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L'Italia è uno dei paesi europei che ha il minor numero
di laureati, tuttavia è il paese con il maggior numero di laureati
disoccupati. Comprendere i motivi di questa apparente contraddizione non è
difficile. Il problema nasce dalla struttura dell'economia italiana che è
quella in cui (tra tutti i paesi europei) la piccola e media impresa ha il
peso maggiore.
In Italia c'è una vera e propria atomizzazione delle imprese, il numero di
quelle con meno di dieci dipendenti è estremamente elevato. Nelle piccole
imprese i ruoli direttivi e di selezione solitamente vengono svolti
dall'imprenditore o dai parenti dell'imprenditore, i ruoli amministrativi
spesso sono gestiti dall'esterno ed ecco che l'unica cosa che serve sono gli
operai. Tuttavia siccome spesso i piccoli imprenditori non hanno molta
cultura economica essi tendono ad andare bene nel momento in cui la
situazione economica è stabile e ad entrare in crisi nei momenti di
cosiddetta turbolenza (come quelli attuali).
Nei momenti come quello che stiamo vivendo le conoscenze economiche e
giuridiche sarebbero state molto utili ai piccoli imprenditori e all'intera
economia italiana, non è un caso che l'Italia abbia risentito più della
maggior parte degli altri paesi europei della crisi economica
internazionale.
La mentalità deve cambiare e si deve iniziare a comprendere che alcune
competenze non possono prescindere da studi approfonditi, soprattutto per
quanto riguarda la gestione tecnica ed economica delle aziende.
Fino agli anni novanta era lo stato ad assorbire la maggior parte dei
laureati, nei ruoli della P.A., attualmente, in seguito alle politiche
restrittive, tutti questi posti sono venuti a mancare, ecco alcuni dei
motivi della disoccupazione di molti laureati.
I maggiori quotidiani riportano la notizia che il deficit italiano è fuori
controllo, questo significa che la P.A. continuerà ad assumere poco
personale, nello stesso tempo, anche per merito della riforma scolastica, i
laureati stanno aumentando ma con essi purtroppo non aumenta l'intelligenza
del Paese o almeno di chi ricopre i posti di comando. Se le competenze dei
laureati italiani non servono a questo tipo di mercato, allora forse
avrebbero dovuto essere le imprese, in un dialogo aperto con l'Università, a
spiegare di che tipo di competenze avevano bisogno e non le Università a
creare corsi in base ai docenti "amici" che volevano una cattedra. La
situazione attuale prevede decine e decine di corsi di laurea diversi dove
molto spesso sono gli stessi professori ad alternarsi l’insegnamento.
Dobbiamo capire che anche l'Università in Italia spesso è un sistema
lobbistico e questo le impedisce di essere davvero efficiente sia per le
imprese che per gli studenti.
Alessandro Antonellini
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