venerdì 27 dicembre 2019

“Diritto alla salute” o “diritto alla cura”?

Riceviamo dal dott. Renaldo Crepaldi e pubblichiamo

L’anno della mia laurea in medicina fu il 1978, lo stesso anno dell’approvazione del Servizio sanitario nazionale.


La legge che ha istituito il SSN (legge 833/1978) intendeva essere la coerente applicazione dell’articolo 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

In questi quarant’anni si è discusso dell’organizzazione e della sostenibilità economica del sistema sanitario ma è paradossale che nessuno di quelli che avevano - ed hanno - la responsabilità della cosa pubblica abbia mai realmente riflettuto sul fulcro stesso della legge: su che cosa sia la salute e quindi in che cosa dovrebbe consistere la cura della salute.

Può però la salute essere ridotta soltanto al raggiungimento di certi parametri? E’ sufficiente una sanità funzionante a garantire la salute ai cittadini?

La salute è un tema molto più complesso: basti pensare a come non solo l’atto medico ma anche l’ambiente, l’alimentazione, lo stile di vita concorrano allo stato della nostra salute. Non è un caso infatti che questi elementi siano considerati le cause maggiori delle due più importanti malattie dell’epoca moderna: quelle cardiovascolari e quelle oncologiche.

Sarebbe opportuno ammettere anche dal punto di vista legislativo che la tutela della salute come diritto fondamentale non deve quindi riguardare appena la medicina, perché da sola risulta inadeguata in assenza soprattutto di una totale corresponsabilità delle persone.

Guardare in modo realistico alla propria salute può essere soltanto frutto di un’educazione, che generalmente oggi manca. Sicuramente questo passaggio era chiaro ai redattori della legge 833, tanto che il secondo articolo degli obiettivi è intitolato: “La formazione di una moderna coscienza sanitaria sulla base di un’adeguata educazione sanitaria del cittadino e delle comunità”.

Occorre perciò rimettere al centro della discussione il fatto che la salute è un dato, che ciascuno di noi può avere come non avere, e che lo Stato ne tutela (tutt’al più) la cura, ma che è anche responsabilità propria mantenerla e preservarla. Dunque, invece che “diritto alla salute” sarebbe forse più opportuno parlare di “diritto alla cura”.

Jì xiàn lín (1911-2009), un grande maestro della cultura cinese, nel suo libro “Studi sull’antica civiltà cinese” mosse una critica puntuale alla medicina moderna: “occorre guardare l’albero e la foresta”. In questi anni abbiamo vivisezionato fino al millimetro l’albero, il paziente, ma ci siamo dimenticati della foresta, del contesto.

La medicina deve ritrovare il coraggio di tornare ad essere l’arte della cura che un uomo fa verso un altro uomo, come faceva un tempo il vecchio medico di famiglia, che cercava di capire la modalità specifica della malattia, che nella particolarità del paziente si manifesta. La realtà è infinitamente complessa: in questo contesto si presentano alla soglia della percezione eventi sempre nuovi che cambiano la realtà, che sovvertono e mettono in crisi le conoscenze e le certezze; perciò permettono nuove conoscenze e nuove certezze.

Il paziente non è solo un numero, un caso, una malattia, ma una persona. Quella persona. E solo attraverso questo modo di approcciarsi è possibile una medicina più profonda, non soltanto più umana, ma anche scientificamente più seria.

Dr. Renato Crepaldi
Esperto in agopuntura e Medicina tradizionale cinese

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