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l'ANGOLO DELLA POESIA

 

Conosci una bella poesia, magari inedita, magari in dialetto, che vorresti vedere pubblicata? INVIACELA! postmaster@pavaglionelugo.net

(La Redazione si riserva di non pubblicare materiale dal contenuto offensivo)

 


LA MADONA DE MULÉJ

(di Ermes Buldrini)
 

A l'ho sempar savù inféna da babéj

che in te mi côr a j ò 'na Madòna

quéla de Muléj,

che la prutéz Lugh e i su zitadéj.

A ne so e mutiv, mo mè

a sta Madòna ai vôi un gran bè,

forsi e srà parché l'am piès

acsè bièca, sèza culor,

dilichéta e féjna in te su candor

e nèca parchè quand t'aj guird e pé

d'sintì adòs la caréza d'tu mé,

o forsi parché in te su Santueri

la prutéz, insé con e su Babì,

quii ch's'è 'vié e che piò in'gnè.

Lì l'al sa che in te mi côr

e su pòst u j è,

mè a l'ho sintù infena da znì

e quand a prigh e che a j ò bsògn

a m'aracmènd a Lì.

 

MANI

(di Giulia Marconi)
 

Mani tenere e vellutate
di creature appena nate.

Mani aperte a una carezza
che ti parlano d’amore.

Mani che chiedono perdono
ad un’amicizia mancata.

Mani che ti chiamano,
mani che ti allontanano.

Mani alzate ad imprecare
mani che poi sanno pregare.

Mani che chiedono aiuto,
mani tese per un saluto.

Mani invecchiate e stanche
che più non sanno parlare,
ma nel loro tiepido autunno
provano ancora ad ascoltare.

 


PREGHIERA

 

Piccola Madonna nera
sopra l’altare
stringi il tuo bambino
e nella luce dorata
orienti il pellegrino.

Possa il tuo amore
dare conforto al cuore
e sollevarci
nell’ora del dolore.

Amaci come figli
di amore puro
e vero
e fa che nel tuo
abbraccio
si illumini il pensiero.

Guidaci lungo la via
e dalle nostre vite
tieni lontano il male.


Lasciaci ali
per volare
oltre la nebbia e
il dolore, là
dove nasce il sole
 


OCCASIONI PERDUTE

(di Velia Ferrioli)
 

Un sorriso non corrisposto,
un abbraccio trattenuto,
una parola non detta,
un silenzio appeso
nell’anima.

Una vita non salvata,
la verità nascosta.
Il male domina
Il mondo.
L’inferno
su questa
terra,
il cielo offuscato
e sfugge la ragione
di questo
affanno infinito.
 


LUCUS LUGI LUGO

(di Giovambattista Ansaloni)
 

Terra .. terra...
All'alba della vita
in mezzo al bosco
fra gli argini
di due fiumi,
ebbe vita il villaggio.
Si schiuse
dall'ombra dei secoli
e fu Fondo Cento.
Si evolse intorno
alle sue pievi romane
e si fortificò
con la Rocca.
Del commercio
fu la regina
e il suo quadriportico
ne è ancora il Mercato.

 

Terra cui
tanti figli
diedero vanto:
quello dell'italica bandiera,
l'altro primo cartografo,
né fu di meno
quello che alla matematica
regalò il grande calcolo,
nei cieli l'asso
del cavallino rampante
divenne Eroe,
nella musica
si è esaltata
con un figlio
di un suo figlio.
Terra ove non si dorme
sugli allori
del passato.


Si vive... si progredisce.
Quell'agglomerato
di capanne ritrovate
ci racconta
quella favola
da cui Lugo
ebbe origine.


C'era una volta... una terra...
sì c’è ancora...

 


LA TOMBA D'FAMEJA

(di Corrado Contoli)
 

Un cuntadén l'ha spes du tri milion
par fé la tomba a totta la fameja,
e l'ha fatt un casott ch'us asarmeja
a una scatla da tnii d'i giavulon.

L'è tott zimènt armé, cun la cuppira
cla tèn l'acqua piò mei che n'è un bichir;
i'i' a fatt un culrzei che pé d'butir
e una bèla fazzè da zucarira.

