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E'
un peccato che non possa parlarvi a voce. Solo a
voce avrei potuto comunicarvi l'urgenza, la
rabbia e l'indignazione legate al tema
primordiale dell'acqua. Sono un professionista
della parola scritta, ma so che solo il racconto
orale sa trasmettere sentimenti forti. Questo
scritto è dunque solo un ripiegamento, dovuto a
forza maggiore. E sappiate che gli uomini che
avrei dovuto affiancare in quest'incontro sono i
responsabili della mia passione per la questione
idrica. Dunque perfetti per accendere anche la vostra.
Mi sono occupato di molti temi nel mio mestiere.
Guerre etniche e planetarie, crolli di sistemi e
di alleanze politiche, esplorazione dei
territori e viaggi alle periferie del mondo. All'acqua sono arrivato solo pochi mesi fa,
quasi per caso, grazie a una segnalazione di
Emilio Molinari. Era successo che era stata
approvata una legge che rendeva inevitabile la
privatizzazione dei servizi idrici. La svendita di un patrimonio comune, mascherata
da rivoluzione efficientista. Tutto questo era
avvenuto nel mese di agosto, alla chetichella,
senza proteste da parte dell'opposizione.
Il
popolo era rimasto tagliato fuori da tutto. Gli interessi attorno
all'operazione erano così trasversali che i giornali avevano taciuto, i
partiti e i sindacati pure. Mi sembrava inverosimile che una simile
enormità potesse passare sotto silenzio. Così ne ho scritto. E la
pioggia di lettere attonite che ho ricevuto in risposta hanno confermato
l'assunto. L'Italia non ne sapeva niente.
Non entro nello specifico di questa scandalosa ruberia inflitta agli
italiani. Altri lo faranno meglio di me. Dico solo che occupandomene,
dopo 35 anni di mestiere, ho provato lo stesso brivido della guerra dei
Balcani.
Come allora, ho avuto la certezza che cadesse un sipario di bugie, e si
svelasse la verità nuda di una rapina ai danni del Paese e dei suoi
abitanti, l'ultimo assalto a un territorio già sfiancato dalle mafie,
dalle tangenti e dalla dilapidazione del bene comune.
Pensiamoci un attimo. I giornali pompano mille emergenze minori per non
farci vedere quelle realmente importanti. La tensione etnica aumenta. Ci
parlano di clandestini, di rumeni stupratori, di terroristi annidati
nelle moschee. Ci infliggono ronde per tenere testa a una criminalità
che - stranamente - non include la camorra, la speculazione edilizia o
lo strapotere degli ultras.
Televisione, telefonini, I-pod costruiscono una cortina fumogena che
incoraggia il singolo ad arraffare e impedisce al gruppo di reagire. E'
così evidente. Noi non dobbiamo sapere che esiste un'altra e più grave
emergenza: la distruzione del territorio. Un'emergenza così grave che la
lingua dell'economia non basta più a descriverla. Oggi serve la lingua
del Pentateuco, o dell'Apocalisse di Giovanni, perché viviamo un momento
biblico. "E verrà il giorno in cui le campagne si desertificheranno e la
boscaglia invaderà ogni cosa, i ghiacciai entreranno in agonia e l'aria
diverrà veleno. Il tempo in cui la natura sarà offesa nelle sue parti
più vulnerabili".
Se i nostri padri ci avessero fatto una simile profezia non li avremmo
creduti. Invece succede. Siamo in guerra. Una guerra contro i territori.
In Italia è iniziata la guerra per l'accaparramento delle ultime
risorse.
Sta già avvenendo: Cementificazione dei parchi naturali... Requisizione
delle sorgenti... Privatizzazione dell'acqua pubblica... Discariche e
inceneritori negli spazi più incontaminati del Paese. Ritorno al
nucleare. Grandi opere imposte con la militarizzazione dei territori e
la distruzione di interi habitat. Fiumi già in agonia, disseminati di
ulteriori centrali idroelettriche. Impianti eolici che stanno cambiando
i connotati all'Appennino.
Tutto conduce su questa strada: La ricorrente invocazione di poteri
forti ai danni del parlamento. Il fallimento del pubblico e l'invadenza
del privato. La sottrazione delle risorse ai Comuni. Lo smantellamento
della democrazia diretta. La corsa a un federalismo irresponsabile che
assomiglia tanto a una licenza di sperpero. La deregulation legislativa.
La crisi della scuola e delle università. La visione speculativa e
finanziaria dell'economia.
E' come negli anni Trenta: crisi del capitalismo, opposizione
inesistente, criminalità diffusa. Ma con in più (e in peggio) la
desertificazione dei territori, lo spopolamento della montagna. Il
"Paese profondo" si è talmente indebolito che oggi l'atteggiamento
predatorio che abbiamo rivolto prima verso la Libia o l'Etiopia e poi
verso l'Est Europa, può essere rivolto verso l'Italia medesima senza il
rischio di una rivoluzione.
