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Ricordo quando da piccolino arrivava a casa l’uomo
dell’acqua, che non era un personaggio di fantasia, ma semplicemente
l’incaricato del supermercato alla consegna delle bottiglie di vetro piene e
allo stesso tempo al ritiro di quelle vuote. Passati ormai dieci e più anni
ora “l’omino dell’acqua” rimane solo un ricordo in quanto ci siamo da tempo
abituati a comperare al supermercato l’acqua di cui abbiamo bisogno.
Ora quando i nostri nipoti ci chiederanno cosa facevamo mentre il petrolio
si stava esaurendo dovremo ammettere che eravamo impegnati a cercare i modi
più fantasiosi per sprecarlo, dalla produzione di neve artificiale per i
giochi invernali all’impiego dei camion leggeri - i famigerati Suv - per
andare a fare la spesa. In pool position fra i comportamenti più demenziali
spicca, senza dubbio, l’innamoramento planetario per l’acqua imbottigliata
nella plastica, il cui consumo è salito vertiginosamente negli ultimi anni.
Cosa c’entra l’acqua con il petrolio lo spiega molto bene un rapporto dell’Earth
Policy Institute di Washington nel quale, fra le altre cose, compaiono le
prime stime del costo energetico dell’ubriacatura da minerale. Viene fuori
che l’acqua in bottiglia - nel 40 per cento dei casi semplice acqua di
rubinetto con l’aggiunta di qualche sale minerale - rosicchia circa un
milione e mezzo di barili di greggio ogni anno soltanto per produrre delle
bottiglie di plastica che ci metteranno circa 1000 anni a biodegradarsi,
quasi tutte utilizzate una sola volta. Ora, considerando che con un milione
e mezzo di barili si mandano avanti 100 mila automobili per un anno, siamo
nel campo di quegli inesplicabili comportamenti che spingono alcune specie
animali come i Lemming, piccoli roditori simili a criceti, a suicidarsi
gettandosi in massa dalle scogliere.
Non si spiega altrimenti una scelta così demenziale da ogni punto di vista.
Secondo gli organismi internazionali che si occupano di salute, l’acqua in
bottiglia prodotta dai grandi marchi dell’imbottigliamento spesso non è
affatto più salubre anche se costa la bellezza di diecimila volte di più di
quella del rubinetto ed il suo consumo è decisamente inspiegabile in paesi
come l’Italia, che dispongono di una riserva idrica di qualità eccellente.
Il guaio è che la diffusione dell’acqua in bottiglia ha buon gioco in paesi
come l’India e la Cina , dove la potabile è ancora un lusso che i governi
non riescono a garantire. Il che, oltre al greggio impiegato per fabbricare
le bottiglie, aggiunge un altro po’ di sprechi per il trasporto e infine lo
stoccaggio di un’enorme quantità di rifiuti. La cosa divertente - si fa per
dire - è che l’alternativa c’è da parecchio tempo e, almeno nei paesi
industrializzati, può contare su di un sistema articolato e capillare - gli
acquedotti - che presentano anche il vantaggio di essere facilmente
monitorabili. In questo, come in altri numerosi casi, l’idolatrata
modernizzazione va controsenso, mentre la maggioranza dei consumatori,
accecati da una valanga di spot sulle acque “purissime”, buttano via soldi e
fatica (comprare e portare l’acqua delle bottiglie nella proprie case).
Tutto questo con la benedizione dei decisori politici che guardano soltanto
al Pil (quella dell’imbottigliamento è un’industria che tira) e, da più di
trent’anni, confezionano normative che privilegiano le minerali rispetto
alla bistrattata “acqua del sindaco”.
Alessandro Antonellini
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