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mercoledì 3 febbraio 2021

Riceviamo da Armanda Capucci e volentieri pubblichiamo

 

Laura Garotti 


 

Fin dal 2001, a S. Agata nella zona oltre fiume, all’angolo di Via Lunga Superiore, si trova un “ Largo” intitolato a “ L. Garotti”. Furono i soci del Centro Commerciale Idrosan che faceva capo a Floriano Garotti, nel settembre 2000, nel corso della lottizzazione dell’area, a donarlo già sistemato a proprie spese, al Comune di S. Agata con la richiesta che quella porzione di territorio venisse intitolata a Laura indimenticabile sorella di Floriano. Molti, in questi anni, si sono chiesti chi fosse il personaggio indicato nel cartello stradale col solo cognome. Infatti mancava il nome “Laura”. Ora, anche su richiesta del signor Floriano Garotti, nel cartello apparirà un’integrazione molto eloquente con l’aggiunta di due parole: “staffetta partigiana”. La giunta comunale approverà la variazione a giorni.


 

 Perché tanto affetto e tanta insistenza da parte della famiglia? Perché la storia di Laura è una storia particolare. Nata a Filo d’Argenta (Fe) il 22 ottobre 1922, morì il 10 gennaio 1945, alla giovane età di 22 anni, quasi alle soglie della Liberazione, a Lugo in via Sammartina n. 6, nel Podere degli Ospedali Riuniti. Era una ragazza contadina “con una gran voglia di vivere ed un gran senso del dovere”, tanto che dopo l’8 settembre 1943 fece una scelta coraggiosa e difficile, quella di schierarsi ed operare clandestinamente a fianco delle formazioni partigiane. Uno dei suoi compiti era quello di comunicare ai diversi gruppi l’andamento della guerra, portare i volantini antifascismo e smistare armi di piccolo taglio che nascondeva in un sacco di iuta pieno di paglia portato in spalla. Durante le missioni, il suo mezzo di trasporto era la bicicletta. A volte i Tedeschi la fermavano e la schernivano, ma lei “con il suo spirito forte e coraggioso proseguiva imperterrita” verso la meta. Ogni giorno doveva prendersi cura di una decina e forse più di partigiani imboscati lungo la riva del Canale Mulino Figna che confinava con il podere della sua famiglia dove viveva con i genitori, mezzadri, e cinque fratelli; di sera, poi, permetteva ai clandestini di dormire in cascina o nella stalla, dove teneva sempre il forno acceso per cuocere il pane ed i cibi per sfamarli. Più volte, ospitò i gruppi del Comitato di Liberazione Nazionale dei quali facevano parte Il capo partigiano Bulow (Arrigo Boldrini) ed il futuro onorevole Benigno Zaccagnini. Il 10 gennaio 1945, rientrata da una missione, verso le 16 e 30, stanca e infreddolita, si era avvicinata alla stufa della cucina per riscaldarsi. Ad un tratto, un aereo alleato sganciò una bomba che cadde a qualche decina di metri dall’abitazione. La casa era protetta da tronchi di legno legati alle inferriate delle finestre ma questo non bastò a contrastare l’amaro destino di Laura: al momento dell’esplosione, una scheggia infuocata schizzò fra due tronchi e in un attimo la raggiunse al collo perforandole una vena. I familiari disperati fecero il possibile per arrestare il sangue che sgorgava copioso dalla ferita, ma invano e, all’imbrunire, per un altro strano scherzo del destino, fu un maresciallo tedesco, “un nemico”, a trasportarla su una carretta all’Ospedale civile di Lugo, dove purtroppo spirò qualche ora dopo, lontana dai suoi cari. Aveva sacrificato la sua giovinezza per la libertà, mettendo in serio pericolo la propria vita e quella della sua famiglia, e non fece nemmeno in tempo ad assaporarla. L’abitazione di Laura, in via Sammartina n. 6, è ricordata nella carta geografica e con fotografie presso il Museo del Senio ad Alfonsine e in una lapide del 1945 nel Giardino Pensile della Rocca di Lugo. (Armanda Capucci)



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