
PRECARIO NECESSARIO?
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Alcuni
dicono che il precariato, se è un male, è un male necessario. Perché
siamo nel terzo millennio, perché è così che funziona l’economia della
comunicazione e della conoscenza, perché le imprese hanno bisogno di
flessibilità, perché dobbiamo affrontare la competizione internazionale,
perché altrimenti l’occupazione non cresce. Il primo punto in effetti è
corretto. Gli altri punti invece sono tutti ampiamente criticabili, ma
soprattutto è errata l’idea che l’Italia grazie alla precarizzazione
abbia affrontato in modo“sano” i suoi problemi rispetto a occupazione e
disoccupazione. È vero che le imprese e la stessa competitività
dell’Italia hanno bisogno di flessibilità. È falso, invece, che le forme
di flessibilità adottate in questi anni siano utili all’economia. Per
chiarire questo punto bisogna fare qualche distinguo sulle diverse forme
di flessibilità introdotte in Italia. Da un lato ci sono forme più
“sane”, che rispondono a reali esigenze di flessibilità organizzativa.
Tra queste ci sono i contratti a tempo determinato, l’apprendistato, e
persino quelle fattispecie “iperflessibili” che vanno dal lavoro
interinale al job sharing e al lavoro a chiamata. Tutte queste hanno
regole certe che tutelano il lavoratore, e possono rappresentare un modo
per i giovani di entrare nel mercato del lavoro. E se questo percorso in
molti casi diventa difficoltoso la colpa è più dell’economia che va male
che di vizi particolari di questi contratti. Dall’altro lato c’è il Far
West rappresentato da quel contratto di lavoro che è talmente precario
che quando hai finito di dire come si chiama è già finito:il contratto
di collaborazione coordinata e continuativa. Che più che aiutare i
giovani ad inserirsi nel mercato del lavoro ne ha tenuti milioni ai suoi
margini. Per capire questo punto bisogna tornare alle sue origini: il
vero problema infatti è che è un contratto nato male. Prima del ’96,
l’unico modo regolare per prendere un lavoratore per un periodo breve
era quella di assumerlo con un tempo determinato, dandogli una paga equa
(rispetto a quanto guadagnano lavoratori equivalenti impiegati in lavori
simili), e pagando anche contributi sociali, ferie, tredicesima e
liquidazione (che non sono “regali” ma sono previsti in quasi tutto il
mondo civile, da un secolo a questa parte). Poi c’era la via
alternativa, molto vicina al lavoro nero, che era quella di proporre un
contratto di prestazione d’opera occasionale, magari con la promessa di
una futura assunzione, evitando così di pagare contributi e tutto il
resto, e potendo proporre una paga senza preoccuparsi che fosse equa
oppure no. Nel ’96, quando nasce la famigerata formula della
“collaborazione coordinata e continuativa”, la via alternativa diventa
la via principe. L’idea del legislatore era probabilmente opposta, era
quella di far sì che anche per le prestazioni di lavoro occasionale si
versassero dei contributi sociali. Di fatto, si è finito per legalizzare
la prassi di mascherare dei rapporti di lavoro dipendente sotto
l’etichetta del lavoro “coordinato”. Etichetta che, essendo stata creata
dal legislatore, è risultata ancora più innocente della prestazione
occasionale. In assenza di controlli efficaci non c’è voluto molto
perché si cominciasse a utilizzarla anche per lavori di durata di anni
(altro che “collaborazione”), e persino nei call-center (l’equivalente
moderno della catena di montaggio). Uno potrebbe dire “beh, sono sempre
lavori, e poi se durano anche…”. Peccato che il legislatore, non
intendendola una forma di lavoro tipica, non abbia pensato di fornire le
tutele che sono dovute al lavoro tipico. Così, chi ne ha voluto
approfittare, si è garantito una forma di lavoro a costi stracciati
Rispetto al lavoro dipendente il risparmio era di circa il 40%, meglio
di un tre per due al supermercato, e una generazione di lavoratori si è
trovata a lavorare per anni mettendo da parte quasi nulla per la propria
pensione, e con un livello di tutele da Inghilterra dei tempi della
rivoluzione industriale. Basti pensare che solo nel 2000 è arrivata la
copertura per gli infortuni e le malattie professionali. Del diritto di
sciopero ovviamente ancora niente. Il problema ulteriore è che, se già
le cococò sono nate male, la legge Biagi, a parte cambiare il nome in un
“cocoprò” dal suono appena meno avicolo, è stata una riforma per molti
versi peggiorativa. Anche in questo caso le intenzioni iniziali erano
buone, nella direzione di limitare l’utilizzo improprio delle
collaborazioni. Per far questo la legge richiede una forma scritta del
contratto (prima non era necessaria), e che si identifichi uno specifico
progetto. Se non si può identificare un progetto l’impresa può essere
obbligata ad assumere il lavoratore con un contratto di lavoro
dipendente. È questa, in effetti, la clausola che è stata recentemente
chiamata in causa dall’Ispettorato del lavoro per imporre l’assunzione
di alcune migliaia di lavoratori dei call-center (vi sembra credibile
che le migliaia di lavoratori di un callcenter abbiano ciascuno il
proprio progettino specifico da svolgere?). Peccato che la stessa legge
stabilisca (art. 69) che il controllo del giudice “non può essere esteso
fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche,
organizzative o produttive che spettano al committente”. E che con la
circolare 1/2004 Maroni, come ulteriore liberalità, abbia precisato che
una cocoprò può essere rinnovata quante volte vi pare. Come dire, basta
far la fatica di scrivere una volta all’anno un progetto ad hoc e si può
tenere un dipendente a vita come collaboratore. Inoltre una ricerca
recente dell’ Ires, condotta su un campione di persone che hanno aperto
una partita Iva tra il 2003 e il 2004,mostra come nel 50% dei casi
questi l’hanno aperta perché gli è stato chiesto dal datore di lavoro,
pena il non rinnovo del contratto. Alcuni dicono che se si riformassero
ancora le cocoprò o se si rendessero più severi i controlli il risultato
sarebbe l’aumento del lavoro nero. Se un imprenditore ha un’attività che
riesce a stare in piedi solo a costo di sottopagare un lavoratore, o
solo a costo di farlo lavorare in nero, allora un Paese che vuole
svilupparsi in modo sano può anche farne a meno, così si fa spazio ad
altri imprenditori, magari un po’ più capaci, e che non abbiano il
vizietto di andare a comprare al mercato degli schiavi. |