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Riceviamo
e pubblichiamo
Il gesto plateale di Berlusconi di stracciare, durante una
manifestazione elettorale, il programma del PD, definito “carta
straccia”, non è solo un atto di cattivo gusto, di quella arroganza
politica che caratterizza il personaggio.
Ciò che è peggio, è che tale gesto rappresenta un ritorno inconsapevole
a quella vecchia politica che usa la tattica di vomitare veleni ed
insulti contro gli avversari, proprio per sfuggire ad un confronto
concreto sui programmi e sui problemi veri del Paese, riproponendo
quella strada che, ormai è chiaro, ha finito per svuotare la politica e
far sprofondare il Paese nella attuale profonda crisi di sfiducia.
Bene ha fatto Veltroni a non cadere nella trappola di questa
provocazione ed a proseguire lungo la propria strada che si caratterizza
da un lato, per il grande rispetto degli avversari e, dall’altro, per
una campagna elettorale tutta incentrata sul rapporto con la gente e
nell’ opera paziente per raccogliere consensi su un “programma ambizioso
e realistico, che si pone l'obiettivo di cambiare il Paese, di
innovarlo, di garantire un futuro per noi e le nuove generazioni”.
A questo punto, non c’è da stupirsi che da un lato Berlusconi cerchi di
sminuire Veltroni presentando il suo programma come carta straccia e,
dall’altro, i piccoli partiti di centro o della sinistra arcobaleno
cerchino di bollarlo come tattica per un “inciucio” Berlusconi- Veltroni.
Tutto ciò non nasce solo da una incapacità della vecchia politica di
confrontarsi sui programmi, limite che ha impoverito la politica stessa,
ma rappresenta anche una naturale reazione al fatto che il progetto di
innovazione politica, avviato dal PD, incomincia a prendere corpo, a
consolidarsi e svilupparsi.
E questo progetto fa paura a tutti coloro che avevano confidato nelle
elezioni anticipate, sia per impedire il referendum sulla legge
elettorale, sia come mezzo tattico per procrastinare ancora una volta
quelle riforme di cui il Paese ha certamente bisogno da tempo ma, come
si è visto, sono osteggiate con ogni mezzo, da un lato, dai mestieranti
della politica che temono di perdere i loro privilegi e, dall’altro, dai
piccoli partiti che si vedrebbero così privati dei loro poteri di veto e
interdizione.
E’ ormai evidente a tutti che da anni, un manipolo di politici di
ventura e trasformisti pronti a passare da una parte all’altra, o di
profeti di ideologie vuote e fuori dal tempo, riescono comunque con i
loro tatticismi a tenere in scacco il Parlamento e ad impedire ogni
decisione su quelle riforme necessarie a metterci al passo con le
democrazie più avanzate del mondo, determinando questa situazione da
“Paese bloccato”.
L’originalità di questa campagna elettorale sta tutta nel fatto che,
finalmente, con la nascita originale del PD, frutto della mobilitazione
di milioni di cittadini e soprattutto con la sua decisione di correre da
solo e di non lasciare più spazio alcuno ai giochi tattici, si sono
riaperti i giochi, consentendo così per le prossime elezioni di
rimettere veramente nelle mani dei cittadini una possibilità reale di
scelta su quale progetto di governo per lo sviluppo del Paese, come
avviene nelle grandi democrazie.
I cittadini stanchi e sfiduciati dal triste spettacolo offerto dalla
politica devono riflettere proprio su questo aspetto e chiedersi a che
cosa deve servire il loro voto.
Deve servire ad affermare sugli altri la propria personale ideologia o
identità? Beh, allora temo che non basteranno ancora i 177 simboli di
partiti presentati a Roma per le prossime elezioni, che ci accomunano
più all’Africa tribale, che all’Europa democratica.
O deve servire ad individuare e promuovere un progetto di governo,
scelte di sviluppo, un progetto di società, che consenta ai cittadini di
ogni sesso, età, razza e religione, di poter perseguire in libertà il
proprio progetto di vita?
