PROTEZIONE CIVILE: SISTEMA E ISTITUZIONI

 

Negli ultimi giorni, come si è avuto modo di vedere, leggere o percepire, in molti si sono dati da fare per poter prevedere, prevenire e gestire una possibile emergenza che poteva interessare il nostro territorio.
Il pericolo esiste ancora e le situazioni di criticità meteo e le ripercussioni idrauliche-idrogeologiche (sul reticolo idraulico e sui versanti) in questo specifico periodo dell’anno sembrano non mancare.
Numerose sono state le allerte diramate dalla Agenzia Regionale di Protezione Civile tra la fine dell’anno scorso e l’inizio del 2010, ad alcune delle quali è conseguita l’attivazione della fase di pre- allarme (il secondo di tre livelli di attivazione, nel caso di eventi prevedibili).
Il ruolo delle Istituzioni (intendendo con ciò i numerosi enti ed organizzazioni che per legge costituiscono il servizio nazionale di protezione civile, oltre a quelli che a pieno titolo fanno parte del tanto declamato sistema regionale di protezione civile della Regione
Emilia-Romagna) dovrebbe essere chiaro a tutti; quanto meno a chi è chiamato in prima persona a partecipare alla gestione dell’emergenza ed al superamento dello stato di criticità.
A tal proposito sono stati firmati protocolli d’intesa specifici (si pensi a quelli siglato il 15 ottobre 2004, sulla base di quanto definito dalla Delibera di Giunta Regionale 1166/04, da parte della Regione, delle Province, dei Comuni, delle Prefetture, ecc…).
Dovrebbe anche essere chiaro, quanto meno in via teorica, la distinzione fra eventi di tipo A, B o C, così come previsto dalle norme nazionali (L.225/92, la legge madre della protezione civile, che risale ad ormai ad una ventina di anni or sono) e regionali (dapprima la L.R. 45/95 poi sostituita dalla L.R. 1/05).
La distinzione, in sintesi, dovrebbe essere quella che differenzia gli eventi locali di tipo A (solitamente intesi come comunali, essendo il Sindaco la prima autorità di protezione civile nel proprio
territorio), da quelli di rilievo provinciale/regionale di tipo B
(in cui concorrono più Enti, dal momento in cui il singolo Comune non
ha forze e capacità per gestire autonomamente l’emergenza in atto);
e, in ultimo, quelli di rilievo nazionale di tipo C (si pensi ai grandi eventi catastrofici come il sisma dell’Abruzzo ma anche altri episodi che possono interessare una porzione estesa del territorio regionale).
A fronte di tutto ciò, nel settore della protezione civile, abbiamo assistito, negli ultimi anni, ad una crescita sia qualitativa sia quantitativa della Provincia, grazie anche al continuo e prezioso supporto/affiancamento della Prefettura.
Queste due Istituzioni, infatti, hanno da subito condiviso percorsi, modalità e contenuti sul come fare protezione civile nel territorio di competenza.
Lo sforzo, inoltre, sarebbe stato inutile se non fosse stato istiuito un Coordinamento Provinciale di tutte le Associazioni che operano nel campo della protezione civile.
Il Volontariato ricopre infatti un ruolo fondamentale per garantire la previsione, la prevenzione ed il supporto in caso di emergenza.
La Provincia si è organizzata con appositi piani di emergenza per conoscere il proprio territorio e definire il “chi fa cosa” in ogni fase, che sia di attenzione, di pre-allarme o allarme.
Per contro, purtroppo, a questo non e seguita la crescita di un’altrettanto adeguata cultura di protezione civile anche a livello comunale.
Infatti, salvo poche ed episodiche situazioni, ad oggi non esistono piani comunali, oppure esistono documenti talmente datati che, ora,mai non corrispondono neanche più alla realtà. Eppure i Sindaci, come ricordavo in precedenza, sono la prima autorità di protezione civile in ambito locale, cioè i primi che devono muoversi per garantire la sicurezza del proprio territorio e dei propri cittadini.
Del resto le stesse norme citate in precedenza, stabiliscono chiaramente ruoli, compiti e responsabilità; e non può di certo essere il fatto che altri Enti od Organizzazioni sopperiscano abitualmente a certe mancanze che toglie la responsabilità a chi ce l’ha.
Si vedono talora alcuni “moduli organizzativi” comunali fatti in casa, che vorrebbero risolvere in modo rapido le problematiche di gestione di un’emergenza.
Ma questi non sono piani di emergenza, come del resto non lo sono quelli fatti riprendendo quanto già fatto nel livello sovraordinato, senza poi aggiungere nulla che possa effettivamente dare un contributo ad una migliore organizzazione locale.
Del resto le problematiche e le criticità di un territorio, se non sono note a chi vive il territorio a chi dovrebbero essere note?