Anche noi diventiamo discarica, miniera, piantagione. E anche da noi i
territori deboli sono lasciati completamente soli di fronte ai poteri
forti. Come le tribù centro-africane. Guardate cosa succede con
l'eolico. Gli emissari di una multinazionale dell'energia si presentano
a un comune di cinquecento-mille abitanti. Offrono centomila euro l'anno
per due o tre pale eoliche alte come grattacieli di trenta piani. Il
sindaco al verde non ha alternative. Accetta. Per lui quelle pale sono
il solo modo per pagare l'illuminazione pubblica e gli impiegati. La
Regione e lo Stato non intervengono. In nome dell'emergenza energetica
passano sopra a tutto, anche a un bene primario come il paesaggio.
Risultato? Oggi la rete eolica italiana non è il risultato di un piano
ma del caso. Segna come le pustole del morbillo i territori deboli,
incapaci di contrattare. Con l'acqua la situazione è ancora più limpida.
Vi racconto cose che ho visto personalmente. Qualche scena, capace di
illuminare il tutto.
Alta Val di Taro. C'è una fabbrica di acque minerali che succhia dalle
falde appenniniche in modo così potente che nei momenti di siccità gli
abitanti del paese - noto fino a ieri per le sue fonti terapeutiche e
oggi semi abbandonato - restano senz'acqua nelle condutture pubbliche.
C'è una protesta ma il sindaco tranquillizza tutti in consiglio
comunale. "Non abbiate paura - dice - quando mancherà la NOSTRA acqua,
la fabbrica pomperà la SUA nei nostri tubi". L'acqua del paese è data
già per persa, requisita dai padroni delle minerali. L'idea che si
tratti di un bene pubblico e prioritario non sfiora né il sindaco né la
popolazione rassegnata.
Recoaro, provincia di Vicenza. Una pattuglia di "tecnici dell'acqua"
(così si presentano), fanno visita a una vecchia che vive sola in una
frazione di montagna. Le chiedono di poter fare delle verifiche alle
falde. La donna pensa che siano del Comune. Il lavoro dura un mese. I
tecnici trivellano, trovano acqua. Poi chiudono il pozzo aperto con dei
sigilli. A distanza di mesi si scopre che la fabbrica di acque minerali
giù in valle sta facendo un censimento delle fonti potabili in quota, in
vista della grande sete prossima ventura della Terra in riscaldamento
climatico. I parenti della donna si accorgono del maltolto e sporgono
denuncia. Scoprono di essersi mossi appena in tempo per evitare l'usocapione
del pozzo. Il sindaco tace. Gli abitanti di Recoaro pure. Ciascuno vende
le sue fonti in separata sede.
Castel Juval, in val Venosta. Qui potete fare le vostre verifiche da
soli. Vi sedete al ristorante dell'agriturismo di Reinhold Messner e
chiedete dell'acqua. Scoprirete di avere due opzioni. L'acqua minerale -
la notissima acqua propagandata dall'alpinista sud-tirolese - e l'acqua
di fonte. La fonte di Reinhold Messner. Ebbene, anche questa è a
pagamento. Metà prezzo rispetto a quella in bottiglia, ma anch'essa a
pagamento. E la gente beve, estasiata. Vedere per credere.
Che dire? Come gli abitanti della Somalia o del Mali, siamo disposti a
pagare ciò che ci sarebbe dovuto gratuitamente. Abbiamo rinunciato a
considerare l'acqua come pubblico bene. La nostra sconfitta, prima che
economica, è culturale. La grande vittoria del secolo scorso fu l'acqua
nelle case. Oggi abbiamo accettato di tornare indietro. Siamo
ridiventati portatori d'acqua. Come gli etiopi, arranchiamo per le
strade con carichi inverosimili d'acqua e non riflettiamo che il valore
reale della medesima è appena un centesimo del costo della bottiglia.
Meno del costo della colla necessaria a fissare l'etichetta.
Il dramma non è solo lo scempio delle risorse, ma la nostre
insensibilità alla rapina in atto. Abbiamo accettato di farci derubare.
Siamo un popolo rassegnato, e i signori delle risorse lo sanno
perfettamente. Il dossier di un'azienda multinazionale finlandese
descrive così una regione italiana del centro: "facilità di
penetrazione, costi d'insediamento minimi, zero conflittualità sociale".
Soprattutto, "poche obiezioni ecologiche".
Sembra il Congo, invece è Italia. Grazie di avermi ascoltato.
Paolo Rumiz
Paolo Rumiz è inviato speciale del quotidiano di Trieste Il Piccolo e
segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanico-danubiana. Di recente ha
iniziato a scrivere anche per il quotidiano La Repubblica di Roma. Ha
vinto nel 1993 il premio Hemingway per i suoi servizi dalla Bosnia, e
nel 1994 il premio Max David come migliore inviato italiano dell'anno.
Nel novembre 2001 si è recato ad Islamabad ed in seguito a Kabul, per
documentare l'attacco americano all'Afghanistan. |