Affrontiamo la storia non per un semplice
fatto enunciativo, ma per vedere quando e in che
contesto storico sono nati i nostri caratteri.
La Romagna fu anticamente abitata dagli Etruschi,
occupata nel sec. IV dai Galli, fu poi conquistata dai
Romani e iscritta da Augusto nell'VIII Regione, l'Aemilia.
La Romagna è tale da tredici secoli, sfuggì al dominio
dei Longobardi e rimase sotto il controllo dei Bizantini
di Ravenna e fu chiamata Romandiola.
Dopo le invasioni barbariche i Bizantini formarono
l'Esarcato di Ravenna, fu conquistata poco alla volta
dai Franchi e poi nominalmente donata ai pontefici da
Pipino il Breve nel 754 e confermata nell’800 da Carlo
Magno, ma in realtà governatasi in maniera largamente
autonoma.
Ebbe origine così la sottomissione della nostra regione
alla Chiesa.
Separata da Roma dalla catena degli Appennini e
gravemente penalizzata da un sistema di comunicazioni
troppo carente che la tagliava fuori dal resto della
Valle Padana e la isolava per via delle sue paludi e dei
suoi acquitrini, la Romagna visse a lungo nell'anarchia
e nel disordine che le guerre locali fra le varie città
alimentavano incessantemente.
I disordini e le violenze durarono a lungo, finché nel
1364, al termine di una lunga campagna militare, il
legato pontificio riuscì a sottomettere la regione e a
riportarla sotto il controllo della Chiesa.
Ma si trattò di un controllo puramente formale.
Le città romagnole, in maggioranza ghibelline ed alleate
dell'imperatore, non riconobbero mai di fatto l'autorità
pontificia e caddero in mano a potenti famiglie locali
che crearono le signorie:
gli Alidosi a Imola, i Cunio a Lugo, i Traversari e i Da
Polenta a Ravenna, i Manfredi a Faenza, gli Ordelaffi a
Forlì, i Malatesta a Rimini, Cesena e nel Montefeltro,
gli Estensi a Ferrara.
Nacque e si affermò in quegli anni la fama dei Romagnoli
come sudditi riottosi e ribelli a qualunque disciplina e
autorità.
Dopo quasi 650 anni non siamo poi tanto diversi!
Su questa regione fra il Quattrocento e il Cinquecento
si abbatté come una furia Cesare Borgia, figlio del Papa
Alessandro VI, che assunse il titolo di Duca di Romagna.
Il dominio del Borgia fu breve. Il sogno di riunire la
Romagna in un unico Stato svanì.
Ritorna gradualmente sotto il dominio diretto della
Chiesa nel corso del Cinquecento.
Con Giulio II la regione entrò a far parte
definitivamente dello Stato della Chiesa.
Nel periodo napoleonico costituì parte delle repubbliche
Cispadana e Cisalpina, ma con la Restaurazione ritornò
al papato.
Nel 1831 fece parte delle Province Unite Italiane ma
anche questa indipendenza durò pochi mesi.
Dopo le insurrezioni del 1838, del 1843 e del 1845,
aderì alla Repubblica Romana.
La Romagna vi restò fino al 1860 quando le sue città,
con una serie di plebisciti, votarono l'annessione al
Regno sabaudo e successivamente (1861) al Regno
d'Italia.
L'annessione al Regno poteva essere l'occasione per la
Romagna di ottenere finalmente quell'unità e quell'autonomia
che per secoli le erano state negate, ma contro i
Romagnoli persistevano gli antichi pregiudizi che li
volevano rissosi, campanilisti e violenti. A tutto ciò
ora si aggiungeva l'accusa micidiale di essere
repubblicani e socialisti.
La Romagna partecipa ai moti garibaldini e mazziniani,
circostanza che non sfugge alla monarchia Sabauda ed ai
suoi governi i quali, dopo la costituzione del Regno
d'Italia, negano la realizzazione di qualsiasi
istituzione autonoma romagnola, in quanto temono che la
stessa dia esempi all'intera opposizione repubblicana
esistente nel Paese.
Nel 1864 cade definitivamente l'ipotesi di organizzare
il Regno d'Italia in termini regionalistici, e si opta
per lo Stato accentrato di tipo napoleonico.
La parola d'ordine del Governo torinese resta di
"stemperare nel moderatismo il rivoluzionarismo
romagnolo".
E' questa la "motivazione" che sta all’origine
dell’invenzione del termine “Emilia-Romagna”, coniando
un termine "Emilia", che era esistito soltanto all'epoca
augustea, per la durata di un secolo e per un territorio
assai diverso dall'attuale, consegnando, per ragioni
esclusivamente di carattere politico, l'omogeneo e ben
definito territorio romagnolo all'egemonia di zone per
nulla affini.
E tanto per non lesinare le cortesie nei nostri
confronti, l'occasione è buona anche per sottrarre alla
provincia ravennate, a favore di Bologna, Imola e parte
del suo comprensorio, e per lasciare alla Toscana ed
alle Marche, territori romagnoli ad ogni effetto.
E fu proprio un Romagnolo, Luigi Carlo Farini di Russi,
a decretarne l'unione con l’Emilia che, ripetiamo,
praticamente non esisteva più da quindici secoli.
Persa l'occasione nel 1861 di avere una loro regione
autonoma, i Romagnoli ci riprovarono nel 1947. Ma andò
male anche quella volta.
La Romagna, come abbiamo visto, acquisisce tale
denominazione 1300 anni fa con la calata in Italia dei
Longobardi, i quali non riuscirono ad occupare dei
territori dell'Esarcato.
Una situazione che si protrae per tre secoli e che fa
del nostro territorio l'unico della penisola che
conserva la lingua, le leggi, i costumi,
l'alimentazione, e tante altre cose di Roma.
Una storia tormentata, quella di questa terra che ha
conosciuto domini diversi, che prima di far parte del
Regno d’Italia è stata teatro di lotte fra il potere
temporale della Chiesa, i poteri locali, il dominio
austriaco e quello napoleonico.
Vicende che per qualche aspetto hanno influito sugli usi
e i costumi della gente, ma anche hanno stimolato un
senso di difesa delle tradizioni.
Significativo e, per certi versi, preciso il passo
dell'Inferno in cui Dante descrive l'incontro con Guido
da Montefeltro, che nella seconda metà del Duecento fu a
lungo signore di Cesena e Forlì. "Dimmi se i Romagnoli
han pace o guerra", chiede Guido a Dante, e la risposta
del Poeta non poteva fotografare meglio la tragica
situazione della regione: "O anima che sei laggiù
nascosta, Romagna tua non è, e non fu mai, senza guerra
nei cuor de' suoi tiranni".
Quindi la nostra storia evidenzia un aspetto
caratteriale di noi romagnoli: rissosi, campanilisti e
violenti, accusati anche di essere repubblicani e
socialisti, e più sommariamente, rivoluzionari.
Francesco Pirazzoli
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