E se è comprensibile che ciò avvenga nei piccoli Comuni, dove un unico tecnico deve svolgere infinite mansioni, lo stesso non può essere giustificabile nei Comuni medio/grandi o in quelli associati.
Purtroppo, molto spesso, i Sindaci sono ignari, e non per colpa loro, di queste anomalie.
L’Agenzia Regionale di Protezione Civile da anni persegue con caparbietà e serietà una politica di rafforzamento e sviluppo del mondo del volontariato, specie per la formazione che questo personale deve possedere per poter svolgere specifiche mansioni (avvistamento incendi boschivi, spegnimento incendi boschivi, emergenze idrauliche, ecc…). Ovviamente a ciò corrisponde anche un cospicuo impegno economico da parte della Regione ed uno sforzo organizzativo in carico alla Provincia.
Il volontariato inoltre deve essere attrezzato con Dispositivi di Protezione Individuale specifici (più semplicemente deve avere vestiario ed attrezzatura idoneo in termini di sicurezza per la mansione che è chiamato a svolgere) e deve essere fisicamente idoneo, e per questo vengono organizzate viste periodiche.
Pertanto apparirebbe chiaro che chi organizza questi aspetti e detiene gli elenchi del personale abilitato, debba essere interepellato, come del resto apparirebbe ancora più ovvio che a svolgere le specifiche funzioni vadano per primi i tecnici degli Enti competenti e poi il volontariato specializzato, e non di certo il primo che capita.
La logica che caraterizza una simile impostazione è cristallina, ma purtroppo, anche alla luce dei precedenti, compresi i recenti, parrebbe proprio che sia più facile disattenderla, magari prendendo scorciatoie appariscenti ma non riconducibili al sistema di protezione civile.
Invece sarebbe tutto molto semplice: ognuno dovrebbe fare la propria parte e poi, tutti insieme, confrontarsi e capire se stiamo andando nella direzione giusta.
Purtroppo, e questo sarebbe il primo aspetto da affrontare, la protezione civile è sempre più sotto i riflettori, e questo può portare taluno a manifestare smanie di protagonismo, inopportune e pericolose, che mettono a rischio la capacità di un sistema la cui efficienza si basa sulla sinergia, l'integrazione e la formazione.
Anche perchè un simile attegguamento riesce, magari, ad essere appagante sul piano propagandistico ma, oltre a non essere riconducibile in nessun modo al sistema di protezione civile latu sensu, finisce col nuocere alla Protezione Civile stessa (quella con le iniziali maiuscole!!)
Anche le recenti emergenze idrauliche, conseguenti al rapido scioglimento delle nevi abbondantemente cadute su tutto il territorio provinciale, hanno dimostrato l’esistenza dei problemi richiamati.
Daltronde, proprio sul rischio idralulico, nell'esercitazione che due anni fa si tenne a Lugo, le relazioni finali redatte dalla Prefettura evidenziarono proprio le lacune degli interventi "fuori sistema".
Per questo è auspicabile che su questi punti si faccia chiarezza, per richiamare ognuno alle proprie competenze, ma soprattutto alle proprie responsabilità.
Anche perchè credo che ai cittadini interessi di più sapere come vengono spesi i loro soldi, vieppiù in tempi di vacche magre come gli attuali.
E sul versante della sicurezza non si può scherzare, magari con fuorvianti esposizioni mediatiche o mostrando capacità e organizzazione che invece non si posseggono.
Come ricordavo, la Provincia ogni anno, sulla scorta delle competenze esclusive che le normative le assegnano in materia, investe risorse, materiali ed umane, nella formazione di volontari per garantire interventi mirati e qualificati.
E siccome la maggior parte di quelle risorse provengono dai bilanci regionali, la Regione, anche attraverso gli S.T.B., ha l'obbligo di vigilare affinchè i coordinamenti provinciali vengano impiegati per operazioni corrette.
Per impedire operazioni di protezione civile "fai da te"; per giustificare le risorse investite; ma soprattutto per dare a cittadini e territori quei livelli di efficacia ed efficienza nella gestione delle emergenze che, nella nostra provincia, solo le associazioni del coordinamento provinciale sanno garantire.
Anche perchè il sistema di protezione civile è un coro, dove i solisti non solo finiscono regolarmente con lo steccare, ma rischiano di far naufragare in un fiasco l'intero concerto.
Un concerto che, nel caso della protezione civile, è la tutela del territorio e l'incolumità dei suoi cittadini.

Eugenio Fusignani
Ass. Prov.le Protezione Civile

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