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Al
cinema Giardino con lo sconto del vostro
giornale per i ragazzi sino a 30 anni
Orario
spettacoli:
venerdì: unico spettacolo ore 21
sabato: ore 20,30 e 22,30
domenica: ore 16,30 - 18,45 - 21 .
Per i ragazzi sino a 30 anni, sconto di 2.5€ con
il coupon che trovate cliccando in alto nella
home page del vostro giornale
Trama:
Bologna, anni '50. Le sensazioni, le emozioni
che questa città riusciva a trasmettere ad un
ragazzo di diciotto anni. Alla nostalgia per
l'Italia - e per la Bologna - della sua
gioventù, Pupi Avati ci ha abituati da sempre.
Così come al tocco leggero, impressionista, con
cui descrive il tempo che fu. Ma la la sua
ultima fatica, Gli amici del bar Margherita, non
è un semplice ritorno alle atmosfere alla Jazz
Band. Perché a stemperare la dolcezza dei
ricordi ci sono i comportamenti cinici,
spregiudicati, cattivi di quasi tutti i
personaggi del film. Dal ragazzino protagonista
(Pierpaolo Zizzi) che nasconde la morte del
nonno pur di fare la festa di compleanno, alla
maestra di piano (Luisa Ranieri) che si fa dare
soldi e gioielli in cambio di favori da un
allievo ultraottantenne.
L'elenco potrebbe continuare, in un campionario
di piccole nefandezze: fra le tante, uno scherzo
crudele a danno di un aspirante cantante (Fabio
De Luigi), il cui sogno è partecipare al
Festival di Sanremo; il matri monio di un
giovane uomo ingenuo e semi-autistico (Neri
Marcorè) fatto saltare da un suo presunto amico
(Diego Abatantuono) con la complicità di una
prostituta (Laura Chiatti); e le molestie
indiscriminate ai danni delle donne da parte di
un siciliano piazzista di auto rubate (Luigi Lo
Cascio), che cerca di guardare la biancheria
intima di tutte quelle che passano.
Certo, trattandosi di Avati, la nostalgia resta
un elemento dominante. Per il resto, il film
(nelle sale da venerdì, con distribuzione 01)
ruota tutto attorno al luogo di ritrovo per
eccellenza di quegli anni, un bar. Il bar
Margherita, appunto, con i suoi clienti fissi,
rigorosamente maschi: complici, amici, spesso
spregiudicati nei reciproci rapporti. A
guardarli, con occhio incantanto, è il giovane
Teddeo detto Coso, alter ego del regista: è lui
che fa di tutto per entrare nel gruppo,
sfuggendo alla sorveglianza della madre (Katia
Ricciarelli), già alle prese con l e bizzarie
del nonno (Gianni Cavina).
E così, in una girandola di situazioni di vario
tipo, e in un alternarsi di leggerezza e di
cinismo, seguiamo i nostri eroi di provincia
quasi lungo un intero anno, il 1954. Tra
matrimoni, funerali, arresti, trasferte a
Sanremo, sfide a biliardo, foto di gruppo.
Una pellicola dalla forte impronta
autobiografica, come spesso accade con Avati.
"E' vero - racconta lui oggi, in conferenza
stampa - mi riconosco completamente nei
comportamenti di Coso. Anch'io come lui, da
ragazzo, facevo fatica a farmi notare. Qui
insomma racconto una generazione di giovani che
non contavano nulla, e questo è stato per noi
alla fine solo un privilegio. Eravamo molto più
liberi, anche di sbagliare, di quelli di oggi".
C'è poi un'altro aspetto forte, che emerge dal
film: una certa strisciante misoginia, visto che
i personaggi femminili (tranne forse la
Ricciarelli) sono tutti poco limpidi. "Sì, è
vero, c'è uno sguardo misogino - spiega Avati -
del resto parlo di una società di maschi, che
vede l'elemento femminile con paura". Quanto al
tono leggero, l'autore lo spiega con la
necessità di cercare "una gioiosità e luminosità
dell'insieme che contraddicessero totalmente il
clima struggente e doloroso del mio film
precedente, Il papà di Giovanna".
E in effetti il cambiamento di tono è radicale.
Con un tratto in comune, però: entrambe le
pellicole riguardano epoche che non ci sono più.
"Se non si girano quasi più film in costume i
motivi ci sono - riconosce Avati - sono costosi,
complessi e producono una sorta di diffidenza
nel mercato, soprattutto negli esercenti. E
dunque il 99% dei film italiani è ambientato nel
presente: mentre io penso che qualcuno debba
fare i conti col nostro passato". Lui comunque
guarda anche al futuro: lunedì comincia le
riprese di Il figlio più piccolo, con Laura
Morante, Luca Zingaretti e Christian De Sica in
un insolito ruolo drammatico.
Ma oggi i riflettori sono tutti per Gli amici
del bar Margherita, il suo regista e il suo
cast. Fra i tanti interpreti, Neri Marcoré
sottolinea come il periodo degli anni Cinquanta
fu "particolarmente contraddittorio, con
velocità diverse. Con un forte senso di
spaesamento. E con l'eredità della seconda
guerra mondiale ancora vicina". Più scanzonato
il commento di Luigi Lo Cascio, a proposito del
suo personaggio di ladro d'auto dalla risata
folle: "Il momento più bello della mia vita -
racconta - è stato quando ho girato la sequenza
del night club (in mezzo a un gruppo di
signorine in biancheria intima, ndr): sullo
schermo dura pochi minuti, ma io per girarla
sono stato lì un intero giorno... è stato
appagante
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