UNA VITA PER GLI ALTRI: ROBERTO VALENTI

Ha l’aspetto quasi da adolescente, il fisico asciutto e agile di chi è abituato a lavorare senza sosta. Ma, appena si incontra il suo sguardo mite e profondo, limpido e penetrante ad un tempo, ci si rende conto di avere di fronte una persona non comune: è “fratello” Roberto Valenti, nato a Massa Lombarda, missionario laico del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere, uno dei quattro istituti missionari italiani) che opera, attualmente, nientemeno che in Papua –Nuova Guinea e con un ventennio di vita missionaria alle spalle. Averlo conosciuto da bambino, terzo di sette fratelli, e rivederlo ora, da adulto, con quanto conosco di lui, mi fa sentire una nullità, anche se i modi gentili, il parlare misurato, l’abitudine ad ascoltare più che a farsi ascoltare, l'interesse verso la mia persona, mi mettono subito a mio agio. Non ha fretta di parlare di sé, non è ritrosia la sua ma, piuttosto, una forma sincera di modestia, in un mondo dove la gente non vede l'ora di esibirsi, darsi delle arie e comparire a tutti i costi, anche senza aver fatto nulla di nulla. Allora comincio con le domande sulla sua vita e sulle esperienze vissute ed egli ne è contento, ma ne parla con umiltà, come se tutto fosse, o fosse sempre stato normale, mentre, invece, tutto è straordinario. A partire da quando, poco più che ventenne decise di entrare nel CIME, fino alla sua partenza, dopo sei anni di formazione (di cui due già all’estero ), per terre lontane, dall’Amazzonia al Bangladesh, rischiando come minimo la salute, se non la vita. Dal 1998, vive nella difficilissima missione di Watuluma in Papua-Nuova Guinea, una delle 435 isole della diocesi di Alotau e, in questi anni è tornato a casa, dai suoi cari soltanto due volte. La prima domanda che vorrei porgli è questa: “Come mai, dopo aver frequentato brillantemente la scuola superiore ed esserti diplomato come perito elettricista, invece di intraprendere una brillante carriera e crearti una famiglia, hai deciso di rinunciare a tutto? ” Ma, mi sembra di violare qualcosa di intimo, di personale, e rimando. Alla fine, quando sto per lasciarlo, piena di ammirazione per la speciale testimonianza che ho ascoltato, è lui stesso a rispondermi, come se mi avesse letto nel pensiero:” Qualcuno mi ha portato a capire che la vita ha un senso quando è vissuta per servire gli altri. Si tratta di una scelta che si rinnova ogni giorno: rifletti, pensi, preghi, cerchi di stare in contatto con la parola di Dio….fidarsi di Lui… Il nostro impegno di missionari laici è analogo a quello dei sacerdoti.” Per tutto il tempo della nostra conversazione non ha mai parlato né di privazioni, né di pericoli, magari, sì, di difficoltà, ma senza enfatizzare. Eppure, nella difficile missione di Watuluma, diocesi di Alotau, dove ora svolge la sua preziosa opera, il PIME ha lasciato, nel tempo, numerose vittime, come padre Mazzucconi, poi beatificato, trucidato nel 1855. Quelle popolazioni disprezzavano i missionari e non sapevano spiegarsi perché fossero andati nelle loro terre. Soltanto dopo una lunga assenza, nel 1980, il PIME ritornò nella parte meridionale della Nuova Guinea, ma ancor oggi, difficoltà di comunicazione, territori inaccessibili, ostilità da parte di alcuni gruppi indigeni, rimasti isolati dal resto del mondo, mettono a dura prova i missionari, sacerdoti, suore e laici, che vi lavorano. È una delle zone più affascinanti del globo ma “agli antipodi rispetto a noi, non solo per ubicazione, ma anche per abitudini, cultura, mentalità, interessi e in cui le condizioni di sicurezza sono oltremodo precarie “. Se pensiamo a ciò di cui disponiamo nelle nostre case il contrasto appare ancora più stridente: qui c'è di tutto, là manca tutto: non c’è luce elettrica, le case sono di legno, le strade sterrate; ci si muove a piedi o via mare, ( anzi via Oceano Pacifico) con barche e canoe. La natura è lussureggiante, bella e selvaggia, ma la malaria è di casa e frequente causa di morte. La missione in cui opera il nostro Roberto è impegnata su molti versanti, con almeno tre obiettivi: evangelizzazione, educazione e sanità. Quattro sono le istituzioni: parrocchia, scuola, ospedale (dove manca il medico chirurgo), scuola media superiore con i laboratori. Sono stati ricostruiti la Chiesa, l'abitazione dei missionari, i laboratori, le scuole che ricordano le nostre strutture, dove svolgono la loro missione un sacerdote, sei suore, un missionario laico e un volontario. Roberto, esperto perito elettricista è riuscito, finalmente, a far funzionare un moderno e potente generatore di corrente che garantisce luce alla missione e possibilità di funzionamento alle moderne macchine dei laboratori. Poi, essendo il solo missionario laico rimasto, si occupa dei ragazzi, accogliendoli nelle scuole, ai corsi di formazione professionale; con l’aiuto di alcuni istruttori locali, li avvia ai lavori specializzati, di falegnameria innanzitutto, perché quella terra é ricca di legno pregiato, ma anche di elettricità, edilizia e panetteria. Le condizioni meteorologiche, poi, non sempre sono favorevoli e nel 2004 l'unica precaria linea telefonica che collega quell'isola con il resto del mondo, non funzionò quasi mai. Roberto conta di una radio per ascoltare le notizie, ma non dispone né di televisore né di altri strumenti tecnologici che si trovano solo in città, distante diversi giorni di barca. D'altra parte non avrebbe nemmeno il tempo di servirsene, tanti sono i suoi compiti. Le immagini fotografiche parlano da sé e quando il missionario ricorda i successi ottenuti con tanta fatica come, ad esempio, la costruzione del pontile di legno per l'attracco delle barche, gli occhi di Roberto brillano di soddisfazione. Certamente quella vita è dura e ci si deve basare sull’ essenziale: “é una scelta, un impegno personale, a vita, egli ribadisce, per portare il Vangelo, nel dialogo con le altre religioni, con un grande carico di passione per Dio e per i fratelli… solo quando saremo arrivati a costruire qualcosa che sta in piedi da sola, allora sapremo che è arrivata l'ora di rischiare e ricominciare di nuovo altrove”. Roberto tornerà fra pochi giorni nella sua isola, dove la sua presenza e la sua opera sono indispensabili.

Armanda Capucci

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