Se la scelta come credo è quest’ultima, allora è bene che ogni cittadino
impari a valutare la credibilità dei programmi e degli uomini e partiti
che li propongono.
Con questa convinzione Veltroni sta facendo il giro di tutte le province
dell’Italia per far conoscere il programma di governo del PD.
Un Programma che mette al centro quattro punti chiave per l’Italia come
soggetto facente parte di una complessa e mutevole comunità
internazionale.
A livello di politica internazionale, il Pd propone un’Italia che, sulla
scia di quanto attuato dal governo Prodi, scelga la via del
multilateralismo e, nel processo di integrazione comunitaria, punti ad
“un’Europa massima possibile”, un’Italia che miri a diventare per il
Mediterraneo “un hub politico ed economico” di livello mondiale, e che
rafforzi la sua amicizia con gli Stati Uniti d’America.
Per fare tutto ciò, si legge nel programma, il nostro Paese deve
“riconquistare una posizione di primato nello sviluppo di qualità”. Deve
perciò risolvere quelli che sono i quattro problemi principali che
l’affliggono: l’inefficienza economica, la disuguaglianza sociale, la
ridotta libertà di perseguire il proprio disegno di vita, la scarsa
qualità della democrazia.
Il progetto del Pd si basa su dieci pilastri fondamentali ed un metodo
che non è fantasia, ma corrisponde alle migliori esperienze di governo
del centrosinistra.
Fra i dieci pilastri fondamentali sono individuati: la sicurezza, uno
sviluppo di tipo “inclusivo”, la promozione della concorrenza e del
merito come unico strumento per l’accesso al mondo del lavoro, un
welfare di stampo universalistico contrapposto a quello
particolaristico, l’educazione come ascensore sociale, una spesa
pubblica più razionale e con meno sprechi, riassumibile con
l’espressione “spendere meglio spendere meno”, un fisco meno opprimente
che premi i contribuenti leali – “pagare meno, pagare tutti” - , il
diritto dell’economia che liberi le energie vitali, la sostenibilità e
la qualità ambientale, uno stato forte che si occupi della sussudiarietà.
Come metodo privilegiato per governare il cambiamento e per affrontare
le sfide indicate, viene riproposto quello che già nel 1993 salvò il
Paese dalla crisi economica, e che da allora è diventato, ad esempio,
stile di governo nella nostra regione, cioè un patto per la qualità
dello sviluppo, che nel programma viene definito: “un nuovo patto per la
crescita della produttività totale dei fattori”.
Al centro di questa proposta di patto vengono poste dodici azioni di
governo, entro le quali si può racchiudere l’insieme dei provvedimenti
necessari per invertire la crisi economica e sociale nella quale il
nostro Paese sembra stia precipitando.
Nell’economia di questo articolo mi limito a citarne i titoli:
1) Stato: spendere meglio e meno
2) Per un fisco amico dello sviluppo
3) Cittadini e imprese più sicuri
4) Diritto alla giustizia giusta
5) L’ambientalismo del fare
6) Stato sociale: più eguaglianza e più sostegno alla famiglia, per
crescere meglio
7) Cultura, scuola, università e ricerca: più autonomia, per l’equità e
l’eccellenza
8) Imprese più forti, per competere meglio
9) Concorrenza produce crescita
10) Sud e mediterraneo
11) Democrazia governante
12) Oltre il duopolio, la tv dell’era digitale.
Si tratta di azioni di governo che questa volta sono garantite, non da
un’alleanza raccogliticcia, ma da un partito veramente nuovo, che è
stato costituito dai tre milioni e mezzo di italiani che hanno votato
alle primarie del 14 ottobre scorso e le cui idee, da cui trae linfa
vitale il programma, sono oggi fissate nei documenti fondamentali:
Manifesto dei valori, Codice etico, Statuto e Regolamento candidature,
recentemente approvati dall’assemblea costituente eletta dalle primarie,
e che, per ogni esigenza di approfondimento, sono facilmente reperibili,
assieme al programma di governo, nel sito ufficiale
www.partitodemocratico.it.
Adriano Manaresi
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