Intant in cà' u' i' piov coma una crolla,
cun d'al salghè ch'us zira a scapuzzon,
pina d'pongh, d'cararera e d'garavlon.

I' lavora ch'is s-cianta e i' magna poch,
pr'ecunuméia, us sa; mo quand ch'i' mor
i vo fé vita bona, da gran sgnor.
 


MÈ A VÒJ

(Da “La mi ròba” di Francesco Pirazzoli)
 

A vòj
che e' sògn
e' divùra
la mi vita,
parché
a j ho paura
che la mi vita
la divùra
e' mi sògn.

 


QUANDO MUORE UN POETA

di Ermes Buldrini
 

(Questa poesia fu ispirata all'autore dalla scomparsa dell'amico Walter Zani, poeta dialettale, avvenuta il 26 marzo 2002)
 

Quando muore un poeta

è una parte infinitesimale

dell'umanità

che scompare per sempre.

 

Quando muore un poeta

si perde un patrimonio

di sapienza accumulata

all'insegna del sentimento

e dei sogni, che non muoiono

all'alba ma continuano per sempre.

 

Quando un poeta lascia

questa terra, porta con sè

un tesoro di esperienze

acquisite con sofferenza

e sacrificio e il vuoto

non si potrà subito colmare.

 

Però

egli vivrà negli altri

con le sue poesie,

ed il suo ricordo

resterà nel cuore

di chi gli ha voluto bene.


 

LA MUSICA DEI SOGNI

(di Velia Ferrioli)

Nell’angolo della Rocca
racchiuso
dall’elegante bastione
il giardino pensile
punteggiato dai verdi ciuffi
fioriti di bianco
diventa angolo
di musica e sogni
protesi
verso il quadrato blu
di un cielo terso e puro,
illuminato
dalla perfetta geometria
di un quarto di luna,
affiancato
dalla brillante stella
del pianeta
che si eleva appena
sulla piazza.

Qui il cielo
appare meno lontano
e l’illusione dei sogni
è cullata dalla malinconia
di una chitarra
che canta
toni dolci e duri.

Dolore, morte, disperazione,
rimpianto…
ritorna il passato,
il ricordo di volti
ormai lontani,
la fretta di vivere
sogni e ideali,
di vivere il presente
senza limiti
cullati solo
dal suono
di una voce soul
che urla rabbia
e sussurra tenerezza
e dolore.

 


LA BALLERINA ANDALUSA

(dal testo “Carezze di Vento” di Vittorio Tampieri)

Batte
i tacchi, a lato li sposta, ancheggia
danzando,

alza
un braccio, quell’altro sul fianco
e piega

un ginocchio.
Sudata sorride ansimando, gira
la gonna

che s’alza
volente, s’apre a ventaglio e casta
ritorna.

Ad arco
la mano si muove eccitando nacchere
liete,

attorno
la gente ammira incendiata. La ballerina
andalusa

possiede
fuoco nel sangue e un corpo di fuoco.
In cerchio

volteggia,
ti guarda, t’alletta, t’attizza, stringe
gli occhi

e ti scruta.
Rapisce il tuo cuore e al sogno
l’invita.
 


ROMAGNA

(dal testo “Carezze di Vento” di Vittorio Tampieri)

Scendendo
di dirupo in dirupo e dall’arso
dei calanchi

s’apre
la mia terra in florida pianura
e in valle.

Sorride
il mare con le sue onde
calme.
 


BREZZE BALLERINE

(dal testo “Carezze di Vento” di Vittorio Tampieri)

Vengono
tra gli oliveti e le siepi
lievi

ballando,
stanno portando romanze
di chitarre

sul petto gitano.

Stille
rosa, altezze marinare
indorano

la bocca
dell’estate innamorata;
sul cuore

un fermaglio
d’acqua, steli di brezza
e di menta,

un’allegria baciata.

 


LENTAMENTE MUORE

(Anonimo)

 

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai
sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di
iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che
conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
 


TRA TERRA E CIELO

di Velia Ferrioli

 

Odore di vento e
di viole e
noi che correvamo
verso il sole
tra fughe di
mille capriole
sospesi tra vertigini
di nuvole dorate
sull’abisso
degli argini.
 


