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MI DROGO PER
DIMENTICARE
Mi aggiro con aria sospetta sotto i portici di piazza
Vittorio; vago di notte per parco Nemorense alla disperata ricerca di
qualcuno che ce l'abbia, continuo quasi senza meta la mia perlustrazione
notturna fino a entrare in discoteca solo per abbordare quelli con l'aria da
fattoni e vedere se ne hanno un po' da rivendere. Ho bisogno di una dose di
Aulin.
Tipo, adesso.
Io è da quando sono piccolo che soffro di emicrania e negli anni ho avuto
diversi alleati al mio fianco: prima la Novalgina, poi l'Optalidon e, più di
recente, l'Aulin.
L'Aulin è un mito, perché ti fa passare tutto e subito. In particolare,
quando mi sveglio la mattina già col mal di testa, non c'è altra soluzione
che prendermi subito una bella dose di Aulin.
Sono anni che ne ho sempre una bustina nel portafogli, e ogni estate mi
riprometto di realizzare il mio sogno: la caraffa di Aulin con cubetti di
ghiaccio e fetta d'arancio, con tanto di bicchieroni di plastica colorata
per offrirlo agli ospiti.
Immaginerete quindi il mio shock quando, l'ultima volta che sono andato in
farmacia, mi hanno risposto che per comprare l'Aulin adesso ci vuole una
ricetta. Ho provato a insistere, a fare gli occhi dolci alla farmacista e
perfino a implorarla sottovoce ("la prego, mi aiuti, non sa quanto ho
bisogno di quella bustina, tipo, adesso). Ma niente da fare: senza ricetta
niente Aulin. Alla fine mi sono fatto convincere a comprare il tristissimo
Moment, ma già mi ripromettevo di non prenderlo mai.
Appena tornato a casa ho mandato un messaggio disperato alla mia amica
laureata in medicina, e nel frattempo mi sono messo a cercare il numero del
mio medico di base. Ma era tutto inutile: sapevo benissimo che, preso dal
milione di cose da fare ogni giorno, non avrei mai trovato il tempo di
procurarmi una ricetta e che il prossimo mal di testa mi avrebbe colto
completamente impreparato.
E così è stato. Mi sveglio una mattina e ho un mal di testa fortissimo.
Senza avere niente con cui debellarlo. Cioè, avevo il tristissimo Moment, ma
come immaginavo neanche due pasticche hanno sortito il benché minimo
effetto.
Ed è stato in quel momento che mi sono ricordato il consiglio del mio amico
farmacista. Il mio amico, in quanto farmacista, è favorevole all'uso
massiccio di qualunque tipo di farmaco, fatta eccezione per l'Aulin. "Se in
Olanda si può fumare l'erba ma non si può vendere l'Aulin, un motivo ci
sarà". Lui, quando ha mal di testa, mangia qualcosa. Così il sangue va verso
le stomaco e smette di pulsare nelle tempie.
Ci ho provato anch'io. E devo dire che, dopo due banane, una torta Sacher e
un caffèlatte alla cannella, ho cominciato a sentire un certo sollievo.
Comunque un effetto molto più forte di quello fatto da due pasticche di
tristissimo Moment.
Col tempo ho perfezionato la terapia e dopo qualche settimana avevo quasi
imparato a fare a meno dell'Aulin. Arriva un mal di testa? Vai con un
tiramisù! Un altro po' di emicrania? E giù di patatine fritte! Un semplice
giramento di testa? Niente che una buona peperonata non possa far passare
all'istante.
La mia linea ne ha leggermente risentito, ma se non altro il mio fegato era
più contento così.
Ma poi è successo l'imprevedibile, qualcosa che mi ha fatto ripiombare nella
più profonda delle dipendenze farmacologiche: la Carfagna è diventata
ministro delle pari opportunità. E, peggio ancora, ha cominciato a dire la
sua sui diritti dei gay.
Ha detto di essere contraria a "inutili rivendicazionismi" e ha spiegato che
se avesse una figlia lesbica le insegnerebbe a vivere la sua condizione con
"naturalezza e sobrietà". Esatto, proprio la stessa naturalezza e sobrietà
con cui lei ha posato nuda per un calendario da camionisti.
Dopo aver letto su Repubblica la sua ultima intervista, sono sceso di nuovo
a implorare la farmacista. Gli ho spiegato il dramma della Carfagna, ma non
c'è stato niente da fare. Ed è per questo che ora vago per le aree del
degrado romano in piena notte, in cerca di un anti infiammatorio che mi
faccia dimenticare la faccia della ministra pin up. Vi prego: qualcuno mi
dia un pochino di Aulin. Tipo, adesso.
(Alessandro Antonellini)
UN INCONTRO D'ALTA
QUOTA
Splendida, come sempre d'estate, l'alta Val Pusteria
vestita a festa, unica da respirare, meravigliosa da ammirare, suggestiva da
capire e policroma da gustare, specialmente se in inverno hai veleggiato sui
suoi pendii perfettamente bianchi. Alle spalle il caldo afoso della pianura
padana, gli impegni, il rumore, la fretta; qui, su questo prato, fiorellini
perfetti in tutte le taglie, il leggero volo di una farfalla nera, la
promessa di una vacanza di pace, appagante fisicamente e moralmente, il
silenzio. Aspetta, un fruscio dietro le spalle, addio silenzio. Non posso,
mi dico, avere l'esclusiva di questo prato, anche se ho messo in atto tutte
le strategie possibili e immaginabili per spedire famiglia e amici al
seguito in Austria in bici,e restarmene da sola qui, in questo incantesimo.
