giovedì 14 marzo 2019

Ronaldo, l’uomo che accarezza il destino

di Tiziano Conti


Ci stanno quelli così: anche nella vita, non solo nei film. Quelli che non si spengono nella tempesta, anzi si accendono appena gli dai le chiavi della tua sopravvivenza.



Quelli che all’incrocio con il fuori o dentro non escono mai, né piangono per il peso che hanno addosso, anzi saltano più in alto, e infatti sono due i gol di testa, il secondo staccando Godin, specialista in inzuccate, che presto verrà anche lui a giocare in Italia.

Quelli che con la forza di gravità ci giocano: tu scendi, io salgo. E infatti è sembrato di rivedere Pelé, in una quasi riedizione del gol di Messico ’70, quando Burgnich, non proprio un difensore qualunque, sembrava un esordiente. Sì, ci sono quelli che non hanno mai il destino contro: che segnano 3 gol sempre all’Atletico. Voi mi contestate? E io vi punisco.

Nella vita quelli così si chiamano specialisti: in successi, in imprese, in risolviamo i problemi. Sono idraulici che liberano i sogni. Quasi mai simpatici, spesso compulsivi. Pensano solo a come segnare di più. Dal primo giorno di vita: “Signora, questo bimbo ha piedi da calciatore: le porterà tanta felicità” disse l’ostetrica alla signora Maria Dolores, mamma di Cristiano.

Si capisce, sono tipi con l’ego incorporato: non badano a niente e a nessuno, solo a compiere la loro missione. La palla è roba loro. E non tremano davanti al rigore perché il destino non prevede buche. 


Ci sono quelli che vanno al dischetto con la faccia da “potrei anche sbagliare”, che guardano disperati il cielo e ci sta Ronaldo, mani sui fianchi, che sembra dirti: sbrighiamo presto questa faccenda, che ho fretta. 

Ci stanno quelli ossessionati con il voler tutto, che da piccoli si pensavano infiniti. 

Ronaldo a 17 anni dalle giovanili dello Sporting Lisbona fu chiamato ad allenarsi con la prima squadra, smaniava, lottava su tutti i palloni, e un veterano gli disse: “Vedi di calmarti, ragazzino”. 

Lui si fermò, si girò, e gli rispose: “Voglio vedere se mi parlerai ancora così quando sarò il migliore al mondo”. Il destino te lo fai, non lo aspetti. 

Per capirsi: Ronaldo a Manchester pretese l’unico armadietto dello spogliatoio davanti allo specchio. E chiaro che lui non va alle premiazioni se non vince niente. 

La sua versione: “Io ho dentro una fame che non passa mai. Quando perdo, è come se morissi di fame. Quando vinco, è ancora come se morissi di fame, come se avessi mangiato solo briciole”. 

Ecco, ci stanno quelli così, che magari a volte in campo sembrano dormire, perché il destino ancora non ti ha messo spalle al muro e tu non ti scateni, tanto sai che poi lo infilzi. 

Da dove viene uno che a 34 anni tratta il suo corpo con più cura di una modella? 


Dal collo in giù Cristiano ha colline, dossi, canyon. Lui si è disegnato così, con sacrifici, perché era piccolo e magro, e ancora oggi si allena, mangia, dorme, sogna, cresce muscoli, perché crede alla centralità del suo corpo. “La mia missione è battere tutti i record. Questa è la mia natura”. 

Sì ci stanno quelli così, che ribaltano l’impossibile perché continuano a crederlo possibile. Si chiamano campioni.

Poi, ci siamo anche noi, ma questa è un’altra storia…

Tiziano Conti

P.S. Grazie ad Emanuela Audisio e al suo bellissimo articolo su “La Republica”

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