L'UDOR DE' PAN

di Corrado Contoli

 

Um pe' d'sintìl incora
l'udor de' pan,
l'udor de' pan sfurné,
dal pagnoch, di' ruzzlèn, e dal ciupetti.

Udor antigh, cunsulaziòn,
grezia de' nost Signor,
fadiga, sudor
de' cuntadèn.

Um pe' d'avél incora sotta e' nés
ch'l'udor ch'l'è come un sintimènt,
che è' mond d'incù l'ha pérs.
 


TIMPUREL D'PREMAVIRA

di Vincenzo Bignardi

 

L'è un bur che pè la nott, a lè par lè
us' liva é vént, lè al do' dop mazdè:
e' scapa al rundanen, lè tot un vol,
tri, quatar ciocch, du strélgh... e pu u j'é e' sol.
 


A J HO INCÙNTRÉ UNA DÒNA FÉLIZA

di Checco Pirazzoli

 

In dò a stèt?
In dò cl’èsèst la fèlizité.
Insègmùm la stré.
An srèbb piò fèliza.
Cùn chi a stèt?
Cùn la mi sòlitùdin.
Còs’èl l’amòr?
L’illùsiòn par puté campé.
La viùlènza?
La fùrtòna d’chi cùn la cniòss.
Parché Nadèl?
Parchè a lò u j è parmèss d’sùgné.
Par chi la vita?
Par chi cl’ha un còr.
Quand avniràla la mòrt?
A la farò aspité.

 


PRIGIONE

di Nkjock Ngana (Cameroun)

 

Vivere una sola vita,

in una sola città,

in un solo paese,

in un solo universo,

vivere in un solo mondo

è prigione.

 

Conoscere una sola lingua,

n solo lavoro,

un solo costume,

una sola civiltà,

conoscere una sola logica

è prigione.

 


LA STRADA

di F. B.

 

La strada chiama, non la senti

devi percorrerla finchè sei in tempo

finchè le gambe ti possono portare dove sanno

e perderti sulle curve di un viottolo

o sui tornanti della vita

ebbra di immensità.

 

Vieni, mia cara, dolce amore

partiamo, l'ora è quella buona

e la strada attende impaziente.

Appena è l'alba, il nuovo giorno irrompe

come un destriero smanioso.

 


PARCO D’AUTUNNO

di Velia Ferrioli

 

Scende la sera
nel parco;
neri fantasmi
di alberi spogli
si ergono silenziosi
nel livido cielo.

Fruscio di foglie
scandisce i passi
del solitario viandante
che vaga con sguardo
smarrito e non
trova sorrisi.

Ma là
sullo sfondo
del rosseggiante
orizzonte
due giovani volti
si scambiano
un fervido bacio
promessa di amore
e di vita.

 


'E TIMPURELL

di Francesco Giugni

 

In t'la lerga i s'astugia i cuntaden
chi ved avnì par aria è timpurel
a ramassè cun al rasteli e' fen,
e i botta sò cun e' furchèl.

L'azdora ch'l'ha in tal cord un bugaden
la s'aveia d'curenda pr'e' cavdel,
e al cioz al ciama a quert i su pulsein,
chi corr, du, tri a la volta sota agl'el.

L'aria intant la s'è fata scura scura,
e dentr'al nuval basi é brontla é ton,
cun di strelgh e di s-ciop ch'ì fa paura.

I ragazul pianzend i corr da nona,
ch'l'a i dis tulendi in braz par fei ste bou,
" l'è e' gevul che scaroza la su dona".

 


 

PRÈMA D’MÙRÌ

di Checco Pirazzoli

 

A vòj avdè i tù òcc
I mì, giazè,
I pòrta e’ sguèrd dla mòrt.
Pù a j tnirò cùn mè
Par tòta l’ètèrnité.


 

RIQUADRO DI CIELO

di Velia Ferrioli


Piccola cuspide verderame
levata nel cielo azzurro
sullo sfondo del verde cupo
del vecchio albero
accanto all’antica pietra
di rosso accogliente.

Presente-Passato-Futuro:
l’albero mosso dal vento
e in alto la punta protesa
a cogliere
un caldo riflesso
dorato.