"Che panorama, madonna mia", una voce maschile, accento toscano, alle mie
spalle. Frugo fra i miei neuroni per trovare un po' di aggettivi adatti,
mozzafiato, stupendo, sublime, da cartolina, ne sparo qualcuno a caso, tanto
sono riduttivi tutti. "No, divino! "Alè, addio perfezione, è arrivato un
rompiscatole; mi giro e vedo un uomo di mezza età, col naso aquilino,
vestito di una specie di caftano in velluto, con un ancor più strano
copricapo pure in velluto, con due triangoli che gli coprono le orecchie,
non annodati fra loro; ha con sé un portatile (apparizione antica e moderna
insieme, come questa valle) e preme vigorosamente CANC. Evidentemente non
gli va bene niente a questo strambo personaggio, forse appartenente al circo
che ho visto giù in periferia, forse una nuova attrattiva turistica, ma no,
non ce n'è bisogno, si reclamizza da sola l'alta Pusteria. Lo guardo
interrogativa e lui mi parte in quarta, pieno di sussiego:"I mi son un che
quando Amor mi spira noto e a quel modo ch'è ditta dentro vo significando"
Prego? La cosa non mi è nuova, ma il caldo del viaggio dalla Romagna, l'età,
l'ebbrezza per ciò che mi circonda, mi impediscono riflessioni profonde e
allora lo lascio parlare…"Sono un esule" Che strano modo di definire i
vacanzieri; beh, a giudicare da come scintillano le lamiere delle tante auto
laggiù nel parcheggio della funivia, questo esilio è molto gettonato; "Sono
il Sommo" Caro mio, se ci riferiamo all'altitudine, ti sono pari. In città
per uno così avrei chiamato il 118, ma qui, per ora, mi incuriosisci e mi
metto in atteggiamento d'ascolto. " Nel mezzo del cammin di nostra gita, mi
ritrovai in una selva pura da cui la via per Braies era partita. E il Sesto,
che dite, per tre volte lo butto in politica? Sapete, sono guelfo bianco…"
Sarà un nuovo albergo, penso. Sono al Bianco, voleva dire. Bianco, Candido,
Innichen, non saprei. In tanti anni che vengo, mai incontrato un tipo del
genere e non so come svignarmela, adesso, mentre imperterrito prosegue nei
suoi viaggi: "Non impedir lo mio fatale andare, bella è Dobbiaco, se uno
andarci puote, e più non dimandare….Ha fama nel mondo Villabassa,e io Sesto,
Braies e San Candido non sdegno, non trascuriam le Tre Cime, ma scia, scala
e passa" Che tono oratorio! E chi lo ferma più? "Considerate la vostra
semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per fare della Pusteria la
conoscenza…ma poi ch'io fui al piè d'un colle giunto,là dove terminava
quella Valle che m'avea di bellezza il cor compunto…che dite, piacerà ai
posteri? Capiranno che questo è il Paradiso in terra?Ma sì, salva con
nome:Agenzia turistica Dante Alighieri e puoi viaggiare senza pensieri…Ah,
voi usate Google? Io Virgilio, ma se voglio salire su mi rivolgo alla
Beatrice, sa, la teologia è unformidabile motore di ricerca di Dio. Ora
intanto che sono qui mi sa che scrivo una trentina di canti paradisiaci,
poi, madonna, torno dalle sue parti, per sempre, immortale, come questi
posti" Avrà capito dall'accento da dove vengo, rifletto, ma ho parlato così
poco, è lui che è prolisso,commediografo, logorroico, uno come lui a buttare
giù cento canti fa conto di ridere, un po' qua, un po' là per la penisola…il
telefonino squilla. "Sei tu, sommo Poeta?" "Mamma, lo immaginavo che
dormivi; volevo sapere se ho lasciato nel tuo zaino il lettore Mp3. Sai che
qui è un Paradiso?Ah, a proposito, bisogna che mandi un mms alla Bea, a
Beatrice, così viene su anche lei…"
(Lucia Baldini)
UNA STORIA ASSURDA
E' la storia della zia di un amico, morta pochi mesi
fa, che da ragazza aveva un fidanzato. Lo amava, lui la amava, si dovevano
sposare, ma i genitori di lui hanno impedito il matrimonio.
Perchè?...perchè lei aveva tre sorelle e due di loro erano morte in
giovanissima età. Mentalità di paese... "Razza debole"... inadatta al
lavoro... e chissà, magari avevano pensato che non sarebbe neanche stata una
buona "fattrice"...!!!!!!!
E allora lui l'aveva lasciata, "verme strisciante" ai voleri dei genitori.
Lei ne soffrì molto, si sposò anni dopo, con un vedovo.
E ora è morta....
...A 101 ANNI!
....E a me piace immaginarla così, su una nuvoletta, nell'aldilà, vestita da
ragazza di inizio novecento, pettinata e truccata come una diva del cinema
muto, che li vede tutti e tre, l'ex fidanzato e i genitori rinsecchiti e
defunti da decenni... e fa loro un bel GESTO DELL'OMBRELLO!!!!!!!
(Samuela)
LA PASSIONE IN
TUTTE LE SUE SFUMATURE
Due sono le mie grandi passioni: il canto e il teatro.
Quest’ultimo mi affascina sin da quando varco la soglia e attraverso il
vestibolo sonoro di voci e di accordi musicali.
Entrata, mi siedo in una comoda poltrona dinnanzi ad un sontuoso velario in
velluto e in attesa che questo si levi, guardo intorno i vari ordini di
palchi pieni di donne ingioiellate e uomini in abito scuro; guardo i
lampadari scintillanti che fanno tutti insieme la meraviglia dei miei occhi.
Le rappresentazioni preferite sono le commedie, le opere, le operette. Amo
le commedie di Goldoni per il suo ottimismo, quelle di Pirandello per aver
dato vita ad un teatro indiscutibilmente umano e De Filippo per la sua
veridicità non solo come autore ma anche come grande attore. Ricorro al
teatro come guida ed esperienza di ogni giorno, per poter superare i momenti
duri che la stessa vita quotidiana ci propone.
Questa mia passione l’ho inculcata in alcuni componenti della mia famiglia,
tanto da convincere mia sorella e il marito ad assistere alla
rappresentazione della “Carmen”. Vestiti elegantemente, eravamo seduti nelle
prime file, aspettando che l’opera iniziasse. Al termine del primo atto, ci
recammo al bar per uno spuntino; a mio cognato però venne la felice idea di
comprare dei cioccolatini avvolti in carta lucida. Verso la metà del secondo
atto, ne scartò uno provocando uno stridio che fece voltare alcune persone
della fila innanzi e sottovoce lo invitarono ad uscire. Quando tutto ebbe
termine e le luci si accesero, sgattaiolammo fuori come ladri. Fummo presi
da una risata interminabile, però mia sorella, arrabbiatissima, rivolgendosi
al marito disse: “Tu Franco, il teatro te lo puoi scordare”.
(Titina R.)
INTERNO GIORNO
Interno giorno. I ricordi riempiono la stanza tanto da
impedire di muovermi. Li respingo e mi dirigo verso l’infermiera con
l’uniforme inamidata che mi rivolge un occhiata distratta. Un sorriso
indulgente dal rossetto sbavato le sfiora le labbra ma non gli occhi, mentre
io vorrei essere agguantata dalla folla per la strada. “C’è ancora molto da
aspettare per quel referto di mammografia???” Chiedo fragile, così fragile
che potevo essere spazzata via dal primo soffio di vento. Sentii il rifiuto
già dal tono della sua voce. Da quando convivo con questo sospetto ci sono
giorni in cui copro l’orizzonte con scatole e cartoni. “Il medico è stato
chiamato per un’urgenza, manca la sua firma appena rientra lo avvertiamo…”
Garbata, imperturbabile, sterile. Io ridotta al silenzio, il silenzio di un
acquario. La stanchezza mi si rovescia addosso, mi muovo lenta ed esco come
sbalzata fuori dal nido. Fa freddo. Respiro forte. L’aria mi sembra
inzuppata dell’odore della mia paura. Un messaggio dal cellulare. Ravano
nella borsa. Dice: “Mettici la passione in questo 2008 e auguri”. E’ solo
fuori posto, lontana ed obliqua. I lacrimoni rotolano giù dalle guance,
caldi silenziosi e liberatori. “Signora è qui?” Mi spazzo il viso con le
nocche delle mani gelide e furtivamente butto alla cieca il telefono nella
borsa. Sulla porta un giovane uomo che non era riuscito a togliere dai
capelli quell’aria ribelle, ammansiti dal camice bianco, mi scocca
un’occhiata interrogativa, accompagnata dal gesto galante dell’apertura
della porta. “Sono il dottor Villa, mi stava aspettando… Venga”. Muta lo
seguo. Non mi siedo. Una busta bianca è sulla scrivania… Inforca gli
occhiali, la apre e legge in silenzio. Come dietro ad un vetro sento che
parla di dubbio, di meglio approfondire, di tutto risolto ed intendo
chiaramente, mentre sorride, negativo conclamato. “Mettici la passione nel
2008”. Negativo è la parola del 2008 detta con passione, d’ora in poi.
Piove. Stringo una busta e guardo sfilare la città sotto ai miei piedi. Da
qui iniziano i sogni.
