giovedì 19 settembre 2019

Il duro lavoro per ottenere una buona reputazione

Di Tiziano Conti

“Ci vogliono vent’anni per costruire una reputazione e cinque minuti per rovinarla. Se pensi a questo, farai le cose in modo diverso.”

Questa citazione di Warren Buffett, investitore americano, è interessante anche perché egli gode di una reputazione eccellente presso molti (uno straordinario uomo d’affari! Un grande filantropo!), e non così buona presso altri.

Questa ambivalenza reputazionale ci porta immediatamente al cuore della questione. Non si può mai parlare di reputazione in termini assoluti, ma bisogna sempre farlo in relazione a uno specifico gruppo di riferimento. Il quale può adottare valori e criteri di giudizio anche sostanzialmente differenti da quelli che altri gruppi potrebbero esprimere. In altre parole: presso alcuni gruppi, possono godere di ottima reputazione pessimi soggetti, individui detestabili e autentici tipacci.

Il termine reputazione viene dal latino reputare, che indica la ricorrente potatura (re-putare) di una pianta, e per estensione un giudizio ripetuto.

Noi chiamiamo “reputazione” il rispetto, l’ammirazione e il credito che un gruppo conferisce al soggetto che viene collettivamente e ripetutamente giudicato degno di apprezzamento.

Per questo anche la reputazione più consolidata è intrinsecamente fragile, e basta un pettegolezzo, un sospetto, una diceria (appunto) contagiosa per danneggiarla: sono esattamente i cinque minuti di cui parla Buffett.

Ma la reputazione non riguarda solo gli individui: è preziosa (e infatti si parla di capitale reputazionale) anche per gli stati, le imprese, le associazioni.

Così, una nazione che gode di buona reputazione esporta di più e attrae più turisti. Appare più credibile a livello internazionale. E può meglio esercitare il potere morbido che si esprime e ha un peso a prescindere dalla potenza economica e dalla forza militare.

Un’impresa che ha buona reputazione attrae più clienti e può vendere meglio (e a miglior prezzo) i suoi prodotti. E un’associazione che ha una buona reputazione attrae più finanziamenti e può più efficacemente perseguire le proprie finalità.

La reputazione riguarda l’identità e i valori. È qualcosa di diverso dalla notorietà, (si può essere molto conosciuti e tuttavia malamente reputati). Ed è diversa dal gradimento (la piacevolezza non necessariamente coincide con la stima e la fiducia).

La reputazione può precedere la conoscenza diretta, e può orientare la percezione. Diversi studi ci dicono che, per formarci una dettagliata prima impressione di una persona sconosciuta, ci bastano al massimo dieci secondi nel momento in cui la vediamo per la prima volta.

In sostanza, la reputazione è l’espressione tangibile dell’esistenza di fili che legano e collocano ciascuno di noi all’interno di una comunità. E del fatto che ogni comunità sente il bisogno di condividere i giudizi a partire dai quali riconosce i propri membri eminenti.

In sintesi potremmo dire che è importante che i comportamenti siano in linea con i nostri valori e i nostri obiettivi.

Nell’Italia di oggi siamo in molti a dover lavorare su questa strada!

Tiziano Conti

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