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Giovani precari, immigrati,
lavoratori a bassa qualifica: intere fasce di
popolazione a rischio marginalità sociale e
politica.
Un «nuovo progetto di rappresentanza» per quella
fascia di lavoratori e di popolazione «sempre
più a rischio di marginalità sociale»: giovani
precari, uomini e donne a bassa qualifica
professionale, immigrati. E' questo l'ambizioso
programma delle Acli per i prossimi anni, come è
stato presentato nel corso di un seminario a
Roma sul lavoro e l'identità sociale, dal
presidente nazionale delle Associazioni
cristiane dei lavoratori italiani Andrea Olivero
e dal nuovo responsabile del dipartimento lavoro
Maurizio Drezzadore.
«Per molti ceti popolari - ha spiegato
Drezzadore - prima ancora della tutela manca
oggi la rappresentanza e l'accompagnamento
dentro i meandri della nuova e competitiva
società dei lavori. Nell'era della
globalizzazione e delle grandi trasformazioni,
le fasce lavoratrici meno qualificate sono
quelle più esposte ai rischi di marginalità
sociale. Il lavoro, perdendo progressivamente
senso e peso sociale, non contribuisce più a
creare le forti identità collettive che hanno
segnato la storia degli ultimi due secoli».
«Per questo motivo - ha aggiunto Dreazzadore -
il compito delle Acli per i prossimi anni non
potrà non essere quello di rappresentare i ceti
popolari e quella parte del mondo del lavoro che
oggi fatica a stare al passo con i cambiamenti,
e per questo è meno protetto e resta ai margini
della società e della stessa democrazia». Non è
un caso - sottolineano le Acli - se il tasso più
alto di "antipolitica" (22%, secondo l'ultima
ricerca Iref) cioè di passività, lontananza e
rifiuto della politica e della partecipazione
democratica, si registra proprio nei ceti
popolari a basso reddito. «Senza fornire
adeguate tutele e rappresentanze a questo pezzo
del mondo del lavoro e a questi ceti popolari -
ha concluso Dreazzadore - si rischia di creare
profonde e insanabili fratture nel tessuto
sociale e democratico del nostro Paese». |