… E uscimmo fuori a riveder le stelle.
(Lauretana L.)
UN ALTRO MONDO?
- Vieni avanti è aperto.-.
- E’ permesso?-.
- Vieni, vieni, sono in salotto.-.
- Arrivo.-.
- Vuoi qualcosa, un martini, una vodka?, devo avere di tutto.-.
- Va benissimo un martini, ma adesso raccontami un po’ di questa tua nuova
idea.-.
- Ecco, si tratta di un racconto, non penso di avere una trama così
complicata da poter farne un romanzo, ma ho già altri due o tre racconti
brevi da accompagnare.-.
- Non saranno mica altra fantascienza, o peggio, fantapolitica?-.
- Ci siamo, non ricominciamo con la solita storia, io sono lo scrittore, e
tu l’editore, se non ti sta bene quello che scrivo puoi benissimo non
pubblicarlo, in ogni modo prima di giudicare dovrai perlomeno sapere un
pressappoco la trama, o no?-.
- Scusa, non volevo criticarti, cercavo solo di spostare il tuo interesse su
altri generi, in ogni modo mi hai davvero incuriosito, raccontami un po’
questa storia.-.
- E va bene lo ammetto, si tratta di nuovo di fantascienza. Volevo una tua
opinione, perché devo ancora terminarlo, in sostanza ho scritto solo alcuni
passaggi, anche se ho già in mente tutta la trama della vicenda...
- Vuoi tenermi sulle spine, cosa aspetti, comincia a raccontare dunque!-.
- Innanzi tutto, la vicenda è ambientata su di un altro pianeta, del tutto
simile al nostro, con sole alcune differenze su come è “concepita” la
società, la giustizia, e la morale in genere… Potremmo dire società uguali e
al contempo opposte alla nostra.-.
- Come può una cosa essere uguale e “opposta” ad un altra ?
- Non mi sono espresso bene, lasciami proseguire e capirai tutto. L’idea è
di presentare questo mondo in maniera che il lettore sia portato a pensare
che si tratti del nostro , mentre solo alla fine verrà svelato il vero nome
del pianeta.
- E come si chiama?
- Ma non ha importanza, il nome serve solo per spiegare che si tratta di un
altro pianeta, ora comunque lasciami proseguire.
Dunque, stavo dicendo che questo pianeta è simile al nostro, con le sue
strade trafficate, i suoi edifici, la sua popolazione, e tutto quello che
puoi trovare su questo mondo.
- Scusa se ti interrompo ancora, ma come sono gli abitanti di questo mondo?,
sono alieni dalla pelle squamata, o giù di lì? O sono più simili a noi?
- Per la storia che ho pensato non ha la benché minima importanza che
aspetto hanno, ma poi benissimo immaginarli simili a noi, e ora se non ti
dispiace farmi continuare e non interrompermi ogni volta che scendo nei
particolari, devo solo raccontarti la trama in generale, non tutto il
romanzo filo per segno.-.
- Ma non si tratta di un racconto?-.
- Ma fai apposta? Comunque, per un po’ sta zitto e ascolta.
In questo mondo alieno la giustizia premia gli assassini, anche se in un
certo senso dovrebbe scoraggiarli, anche la scuola, nel senso
dell’istruzione, funziona a rovescio, e...-.
- Come? come è la storia della giustizia, e la scuola come può funzionare a
rovescio?-.
- Se avessi pazientato un poco te lo avrei spiegato tra poco, comunque se
proprio sei così curioso...
Dunque dovrebbe funzionare pressappoco così, e non interrompermi per il
“pressappoco”: un criminale viene arrestato, subisce un processo, con tanto
di avvocato difensore, tribunale, giuria eccetera, grosso modo tutto quello
che abbiamo anche noi..., e tanto più è grave il reato commesso, tanto
migliore sarà l’avvocato difensore nominato, e comunque, se il reato è
sufficientemente grave, all’imputato è concessa l’opportunità di pentirsi,
nel qualcaso farebbe una vita da nababbo, e anche nel caso rifiutasse di
“pentirsi” avrebbe un trattamento che le persone “oneste” nemmeno possono
immaginare, come soggiorni in località turistiche, e vita in alberghi di
lusso, senza più aver bisogno di fare un benché minimo sforzo o impegnarsi
in un qualsiasi lavoro. In pratica condurrebbe una vita degna d’uno sceicco,
senza fare più la minima fatica.-.
- E la scuola ?, raccontami della scuola?-.
- Ci arrivo. La scuola, o meglio l’istruzione è strutturata pressappoco come
sul nostro mondo, ma a rovescio, stimolando e premiando cioè i più
svogliati.
E prima che me lo chiedi ti voglio rispondere portandoti alcuni esempi:
prendiamo una classe qualsiasi di un qualsiasi livello d’istruzione.
In questa ci saranno studenti che si impegnano e hanno buoni profitti,
pronti per andare col programma, e altri che, bè, diciamo che non sono in
pari col programma.
Come puoi vedere da quanto ho descritto, potrebbe essere una qualsiasi
classe di un qualunque paese di questo mondo, solo che non è su questo
mondo.
Vedi, invece di portare avanti i ragazzi che per un motivo o per un altro
sono rimasti indietro, ecco, portano indietro i ragazzi che si sono
impegnati, e questo facendogli saltare delle lezioni, obbligandoli a casa e
in altri mille modi.
Ed è in questo mondo che il nostro protagonista, un uomo qualunque,
condannato ai lavori forzati a vita, perché onesto, si muove ed agisce,
aprendo la mente a riflessioni che lo porteranno a...-.
- E questa sarebbe la trama del tuo racconto? E sarebbe di fantascienza?
Ma dimmi, non è che sei tu che vieni realmente da un altro pianeta?
E che nome hai deciso di dare a questo pianeta?-
- Terra-.
(Emiliani Maurizio)
IL BENE DELLA
SAGGEZZA
Caro diario,
eccomi a te per raccontarti il mio ultimo week end, spero che si scriva così
ma so che non te ne fai caso, dunque ti dicevo il mio week end da povera
vecchia, povera perché al mese prendo quello che i nostri governanti
prendono in un giorno e si lamentano pure e sgridano e il loro capo li deve
richiamare, ma almeno loro dicono di lavorare per il mio bene e per il mio
interesse; io a lavorare non ci vado più da vent’anni, adesso ne faccio
poca, cucino per il Poldo e la Lucrezia, come sai Poldo è mio marito e la
Lucrezia è la gatta, che a differenza di lui almeno mi capisce, poi bado ai
figli di mia figlia se stanno poco bene, stiro, lavo, anche a mano così non
rovino la roba e risparmio sulle bollette, pulisco per terra, curo orto e
giardino che almeno mi danno qualche soddisfazione. Vecchia, ti dicevo,
perché gli anni ci sono, poi quando vado dal dottore a farmi provare la
pressione, mi dice sempre. “ma lei mi deve dire qual è il segreto che la fa
invecchiare così bene”. Io da lui ci vado presto la mattina, sono sempre la
prima, sai, e lui forse dorme ancora, poverino, e mi chiedo quanto abbia
studiato per diventare dottore e poi così bello com’è chissà quante ragazze
lo filavano e lo distraevano. Chissà perché ho preso l’abitudine di andarci
così presto, ma così posso fare 4 chiacchiere con la Lina, che arriva sempre
per seconda, sentire i suoi mali e dirle con calma tutti i miei, poi a
pensarci bene , bisogna pur lasciare il posto ai più giovani, che arrivano
dalle nove in poi, seri e taciturni. Dunque, parlando di vecchiaia, anzi
come si dice adesso terza età, un tempo si diceva che è saggezza: caro
diario, vero, vero, proprio vero! Io mi ritengo in effetti abbastanza
saggia, giudico tutto e tutti, non mi sfugge niente, con uno sguardo so dire
se una donna è seria e fedele, se un pesce è fresco o scongelato, se domani
piove ( è perché mi fa male il ginocchio sinistro, se invece mi fa male il
destro vado dal medico, così mi misura la pressione eccetera eccetera).
