CHI PAGHERA’ IL CONTO PIU’ SALATO NELLA CRISI DEI MUTUI SUB-PRIME?

Ma perché un 7-8% di famiglie statunitensi, che hanno contratto mutui per l’acquisto della casa negli ultimi 6 anni, ed ora sono in difficoltà nel pagamento delle rate, sono in grado di provocare una crisi finanziaria di livello mondiale? Se azzardiamo estendere la valutazione a tutto lo stock dei mutui delle famiglie statunitensi, quindi anche quelli precedenti il 2002, anno di nascita dei mutui sub-prime, l’incidenza si dimezza oppure si riduce ad un terzo di quel 7/8%; ossia il 2/3% delle famiglie statunitensi che hanno in corso un mutuo per l’acquisto della casa sono in difficoltà nel pagamento delle rate. Ma chi sono questi americani che godono di un potere finanziario così forte? Solitamente, quella che non riusciva a pagare le rate non era gente, pur rispettabile, ma che era incorsa in qualche vicissitudine e che, quindi, di potere finanziario … neanche l’ombra, anzi!
Non voglio procedere nella banalizzazione, perché è chiaro che il problema è complesso e presenta forti connessioni fra economia reale e finanza, con il rallentamento del mercato delle abitazioni che si ripercuote sui livelli produttivi del paese: quindi, il ristabilimento di un equilibrio della componente finanziaria non significherà necessariamente la ripresa delle crescita economica e del benessere ai livelli precedenti.
Voglio invece chiedermi come se la manderanno le tante famiglie statunitensi che già ora non sono in grado di pagare le rate dei mutui e si troveranno, nel migliore dei casi, a dover rifare i conti con il problema abitativo. Chi aveva visto la casa come la realizzazione di un sogno, chi aveva sognato troppo, chi era stato mal consigliato, chi aveva fatto bene i calcoli ma ha subito una riduzione di entrate, ecc...: a chi si rivolgono costoro, ora che il tritacarne dell’ingegneria finanziaria gli ha “strutturato” il suo debito, lo ha impacchettato, e lo ha venduto – ad esempio – ad una società di fondi comuni, che lo ha messo in portaglio preferendolo ai titoli di stato; ed una quota di quel fondo è stata acquistata dal vicino di casa del nostro mutuatario, che aveva finito di pagare il mutuo e che aveva disponibilità liquide, ma ora ci sta rimettendo anche lui!
Ci rimette il debitore; ci rimette il creditore, che stanno ai due estremi della catena. Ma, allora, chi ci guadagna?
Il mutuatario “sub-prime” non ha più il rapporto con la sua banca, che ha venduto il credito. “L’avesse conservato – pensa - forse avrei potuto accordarmi con lei ed avremmo trovato un modo per venirne fuori. Ma ora il mio mutuo è assieme ad altri milioni di mutui, impacchettato, sbattuto in prima pagina, declassato fino a diventare “spazzatura” (yunk)“.
A poco conta dirgli che aveva fatto il passo più lungo della gamba: a uno che annaspa serve un salvagente, non un macigno. Eppure, gli strumenti finanziari in sé, anche quelli sofisticati ed incomprensibili ai più, non sono merce cattiva ma, come tutte le cose, dipende da come li si usa: riutilizzare più volte gli stessi fondi significa aumentare l’efficienza del sistema, e questo è buono perché crea ricchezza. Ma nella catena, che dovrebbe avere anelli tutti uguali per un equilibrio dei processi, ci sono spesso anelli forti che, in tensione, spezzano quelli più deboli.
E penso che sia proprio il nostro ex proprietario di una casa nell’Oregon, di cui nessuno parla in questi giorni, a pagare il prezzo più salato.

Raffaele Clò

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