che:


prese in considerazione tutte le prove ritengo che il defunto Luigi Casadio sia morto ad Ad Arrino la mattina del 23 Agosto 1945 per la slogatura delle vertebre superiori causata da impiccagione per sua mano in un momento di depressione ritengo quindi in veste di testimone di aver certificato di mio pugno questa relazione a Thre Springs, nel suddetto stato, il 2 Ottobre 1945.” 


La frase scritta sulla lettera dell’amico “L’unica ragione del mio suicidio è che io sono stanco di vivere” è di una chiarezza e di una crudezza sconvolgenti.

Numerose possono essere le ragioni per un gesto di autodistruzione che definire folle non sembra corretto.

I compagni testimoniano che Gigetto era lucidissimo e non mostrava segni di scompenso mentale, ma era forse travolto da un intenso dramma interiore, immaginato dal coroner come una forma di depressione.

La condizione psicologica di un essere umano sottoposto a stress emotivi di tale intensità si può rivelare fragile e può portare ad azioni incontrollate.

Il comportamento dell’amico Ballanti ne è la prova lampante: anche lui e il compagno Pompeo erano lontani da casa da cinque anni ma nulla faceva presagire una fine così tragica per un amico di sempre.

Il tentativo di approccio di Ermete con la signora Clune non era altro che il manifestarsi di bisogni umanissimi che per anni erano stati compressi e contenuti con grande fatica e potente autocontrollo, visto il giudizio positivo che l’apparato militare e civile aveva dato su loro tre.

Dunque resta il mistero delle ragioni che stanno alla base del suicidio. Bisogna tener conto di tanti fattori oggettivi:

la lontananza da casa da cinque anni, la maggior parte trascorsi in India, con la prospettiva di rimanere in Australia ancora per molto (i suoi compagni sarebbero tornati nel tardo 1946), nessuna notizia della famiglia e soprattutto della moglie da lungo tempo, il rincorrersi di voci maligne e tendenziose sul suo conto perfino durante la prigionia indiana (confermate dal padre in uno scoppio d’ira nel diario del 13 Novembre 1944, dove l’accusa di “tradimento impudico”), la fine del tragico sogno imperiale e dell’ideale fascista, profondamente instillato nel suo animo di sempliciotto di paese da una propaganda ossessiva, che per fortuna non era riuscita a farne uno strumento di violenza, la consapevolezza del nuovo assetto politico-militare alle dipendenze del nazismo e della sanguinosa guerra civile, con l’inevitabile distruzione materiale del suo amato paese e con la vittoria finale delle potenze alleate.

Seppure trentatreenne Luigi vedeva profilarsi l’immagine di un mondo a cui non avrebbe più appartenuto. Il suo insistito convincimento nell’ideale fascista di cui sapeva troppo poco, come del resto milioni di cittadini italiani che ne erano stati coinvolti per ragioni di interesse o di sopravvivenza, lo aveva lasciato sgomento e culturalmente impreparato. Le vicende del dopoguerra ci mostrano che lo scontro ideologico e politico chiamato Guerra Fredda avrebbe allontanato i vincitori e riposizionato lo scacchiere mondiale con gravi rischi per la pace appena raggiunta. Nell’animo di Gigetto, di cui sappiamo molto grazie alla corrispondenza rimasta, c’era una grande confusione e una quieta disperazione mai espressa, come testimoniato dagli amici, che poteva far temere l’autodistruttiva decisione poi messa in atto senza preavviso.

Di questa storia rimangono le lettere e alcune fotografie del periodo più bello della vita di Gigetto, quando tornò a Lugo dalla dura esperienza lavorativa in Etiopia e passò alcuni anni a casa, riprendendo il modesto lavoro al mercato e soprattutto legandosi a Bruna, una vera sposa bianca, o quasi, con la quale visse, ritengo felicemente, per pochi mesi appena.

Di lui ho parlato abbondantemente raccontandone la tragica storia.

A Bruna invece ho riservato un’imperdonabile disattenzione poiché ho deciso tardivamente di scrivere le loro vicende. Negli anni ’80 avrei potuto vederla e parlarle anche se era seriamente malata. Non sono riuscito a farlo ma poi ho raccolto qualche documentazione dall’archivio storico dell’Ospizio Sassoli che confermava le sue preoccupanti condizioni fisiche e mentali.

Una relazione assistenziale del 1989 riporta infatti le seguenti parole:

“La signora vive sola, non ha figli, da qualche tempo presenta gravi problemi di salute, soprattutto soffre di depressione, ha paura a rimanere sola, spesso cade, negli ultimi giorni è stata ritrovata a terra e soccorsa dai vicini.

Lei stessa con insistenza chiede di andare in una struttura protetta: il servizio domiciliare si è rivelato insufficiente come intervento assistenziale per le caratteristiche e i bisogni di questa persona. L’unico familiare che si occupa di lei è un anziano fratello che non può esserle di aiuto.”

Bruna venne ricoverata all’Ospizio Sassoli il 6 febbraio 1989 col seguente referto medico “Sofferente di sindrome parkinsoniana presenta tremori e deambulazione non spedita e sicura. Capacità di espressione e raziocinio normali in relazione all’età.”

Aveva 78 anni e morì all’Ospedale di Bagnacavallo il 3 aprile 1989.

Questa è l’ultima foto che rimane di lei in un documento di pensione di guerra dei primi anni ’50. Accanto a lei c’è suo marito Gigetto.

Voglio ricordarli così e lasciarli in pace per sempre.

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Giacomo Casadio

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