Anche questa è saggezza, ma torniamo al mio fine settimana, uguale agli
altri in sostanza.
Dunque ho fatto il brodo, che al mio Poldo piace e me lo tira un po’ su che
ne ha bisogno, e intanto guardavo la telenovela, non potevo perdere la
puntata, perché lei è incinta, ma il marito è morto, allora lei vuole far
passare il figlio per figlio di Bob, ma lui non ne può avere e ha fallito
nel commercio di barche, ma aveva fatto assegni falsi con la firma di suo
fratello, ma non ricordo bene perché è suonato il telefono, era la Lina che
mi diceva che la sera al Tondo c’era la tombola e la gara delle dentiere,
vinceva chi teneva più rose in bocca senza farle cadere ballando il tango,
bello vero? In palio una confezione di assorbenti per chi condivide lo
stesso segreto, talmente sottili e discreti che nella pubblicità compaiono
non più di due volte l’ora, non più di tre in prima serata. Mi viene un
dubbio: non è che alla mia età si fa comodo a fabbricanti e commercianti di
certi articoli? Ma no, li producono e li vendono solo per il mio bene, e poi
io mi diverto quando sul giornale leggo, di due trentenni: chi dei due porta
la dentiera? Poi sono andata al Circolo Bellezza longeva a sentire una
conferenza su liposuzione e lifting, così scopro le nuove frontiere della
medicina estetica, allettata dall’idea di mostrare un anno in meno. A parte
che non ho i soldi, faccio bene ad andare lì, perché solo lì mi dicono che
valgo, Poldo e tutto il resto manco ci pensano. Per non farmi venire la
depressione sono andata in profumeria, a concedermi il grande lusso di una
tinta da fare in casa. Ben consigliata dalla commessa, la figlia della
sorella della Lina, mi sono presa una confezione di un nuovo prodotto che
copre quasi tutti i capelli bianchi, rinfresca i riflessi, ravviva e esalta
la luminosità, neutralizza la tendenza a ingiallire. Bene! Ero così contenta
che la sera mi sono scatenata nella gara delle dentiere e a tombola ho vinto
una visiera trendissima!Che bello! La notte per l’emozione ho dormito poco e
male, anche perché Poldo russava come un camion, cosa ci vuoi fare, il bello
è che dice che non è vero. Passiamo alla domenica mattina. Subito una
pastiglia dell’erboristeria che rallenta l’invecchiamento, uno yogurt che lo
contrasta, un caffè che lo minimizza, tutti con sostanze di origine vegetale
in grado di mantenere l’anzianità a un livello medio-basso. Poi un velo, se
no la finisco subito, di crema da giorno che si prende cura della mia pelle
e via a rompere le scatole a mia figlia insegnandole a candeggiare come si
deve e a effettuare su tutte le parti del corpo una detersione nel pieno
rispetto dei suoi equilibri intimi. Lei non apprezza la trasmissione della
mia saggezza, anzi il suo sguardo dardeggiava insofferenza, disinteresse e
irritazione, ma non mi ha cacciato di casa, sai, domani pomeriggio le devo
tenere la bambina.
Pomeriggio di nuovo al tondo, ma avevamo quasi esaurito gli argomenti io le
mie amiche; sai forse partirà un corso sull’allevamento casalingo delle
lumache e anche uno sul riciclo delle calze smagliate, staremo a vedere.
Eccomi alla messa del pomeriggio, ho visto la Pia che mi ha detto che le
hanno detto di avere visto su un giornale che esiste un prestito per i
pensionati fino a 80 anni, mica male, basta chiamare, andare e si esce con
un assegno, forse è il caso di parlare con Poldo. Però quanta gente c’è che
pensa per me, per il mio bene, che mi offre opportunità e soluzioni!
Non devo lasciarmi andare, caro diario, devo continuare a vagliare
criticamente, e stavolta lo dico sul serio, ciò che il mondo mi offre,
lusingandomi e allettandomi, sarebbe così comodo per me ormai smettere di
pensare, lasciarmi suggestionare da tutte le promesse che mi accerchiano e
mi attirano. Faccio ancora comodo come consumatrice, come madre, come baby
sitter, non sono ancora finita, no che non lo sono. Come ho fatto ad
accorgermene? Te l’ho detto, sono saggia, tutti questi anni mi hanno
insegnato qualcosa.
(Lucia Baldini)
ESTREMAMENTE
LOGICO
Essendo io un trill, sono molto affascinato ed
incuriosito dalle altre culture, e trovo molto inconsueto quel mix di
misticismo e logica che costituisce la cultura vulcaniana.
Si dà il caso che il capitano dell’Apolinaire, la nave federale nella
quale, con questo corpo ospite, copro l’incarico di ingegnere capo, sia
proprio un vulcaniano, magari non proprio un tipico vulcaniano, e si dà il
caso che sia anche un mio carissimo amico.
A volte, si vanta di poter evocare spiriti dagli abissi della coscienza.
O meglio un essere in particolare, uno piccolo, con poteri limitati, un
embrione di una creatura, che cresciuto, dovrebbe avere potere “divini”.
A volte ne parla, ma solo dopo aver raggiunto il diciottesimo grappino.
E’ un punto di equilibrio alquanto delicato: a quota diciassette sostiene
di non sapere nulla di spiriti (del genere soprannaturale); a quota
diciannove cade addormentato.
Quella sera, al bar di prora, pensavo di aver raggiunto il livello giusto, e
così dissi:- Ricordi quel tuo spirito, Skor?-.
- Eh? - fece Skor, fissando il proprio bicchiere con l’aria di non capire
perché dovesse ficcarselo nella memoria.
- Non intendo quello.- dissi, - Ma quell’essere alto pochi centimetri che
una volta hai detto di poter evocare da un altro piano dimensionale, o
qualcosa del genere. Quello dotato di poteri straordinari.-.
- Ah !!! - disse Skor, - q (q minuscolo), si lo ricordo.-.
- E lo hai evocato ultimamente? Sempre che evocato sia il termine corretto.-.
- No. E’ pericoloso. Troppo pericoloso. C’è sempre la tentazione di giocare
col potere. Sono molto prudente; maledettamente prudente. Ma, come sai ho un
alto concetto dell’etica. Ecco perché una volta mi sono sentito in obbligo
di aiutare un amico, esaudendo il suo più vivo desiderio. Ma lascia che ti
racconti la storia dall’inizio.-.
Non puoi non sapere che su Vulcano vi sono sempre state le scuole
filosofiche e di pensiero più accreditate di tutto il quadrante. Già il solo
appartenere ad una di queste scuole conferisce un prestigio unico, ma essere
soci dell’Eden (il club che raccoglie l’élite delle suddette scuole, nato
dalla integrazione delle altre culture del quadrante, come ne dimostra il
nome, e simbolo forte della Filosofia IDIC) è il massimo riconoscimento cui
un essere possa ambire.