 

LA SUOCERA
di Giovanni Rava
 

La Suocera la srà un'istituzion,
parchè l'è a 'e mond da quand ch'l'è ste furmè
e un è bastè toti al rivoluzion
e toti al guèr de mond a fél cambié.

In zerti cà l'è una maledizion,
parchè l'ha sempar voja d'ciacarè,
e la t'impieta so dal discussion
ch'al t'fà passè la voja nèch d'magnè...

Parò e' bsogna ch'degga che la mi
la n'è cativa cum ch'us pò pinsé,
nèch s'l'è cunveinta d'fè gnacossa lì...

Ma se un bèl dè l'avess voja d'bravè,
lassla pù stè, no stala cuntradì,
parchè, cun dò parol, la t'pò amazé!
 


 

AM VOJ FARME' (Mi voglio femare)
di Lino Guerra
 

(Lino Guerra, seguace del movimento futurista che trovò in Lugo l’espressione più alta nel musicista Francesco Balilla Pratella, è poeta a noi lughesi molto caro.
Sulla lapide - è sepolto nel piccolo cimitero di Zagonara, in terra - ha voluto far scrivere:
Vivar l’è fadiga e’ e scianta al spall!: Vivere è fatica e schianta le spalle!)


Un che' us è laminté int e' fond 'd la nott,
la zvetta l'ha canté dèntr un camein
int una conla l'ha pianzù un babein
e tott us è amurtè int e' bur 'd la nòtt.

Par una stré 'd silènzi sènza fein
e' mond us è smarì, us è farmè...
mè a j' ho sintì ch'a viv sol daparmè
int un campsènt avért, ch'un ha cunfein.

An sò se e' vegna piò la luz de' dè
e an sò, s'la tòrna, 's am muvrò da què,
ch'an sò se vita e' voja dir acsè:

"Aspté ch'e' vegna sempar un étar dè,
ch'us dèga una rasoun d'èssar aquè...
e in ultum da quajoun murir acsè!

 


 

J'ARGNEQUAL (I DUE SGORBI)
di Enzo Guerra d'ì Pireta

 

Me a so sord, e te tsì zoppa:
vapulà ch'as sein truvé!
E a la farein, la bèla ciòpa!
Me, a tnit dtretta, e te a zighè.

Mo un importa! Lass ch'i degga!...
Mo noun du srein sempar insein:
du gariji int'una mugnega
fenna a quand ch'e a murirein...
 


 

USTAREJ D'LUGH
di Corrado Contoli

 

(Senza meno una delle espressioni più alte del mondo teatrale lughese e romagnolo. Sue sono le indimenticabili:
"... e la colpa l'è de Paruch!", "A voj andè in paradis", "L'ora de quaion", "La camisa d'la Madona".
Commedie che, nonostante siano datate anni '50, sono tutt'oggi rappresentate su tutti i palcoscenici di Romagna ed in tutta la loro, ancora attuale, verve teatrale. Fu amante del dialetto e filologo di prim'ordine. Suo il volume LUGH PAR LUGH che lascia al lettore un'immagine di una Lugo tanto caratteristica e purtroppo ormai scomparsa, inghiottita dall'appiattimento moderno.)

 

Mi nunòn um purteva da Sandrèj
drì d'e' teàtar, sobit dop Caplitta,
e um faseva sintì dò dìda d'véj,
ch'lera e' mej d'tott quant Lugh, dop e Carlitta.

Cum i' amìgh pù l'andeva da Frazchèj,
in piazza Garibaldi e da Piròn,
da Ilario, da Pochsònn, da Fiuradèj,
da la Nunziéda e da Mino d'Flippòn.

In tla Saffi drì Zènt, la Carandeina,
Zampéval, la Catolica, Carlòn.
Zvanej, Filìz, la Marianeina.

E' grappaèj pù il tuleva da e' Spanciòn,
da Mitughi, da Fossa e da Carluccio,
e pr'al zèn pù, i' andeva da Chilòn.

