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Riceviamo e pubblichiamo
Chi, come me, ha compiuto diciotto anni per la terza volta ricorderà che
era comune tra i bambini della fine degli anni cinquanta ingaggiare dispute
irrisolvibili che inevitabilmente finivano “…e allora io chiamo i Russi” “...e
allora io chiamo gli Americani”. Era il nostro modo di partecipare alla
guerra fredda.
Caro Arrigo, leggendo queste tue considerazioni mi sono ritornate alla mente
quelle ingenue affermazioni. Oggi non siamo più bambini e il nostro compito
di cittadini e padri è quello di saper distinguere tra l’impulso emotivo e
la razionalità. Abbiamo imparato, anche a nostre spese, che l’assenza di
regole nel sociale crea il terreno più fertile per il sopruso e la
prevaricazione, che il debole può trovare unico rifugio nella legalità. Non
basta essere ai margini della società per essere definiti deboli: chi, pur
anche ai margini della società delinque è un prevaricatore indipendentemente
dall’etnia o dal colore della pelle o dalla nazionalità. In questo momento
in cui assistiamo a grandi movimenti migratori non possiamo prescindere
dalla formulazione di principi atti a regolarli anche se restrittivi ma che
evitano l’accentuarsi di contrasti e di quello che oggi viene chiamato con
colpevole eufemismo “disagio sociale”. La nostra comune fede ci ricorda che
Cristo ci ha detto “Cercatemi là dove sono i derelitti, coloro che soffrono…
coloro che hanno perso la speranza…” Sì, questo è il nostro dovere: diamo
loro un’opportunità non un’impunità.
Paolo Masironi
Vediamo di evitare però qualsiasi riferimento alla guerra fredda,
respingendo l’attacco dei media alla “caccia” allo straniero.
Condivido pienamente tutte le righe sulle legalità e in particolare,
soprattutto, che chi delinque è un prevaricatore INDIPENDENTEMENTE
dall’etnia.
Non altrettanto posso dire per quanto riguarda la regolamentazione dei
movimenti migratori. Migratori da dove e per dove? Dall’Italia al Sud
America? Dalla Sicilia al Piemonte? Dalla Romania all’Italia? Da altri
territori al NOSTRO? Nostro? Nostro territorio?
Io non ho mai capito perché sono nato a Lugo, in Emilia-Romagna, in Italia.
Nemmeno mia madre è mai riuscita a farmelo capire.
Arrigo Antonellini |