Come per tutti i club molto esclusivi occorrono requisiti particolari, oltre
ad essere per lo meno docenti di una delle già citate scuole. All’Eden si
può accedere solo se il proprio albero genealogico risale almeno ai tempi
del “Primo contatto” e su entrambi i rami della famiglia.
Il mio amico T’Parel era veramente orgoglioso della sua appartenenza al
club.
Molte, forse anche troppe volte, mi diceva (perché era abbastanza noioso e
spesso si ripeteva): “Skor, l’Eden è la linfa stessa del mio essere, il
nucleo pulsante della mia esistenza. Anche se avessi tutto quello che il
potere e la ricchezza possono procurare, ma mi mancasse l’Eden, non sarei
nulla”.
Ovviamente T’Parel aveva tutto quello che il potere e la ricchezza potevano
procurare, perché un altro dei requisiti per l’ammissione all’Eden era una
grande ricchezza. Le quote annuali, se non altro, la rendevano
indispensabile. Ma anche questo non bastava. La ricchezza doveva essere
ereditata, e non poteva essere guadagnata. Il minimo sospetto che qualcuno
potesse lavorare, per ottenere un guadagno bastava a rendere il poveretto
fuori dal gioco per l’ammissione.
Naturalmente, non esistevano obiezioni alla possibilità che un membro
aumentasse le proprie entrate con qualche metodo interessante non
riconducibile a un lavoro retribuito. C’erano sempre attività come la
speculazione in borsa, l’evasione fiscale, l’esercizio dell’influenza
politica, e altri astuti sistemi che costituiscono una specie di seconda
natura per le persone ricche. Questi aspetti servivano per apprezzare l’integrazione della cultura Ferengi, in ottemperanza con lo spirito del club.
Eppure T’Parel non era completamente felice, poiché gli altri membri dell’Eden tendevano ad evitare la sua presenza. Ti ho già spiegato che era
alquanto noioso. Non possedeva nessuno spirito per la conversazione, nessun
lato brillante, nessuna opinione degna di nota.
Puoi immaginarti la sua frustrazione mentre se ne stava seduto all’Eden,
una sera dopo l’altra, solo in mezzo alla folla. L’oceano di quelle voci
che conversavano lo avviluppava, ma sempre lasciandolo miseramente asciutto.
Tuttavia non mancava mai una serata al club. Si fece persino trasportare là
durante un attacco di dissenteria, per non abbassare la quota di presenze.
Gli altri soci ammirarono un po’distrattamente questo gesto, e per qualche
strana ragione non lo apprezzarono nel suo giusto valore.
Doveva pure esistere un modo per renderlo l’anima della festa, il punto
focale dell’Eden, l’uomo che ogni altro socio avrebbe desiderato essere.
Immaginai gruppi di anziani e rispettabili “Edeniti” che si scazzottavano artriticamente per l’onore di sedere al suo fianco a cena.
Gli mancava soltanto una sia pur minima parvenza di qualcosa di interessante
da dire o da fare.
Ma a ciò si poteva facilmente rimediare. Era un caso per q.
Per una volta, q non sembrò irritato dalla mia chiamata. Si trovava a una
specie di banchetto nel suo mondo astratto, e, a quanto pareva, sarebbe
toccato a lui prendere il conto. Lo avevo strappato dal Q-untinuum cinque
minuti prima che il conto arrivasse. Rise di gioia: ritornerò quindici
minuti più tardi- disse - e per allora qualcun altro si sarà già impegnato a
pagare il conto.-.
- Come spiegherai la tua assenza? - chiesi
- Dirò loro la verità: che sono stato convocato da un essere extragalattico
di incredibile stupidità, il quale aveva estremo bisogno della mia
intelligenza superiore. Cosa vuoi stavolta?-.
Glielo dissi, e con mio stupore scoppiò in lacrime: - Che tristezza - disse,
- Conosco il caso di una altra creatura superiore che è continuamente
snobbata da altri che gli sono nettamente inferiori. Trovo che non ci sia
nulla di più tragico.-.
- E chi sarebbe? L’altra creatura snobbata, voglio dire.-.
- Io - disse lui picchiandosi un dito sul petto, - o meglio lo sarò.-.
- Tu? - feci io - Non riesco davvero ad immaginarlo.
- Nemmeno io - disse lui- ma è pur sempre vero, o meglio lo sarà. Ma
torniamo al tuo amico. Sa fare qualcosa di promettente?-.
- Bhe, racconta battute. O almeno ci prova.-.
q si accigliò un attimo e disse:- Ma voi vulcaniani non dovreste essere
privi di emozioni? A che scopo raccontare barzellette?-.
- Noi cerchiamo di controllare le emozioni, non ne siamo privi. E il fatto
di raccontare storielle ironiche serve per misurare l’arguzia di chi la
racconta e la resistenza di chi ascolta. Solo che quelle che racconta T’Parel
sono orribili. Le racconta con tono piatto, gira attorno al punto focale, e
poi se lo dimentica. Ho visto spesso una sua battuta far piangere i
vulcaniani più avulsi alle emozioni.-.
q scosse il capo:- Pensavo che voi vulcaniani....Peccato. Io, invece, sono
un eccellente narratore di barzellette e battute assortite. Ti ho mai
raccontato quella dove un certo capitano Picard...-.
- Si, l’ho già sentita.-, mentii sfacciatamente (chi sarà mai questo
capitano Picard?), - ed ora torniamo al caso di T’Parel.-.
q disse:- Non esiste qualche tecnica semplice che possa migliorare il modo
in cui si raccontano le barzellette?-.
- Bhe, ovviamente serve un eloquio sciolto.- dissi.
- Certo - convenne q, - Una banale divaricazione delle corde vocali potrebbe
bastare... a patto che voi barbari possediate simili organi.-.
- Li abbiamo. E poi, naturalmente, la capacità di imitare un accento.-.
- Un accento?-.
- Si, un ferengi stretto, un klingon...Gli stranieri che non hanno imparato
la lingua da bambini, ma la studiano più tardi, tendono immancabilmente a
conservare l’accento del loro mondo natale, se non a sbagliare la pronuncia
delle vocali, l’ordine delle parole, fanno a pezzi la grammatica e così via.-.
Un’espressione di autentico orrore attraversò il volto di q:- Ma questo è
un crimine capitale.- disse.
- Non su questo mondo - dissi - Forse dovrebbe esserlo, ma non è così.-.
q scrollò il capo con tristezza:- Questo tuo amico ha mai sentito le
atrocità che tu chiami accenti?-.
- Certo.-.
- Ah - fece q - Allora basterà scapolare la memoria.-.
- Fare cosa alla memoria?-.
- Scapolarla. Ecco il procedimento, consiste nel... ma è inutile che ne
parli con degli esseri così incompetenti.-.
- E questo gli consentirà di raccontare aneddoti imitando un accento?-.
- Bhe, solo gli accenti che avrà udito nella sua vita. I miei poteri, in
fondo, per ora, non sono illimitati-
- Allora provvedi subito a scapolarlo.-.
Una settimana dopo incontrai T’Parel:- Hai raccontato barzellette di
recente?.-.
- Skor- disse lui - Nessuno vuole ascoltarmi. Come faccio a...-.
- Bhe, allora senti. Vieni con me in un localino che conosco. Io ti fornirò
un’introduzione spiritosa, poi tu ti alzerai e dirai tutto quello che ti
passa per la mente.-.