 


UN SALUT DA E ZIMITIRI
(di Lucia Baldini)

Una fetla d’brazadela, un bichir d’vej, una castagna,
una stesa d’campagna, un mer alegar, una bela muntagna,
us lavora, us bala, un po’ us rid, un po’ us ragagna,
am guerd datoran: la guaza la starloca ae sol,
la breina la ricama i fil d’erba coma un cured,
la prema rundaneina la zuga ala cud in te fos cun al viol,
l’istea l’am ven incoutar cun un amor apena nead,
un elbar e rid cun al su zriz rosi int’la testa,
la tarmarula d’una foia c’la cambia culor prema d’puses mesta;
a peis: ae capsat e rid i fiur e neca al futugrafei,
e i mi vecc im dis che coma una vualta im vo bei:
“sta’ alegra, ‘sta tera l’è na maraveia, l’antezip de paradis,
e nostrar Signor quand c’ulà fat ulà cupiè
propi dala Rumagna, acsè aquà so us dis,
parchè l’aiera riuscida propi bninè, tvì neca te.

Te da savè che qua l’è pì d’rumagnul chi fa d’l’armor
e iè talmeit meat cu’i toca d’ridar neca ae Creator
cus spataca, e cata cun lò e pu ui dis ch’iè zeit d’or!

 


 

BÒN NADÈL...

(di Francesco Pirazzoli)

Bòn Nadèl a tè che sté sùffrènd in silènzi…
a tè che t’cì lùntan da la tù tèra…
a tè che t’an sé brisa còsa cl’è l’amòr…
a tè che t’an sì bòn ad pardùné…
a tè che t’dùrùm sòta a i pònt…
a tè che te’ sbaglié…
a tè che sté paghènd…
a tè che i t’ha calpèsté…
a tè che te’ pèrs tù fiòl…
a tè che sté mùrènd…
Bòn Nadèl a tè...
Sè, a té, che te’ pèrs tòti al spèrènz...
a té che te’ pers nèca Dio…
a tè che te’ pèrs nèca tè stèss.
Ma còsa a còrrat?
Non dispèré.
Fèrmat un atùm...
gùèrda a là u j è un bèl fùgh…
Aschèldat a che fùgh…
Acòltùm...
che fùgh l’è i òcch di tù tabèch,
l’è l’amòr ad tù mé,
l’è la pèzz,
l’è la tù fèlizité,
Aschèldat a che fùgh
L’è e’ Nadèl!

 


 

 

 

 

 

 


 

 

 

LUCI DEL NATALE

di Velia Ferrioli


La città scintilla
abbagliante
negli addobbi
di Natale;
nell’aria aleggiano
profumi di candele
di mille colori
che stordiscono
gli occhi e il cuore.

Folla indaffarata
alla frenetica ricerca
dell’ultimo dono
del colorato pacchetto
da scambiare
negli auguri
di circostanza.

Laggiù nella città
dei morti
silenzio e tenui luci
nell’ultimo tramonto.

Strano contrasto
dissonante dolore
solitario rimpianto
di occhi che non vedono
di mani che non stringono
di voci che non risuonano
nella muta e fredda
distesa di volti fermi
in immagini ormai sbiadite.

La preghiera di un unico dono:
pace nel cuore
riposo all’anima stanca
una quiete lieve
come il sussurro
di un impercettibile respiro

 


 

E BUCALON

di Domenico Bedeschi
 

(Si tratta di una poesia inedita, scritta dall'indimenticabile Presidente ed attore del G.A.D. Città di Lugo, Domenico Bedeschi.
Il figlio, l'amico dott. Anton Guido Bedeschi, mi ha regalato pagine davvero belle, e tutte inedite, di suo padre.

Checco Pirazzoli)
 

Coma e zambèlgh e fà in te misradur
lò, indipartott, da la matèna a sera,
senza zarvèll e fà sol dla cagnéra
cla dà fastidi coma avè i furtur.

Un e sà miga cl'à la zocca busa
e che i su scurs i to l'amor a e pèn
e in dov cl'ariva i'à finì d'sté bèn
par la cagnera che fà e l'aria da balusa

che u s'dà senza capir un azzidènt,
sora qualunque cosa che u s'ciachèra,
e guai a chi c'ul ferma pr'un mumènt,

u s'arvolta rugènd coma un lion,
par dì che lò e capéss e e pò insigné!
Mo cuss as' pol imparè... da un bucalon?