TANTI NATALI FA

 

Le tradizioni natalizie di un tempo nella nostra zona

Eccoci vicini alla festa più sentita da tutto il mondo cristiano. Fin dai tempi di Dante al mattino della vigilia, nel ravennate, il capofamiglia andava dal parroco a chiedere un po' di acqua benedetta da spruzzare sul ceppo prima di metterlo, la sera, nel camino a scaldare la notte santa; spesso portava con sè il bambino che si occupava dell'allestimento del presepio, per far benedire la statuina di Gesù Bambino, che sarebbe stata posta solo allo scoccare della mezzanotte o al rientro della Messa della notte. Qualche giorno prima i piccoli avevano cercato il muschio nei fossi e avevano portato giù dalla soffitta le statuine dell'anno prima, controllandole, sistemandole, chiedendo e ottenendo di acquistarne di nuove.
Le donne non dovevano assolutamente filare, e giustificavano questo atteggiamento con la volontà di non danneggiare la fava appena spuntata. Gli studiosi dicono che le notti prima delle Feste erano giorni considerati "aperti" al ritorno dei morti nelle loro case, e l'atto di filare, così connesso a quello del legare, poteva ostacolare o impedire il viaggio di ritorno nella dimora terrena per rivivere spiritualmente il Natale coi propri cari sopravvissuti.
La notte stellata era di buon auspicio, mentre il vento avrebbe "portato male", in particolare cattivi raccolti e terremoti. Si mangiava poco, anche per la miseria diffusa nelle nostre campagne, riservando le risorse al pranzo vero e proprio del 25, composto da cappelletti, cappone, pane dolce, un anticipo del panettone, uva, appesa in cantina da un paio di mesi, apportatrice di soldi e prosperità, zuppa inglese. I bambini recitavano un sermone prima del pranzo e facevano trovare sotto il piatto del babbo una letterina in cui chiedevano doni e promettevano a palate bontà e obbedienza. I buver, cioè gli addetti alla stalla, trattavano meglio del solito gli animali e in particolare accarezzavano buoi e asini, gli animali del presepio più diffusi nelle nostre zone.
Tutti dovevano indossare un capo d'abbigliamento nuovo, infatti si diceva che chi non avesse rinnovato qualcosa, meglio di tutto una camicia, sarebbe morto malamente: chi n'arnova la camisa è dè d'Nadel, e mor in t'un foss coma un animel. Il pomeriggio passava fra giochi e incontri con i parenti, poi c'era da rispettare un altro rituale: gli avanzi di carbone e cenere del ceppo bruciato a Natale andavano portati nel campo, preferibilmente nella vigna o nell'orto, per preservarli dal pericolo della grandine nell'estate successiva.

Lucia Baldini

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