Lo portai in uno squallido bistrot che conoscevo per caso. Sempre per caso
conoscevo il direttore del locale e lo persuasi a lasciarmi tentare l’esperimento.
Poco prima di mezzanotte, quando la baldoria era al suo culmine, mi alzai e
imposi il silenzio al pubblico con la mia aria dignitosa. C’erano solo
undici persone presenti, ma sentivo che sarebbero bastate per l’esperimento.
- Signore e signori- comunicai - Abbiamo in mezzo a noi un gentiluomo di
grande intelletto, un maestro della nostra lingua, che sono certo sarete
tutti lieti di conoscere. Vi presento T’Parel !!!-.
T’Parel si alzò, con aria piuttosto confusa, e disse:- Siore e siori, vi
ringrasssio tanto.-.
Sentire un individuo dall’aria così distinta, snocciolare una frase con quell’accento lasciò a bocca aperta tutti i presenti. L’aria si riempì di
un aroma di cipolline alcoliche talmente forte da non credere. E subito dopo
esplose un uragano di risate che minacciava di sconfinare nell’isterismo.
Dovette aspettare che le risate si acquietassero almeno in parte, ossia per
due minuti dodici secondi e diedi o dodici centesimi, per ricominciare a
snocciolare battute e barzellette in ogni accento.
Dopo di che, ogni sera gli lasciavo trascorrere alcune ore all’Eden e dopo
cena lo portavo con me al locale. La voce cominciò a circolare. La prima
sera, come ho detto, il pubblico era scarso, ma ben presto ci ritrovammo con
gente sul marciapiede che lottava per entrare. In alcuni casi venne persino
alterato il ciclo del Plak-tow.
T’Parel la prese con calma. Mi disse:- Senti, è inutile sprecare tutto
questo eccellente materiale per i clienti di quel locale. Devo mostrare la
mia abilità ai confratelli dell’Eden. Non hanno mai voluto ascoltare le mie
barzellette perché non mi era mai passato per la mente di raccontarle in
dialetto, o imitando i vari accenti. Anzi, non mi ero mai accorto di saperlo
fare, il che dimostra gli incredibili abissi di sottovalutazione di se
stessi in cui un’anima pacata, ma spiritosa come la mia può cadere.-.
Parlai al direttore del locale della ricchezza dei membri dell’Eden,
tralasciando di menzionare che la loro ricchezza era pari solo alla loro
parsimonia. Il direttore, sbavando leggermente (era un ferengi), spedì al
club dei biglietti omaggio per adescarli. Lo fece dietro mio consiglio,
perché ben sapevo che nessun vero “edenita” avrebbe resistito alla
tentazione di uno spettacolo gratuito, soprattutto dopo che io avevo
innescato la voce che il programma comprendeva filmetti a luce soffusa.
I membri del club presenziarono in forze, e T’Parel gonfiò il petto a quella
vista. E cominciò.
I soci dell’Eden, per alcuni minuti, restarono seduti in silenzio come
statue, e cominciai a temere che riuscissero a resistere all’umorismo di T’Parel.
Ma erano solo parzialmente paralizzati dallo stupore, e quando questo sbiadì
cominciarono a ridere. Mai avevo visto vulcaniani ridere in maniera tale.
Il direttore del locale ormai sicuro di essere sulla soglia di un forziere
pieno zeppo di platinium, durante l’intervallo, corse da T’Parel e disse .-
Ragazzo mio, figliolo caro, so che voi avete chiesto solo l’opportunità di
esibire la vostra arte, che siete... e resterete, lo spero ardentemente...
superiore a quella cosa oscena che la gente chiama denaro, ma non posso
permettere che si continui così. Dite pure che sono uno stupido. Che sono
pazzo, ma ecco prendete questo assegno, e firmate questo contrattino...-, e
con la tipica generosità di un imprenditore ferengi, spinse nelle mani di T’Parel
un assegno da venticinque crediti, sufficienti al massimo per un pranzo in
una bettola di infimo ordine.
Gonfio di orgoglio per il munifico assegno di venticinque crediti ricevuto,
T’Parel lo incorniciò, lo portò all’Eden e vanitosamente lo mostrò a tutti.
Che scelta restava agli altri soci? Aveva guadagnato del denaro. Era stato
pagato per le sue fatiche.
Furono costretti a espellerlo.
E T’Parel, privato del suo club, pensò bene di scendere tutta la china e di
farsi colpire dalla sindrome di bendaii, che come sai è fatale.
- Ma se aveva incorniciato l’assegno, in realtà non aveva preso quel
denaro-
Skor alzò la mano destra con l’aria di un giudice nel suo tribunale, mentre
con la sinistra spingeva il conto del bar di prora nella mia direzione:-
Quello che conta è il principio. Non ti ho detto che gli “edeniti” sono
molto osservanti riguardo il loro status? Quando Adamo venne espulso dall’Eden, Dio gli disse che da quel momento in poi avrebbe dovuto lavorare per
guadagnarsi da vivere. Credo che le parole esatte fossero: “con il sudore
della fronte mangerai il tuo pane”.
Ne consegue allora che, all’inverso, se lavori per guadagnarti da vivere
devi essere espulso dall’Eden
E’... estremamente logico.-.
(Emiliani Maurizio)
ALTA TENSIONE
C'era una volta un frigorifero pieno di cibi sempre in
guerra fra loro. L'atmosfera era fredda, gelida, a volte la tensione si
tagliava col coltello.
La carne diceva alla cipolla che non sopportava più il suo cattivo odore,
lei la zittiva affermando di essere più tenera e gustosa. Il pesce parlava
sempre, dato che aveva solo 3 giorni di tempo per farlo, il gelato voleva
squagliarsela al più presto, la panna aveva ricevuto velate minacce dalla
società anticolesterolo.
La verdura si riteneva sempre più preziosa e le uova stavano zitte perchè
erano un ripiego e avevano paura di essere strapazzate.
Ogni volta che si apriva lo sportello era una tragedia, ogni cibo voleva
essere il prescelto; chi rimaneva si metteva a telefonare a maghi,
sensitivi, veggenti, ottenendo risposte sempre diverse, ma spendendo un
capitale in proteine, vitamine, e sali minerali.
Il caos regnava sovrano: tirava una brutta aria. Un deodorante provò a
sistemare le cose, ma gli dissero di andarsene nella calza della Befana.
Una notte si spezzò un ramo di un albero di Giuda in un paese lontano
lontano, cadde la tensione e tutti i cibi vennero cucinati perchè non
andassero a male.
Morale: quando si è nello stesso frigo bisogna stare in pace o basta un
niente e si è fritti.
(Lucia Baldini)
QUEL LUNEDI' 9
APRILE 1945
Sono trascorsi ormai 63 anni da quei quattro
indimenticabili giorni, 9, 10 , 11 e 12 aprile 1945, che cambiarono la vita
del nostro paese e di quelli limitrofi. Era trascorsa anche la Pasqua che
cadeva, in quel lontano 1945, proprio il primo giorno di aprile. L’attesa
era spasmodica perché parte della Romagna, quella oltre il Senio, era già
libera da tempo. Si aspettava la “grande ondata” che avrebbe finalmente
portato alla Liberazione anche i paesi oltre il Senio ed il Santerno.
Trascorse anche la domenica in Albis, in un silenzio strano e pieno d’ansia
e giunse il lunedì. Tutto cominciò alle ore quattordici, quando si scatenò
il finimondo, ma la notte non fu da meno: seconda ondata verso le tre, con
le famose quaranta fortezze volanti: grosse bombe, a due a due, questa
volta, non spezzoni, cadevano dagli aerei Liberator provenienti dal Sud. Una
cadde sulla Canonica ed una sull’angolo nord-ovest del Municipio, due dietro
la Chiesa sulla strada, altre due nelle case degli operai in via Gieri.
Venivano due a due dalla stazione gli aerei e sibilavano dirigendosi in
obliquo verso il fiume. Altre due bombe piombarono una nell’Asilo e un’altra
nella casa dell’ortolano, poi, ancora due nel caseggiato Marzetti,
Muccinelli e Gianstefani. Quasi contemporaneamente un paese intero rimase
sepolto sotto le macerie. La Canonica, che faceva parte del fabbricato del
castello medioevale, rimase distrutta, ma c’era il rifugio che era stato
scavato sotto il pavimento dello studio dell’Arciprete don Giovanni Ceroni.
Ci si entrava dall’interno e c’era un’uscita all’esterno nel cortile. La
bomba che cadde proprio nell’angolo verso la chiesa, in corrispondenza dello
studio e del rifugio fece crollare il vetusto edificio a tre piani e le due
entrate rimasero bloccate. Dentro c’erano circa quaranta persone fra le
quali il nuovo cappellano don Domenico Antonelli e quasi tutti gli abitanti
delle case operaie. L’arciprete don Ceroni le tre sorelle ed il garzone
erano rimasti miracolosamente illesi nell’unica stanza “rimasta in piedi”
fra un cumulo di macerie, al piano terreno che era stata la sala da pranzo,
dove la sera precedente don Domenico, il cappellano li aveva quasi costretti
a restare perchè volevano salire al piano di sopra; non si rendevano conto
del pericolo e non volevano entrare nel rifugio. Nemmeno Rosa Zardi amava il
rifugio e rimase nel corridoio. Quando Eguinaldo, suo figlio comincio
febbrilmente a scavare con tanti altri accorsi col cuore in gola, tutti gli
occupanti del rifugio uscirono poco per volta, quasi incolumi benché
terrorizzati, ma Rosa non uscì: era rimasta lì, nel corridoio, per sempre.
Parroco e sorelle furono aiutati ad uscire dalla finestra e partirono per
casa Zani in via Belfiore. Contemporaneamente, quella notte altri crolli,
altri lamenti. Costantino Gianstefani era rifugiato con la sua famiglia,
padre, madre, la nonna Geminiani Luigia e la zia Martina, Muccinelli
Francesco sfollato con le tre zie, Drei Giacomo futuro sindaco con moglie
Ricci Domenica e figlio, 14 o 15 persone in tutto. Tutto il palazzo crollò e
tutti uscirono da un pertugio che si era formato con la caduta di un muro
nel palazzo di Marzetti Tommaso che era stato Podestà: erano nel sottoscala
costruito a volta che rimase miracolosamente integro.
(inviato da Armanda Capucci; grazie a
Costantino Gianstefani per la testimonianza)
UNA DONNA FELICE
Anche per me oggi è festa, sapete, proprio come per
voi, come per mia sorella che legge queste parole, anzi per me è festa 365
giorni l’anno, perché sono donna e in quanto tale sono dono, amore, passione
per la vita, condivisione 7 giorni su 7, 24 ore al giorno; seguitemi e
capirete perché stasera sono con voi solo a parole. Tanti anni fa ho fatto
una scelta un po’ fuori dal comune; ero alla ricerca di un senso alla mia
vita, cercavo risposte lontano dalla domenica al cinema o al mare, dal
pavimento lucido, dalle rate della macchina, dall’attesa del sabato. Quando
ho detto cosa intendevo fare, in casa è successo il putiferio, pianti, urla
e suppliche di mia madre, mutismo di mio padre, investigazioni delle mie
sorelle e delle mie cugine, su delusioni d’amore, depressione, paura della
vita, fuga dalla realtà. In paese poi era tutto un sussurro quando passavo,
congetture su congetture. I più coraggiosi, anzi le più coraggiose, osavano
indagare: Te ne vai? Sei proprio sicura? Ma fai bene? Non vedi che tua mamma
ne fa una passione? Se chiedevo il significato di questa parola veniva fuori
di tutto, anche che ero cattiva, traditrice, testarda con chi mi voleva
bene. Ho avuto dubbi, certo, paura, momenti di solitudine, e chi non ne ha?,
e ogni tanto ne ho ancora, lo ammetto, ma la forza dell’amore che mi ha
portato qui, credetemi, è immensa e appagante e mette a tacere tutto. Man
mano che mi rendevo conto dei ritmi e della semplicità della nuova vita, mi
convincevo che ero nel giusto. Bambini fra i piedi, liti da sedare, nasini
da asciugare, anziane da imboccare, maccheroni da scolare, insalata da
trapiantare, una canzone in coro per far felice la mia chitarra, stanchezza
sì, tanta, ma anche gioia, stupore, pace. Apro il mio armadio, una piccola
sinfonia di nero e bianco, e mi viene in mente con una punta di malinconia
quando aprivo quello della mamma, mi appoggiavo o mi mettevo i suoi abiti,
le scarpe buone della domenica e mi sentivo una donna, anzi un donnino come
diceva lei, ordinandomi di riporre e lasciar stare le sue poche e misere
cose. Io ho scelto di restare nella povertà più assoluta, ho rinunciato,
apparentemente, a amicizie e ambizioni personali, a passioni terrene, ma
quante di voi in sala stasera l’hanno fatto sposandosi? Parecchie, senza
dubbio. Ho individuato quello che per me era l’amore assoluto, gratuito,
disinteressato, ho seguito la mia vocazione e ora la vivo con un’intensità
continua che non mi aspettavo. Sì, avete capito, sono una suora e abbraccio
le sofferenze degli altri sapendo che il bene si può vivere in mille modi, e
ognuno di loro ne genera dei nuovi. Essere donna vuol dire amare,
realizzarsi, condividere, provare emozioni con qualcuno; io in questo
momento non sono materialmente fra voi e non vi posso porgere un fiore, come
forse vorrei, ma vi dono un petalo che non scolorisce, una frase di un
filosofo francese, Thèophile Gautier, “E’ già una felicità poter amare,
anche quando ad amare si è soli”. Ecco, tutto ciò è tipico di una donna e
l’augurio più bello per lei stasera e sempre è quello di essere
ricambiata,e, in mancanza di questo, continuare ugualmente a spargere senza
calcoli la gioia e l’affetto attorno a lei, in casa e fuori, al lavoro
e,perché no, in convento. Ogni giorno io sperimento la validità della mia
passione. Sono una donna felice.
(inviato da Lucia Baldini)
LA STORIA VERA DI
CLOTILDE
Il primo raggio di sole la trovò rannicchiata come un
animale ferito nel grande letto matrimoniale.
Ebbe un sussulto. In un lampo, rivide la sua prima notte di nozze e, mentre,
con una smorfia di dolore, provava a distendere le membra indolenzite, le
apparve la grande macchia rossa sulla camicia ricamata, il primo sangue
uscito dal suo corpo di quindicenne.
Era molto bella Clotilde, occhi e capelli nerissimi, pelle d’ambra, corpo
sinuoso. Non sapeva nulla della vita, ma quel giovane elegante, dal viso
d’angelo, l’aveva affascinata; era stato amore a prima vista e, quando, egli
aveva chiesto la sua mano, le era sembrato un sogno. Vincenzo, rimasto
orfano e solo, dopo l’epidemia di “spagnola”, faceva il commerciante di
bovini come il padre ed il suo lavoro lo portava a viaggiare. A trent’anni,
conosceva il mondo, amava il gioco e le donne e quella ragazzina, figlia di
facoltosi agricoltori, un po’ acerba, lo aveva eccitato: con lei, avrebbe
potuto sfogare tutte le sue voglie e, poi, in casa, gli serviva una donna…
Di lì a poco, si erano celebrate le nozze: davvero una bella coppia di
innamorati!
Era trascorso appena un giorno… Clotilde si scosse. Quella era la sua prima
mattina da sposa e, quasi per cancellare l’incubo notturno, desiderava
vedere suo marito. Si vestì in fretta, volò giù per le scale ed entrò nella
stalla dove Vincenzo stava governando il bestiame. Gli si avvicinò per
salutarlo e per chiedergli come intendeva disporre della sua dote, ma un
sonoro ceffone la paralizzò. Scappò via con la bocca sanguinante e provò,
per un attimo, il desiderio di fuggire, ma non ne ebbe il coraggio: per
orgoglio ed anche per amore… Quando il marito-padrone rientrò, si sedette a
tavola come se nulla fosse accaduto. Non era la prima donna che conosceva e
le donne bisognava domarle! Poi, la trasse a sé e la baciò con la solita
veemenza. Nei primi tempi, egli, a modo suo, l’amò, come si ama un oggetto
che regala piacere ed ella, soggiogata, si lasciava trastullare come una
bambola, stregata da un uomo che, di giorno, la terrorizzava e la percuoteva
per un nonnulla e, di notte, si trasformava in esperto e quasi tenero
amante. Erano momenti di ardente passione, ai quali Clotilde si abbandonava
fiduciosa, ma, al risveglio, la attendevano, come sempre, le tenebre del
giorno. Poi, ecco il primo figlio e, di seguito, altre gravidanze: una donna
incinta non può soddisfare certi istinti, è una donna da buttare! Così,
Francesco riprese a frequentare il bordello.
Un giorno, tornò a casa con una “signora” ed intimò minaccioso alla moglie
di servirla a tavola e di cederle il letto matrimoniale. Clotilde, rispose
all’umiliazione ribellandosi con forza e, per tante notti insonni,
caparbiamente, si coricò in un angolo del letto, mentre il marito giaceva
con la concubina. Questa, stanca della situazione, si arrese e ripartì, non
prima di aver regalato all’amante una certa malattia. Clotilde aveva vinto,
ma qualcosa, in lei, si era spezzato per sempre.
(inviato da Armanda Capucci: Il racconto in
trenta righe/Storie di donne/Biblioteca di Piangipane)
I LOVE SHOPPING
Eh no care amiche, io non mi faccio fuorviare dalla
pubblicità, sono una donna libera da condizionamenti subdoli: è ora di
smettere di emulare e iniziare a volare lassù nell’immenso cielo della
scelta libera dispiegando le mie proprie ali, finendola una volta per tutte
di vivere nell’ombra rassicurante di modelli strategici e artificiosi che
mi obbligano a dar più peso all’apparire che all’essere. Venite con me al
supermercato, ho finito il detersivo per la lana; prendo il carrello
piccolo, tanto… Ehi, ma c’è il tre per due sui bottoni di legno tibetano,
mica me lo lascio sfuggire! E le calze, quelle che slanciano le gambe, le
massaggiano, le depilano, le abbronzano? Che faccio, nere o marroni? Meglio
tutt’e due, non si sa mai che le finiscano, e poi sono legate all’estrazione
di una crociera a Porto Corsini, prima colazione inclusa. Le prendo, le
prendo, la fortuna aiuta gli audaci. Ma perché non ho il carrello grande,
che oca, con mezzo maiale al banco macelleria oggi regalano un etto di
salsiccia matta, che affarone! Poteva servire per una carestia improvvisa, o
per una cena con amici… Pazienza, andiamo dai cosmetici, guardate, c’è quella
crema da notte appena uscita, era sull’ultimo numero di "Bellezza longeva", è antietà, nutriente, ristrutturante, liftante, modellante, antirughe,
rassodante, correttiva, insomma, perfetta per me, occasionissima, offerta
lancio con un macinachiodi di garofano del 300 veneziano, tiratura limitata
a 2000000 di esemplari, le mie amiche creperanno d’invidia. E questo cos’è?
Ah sì, l’ho visto ieri sera in tv, si spruzza, non si stende, non si
asciuga, non si risciacqua, pulisce istantaneamente qualsiasi tipo di
superficie, la igienizza, facilita la stiratura e il dialogo in famiglia,
tutto appare nitido in un attimo; cos’ho detto a proposito di apparire? E
cosa dovevo prendere? Non ricordo bene, ah, ecco. Se non sbaglio, qualcosa
per la lana, dunque, vediamo un po’, questo potrebbe andare, uno vale
l’altro, mica mi faccio condizionare dai messaggi pubblicitari, ragiono con
la mia testa, non mi faccio attirare da false promesse ingannevoli. Però, ho
speso un capitale in un misero flacone di detersivo, accidenti
all’inflazione; bisogna essere razionali e coerenti; dicevo prima,
l’importante è essere, non apparire, o è il contrario? Scusate, sono confusa
e stanca, sono 2 ore che giro per un bucato perfetto…
(inviato da Lucia Baldini)
9 APRILE 1945
Era la mattina di lunedì, 9 aprile 1945, una mattina di
sole, apparentemente come tante, che seguiva la Domenica in Albis. Era
stata, anche quella, una giornata normale, ma più silenziosa del solito per
chi era abituato, ormai da mesi, al frastuono degli scoppi, al rombo
assordante degli aerei, al lugubre sibilo delle sirene. Erano trascorsi il
Natale ed anche la Pasqua, in attesa della Liberazione, ma gli Alleati
sembravano indugiare oltre misura al di là del fiume Senio. Quel lunedì
mattina, però, ad un osservatore attento, i Tedeschi sarebbero apparsi
piuttosto agitati e confusi, aggirarsi qua e là come automi, nello
svolgimento delle abituali mansioni. In via Angiolina n. 8 , presso la
famiglia di Capucci Giuseppe, aveva sede il Capitano del comando tedesco,
dislocato al piano superiore della casa, mentre le cucine si trovavano nella
casa retrostante, della famiglia Cristoferi. Poco prima di mezzogiorno, due
dei 14 sfollati, Antonio e Luigi Foschini, sgattaiolarono nel sottoscala la
cui entrata era camuffata da casse, per ascoltare una piccola radio
clandestina, costruita in parte da loro stessi. Era un’operazione ad alto
rischio, ma i due giovani possedevano qualche conoscenza della lingua
inglese e tedesca e, di solito, uscivano con notizie importanti sulla
situazione in generale. Questa volta, erano eccitati e turbati: “Ci siamo,
ci siamo! Stanno per arrivare! Sta per iniziare l’offensiva!” Non si sapeva
se credere alle loro parole pronunciate in un sussurro e lasciarsi andare
alla gioia o restarsene indifferenti, perché altre volte le speranze erano
state deluse. Poco prima delle 14, l’allarme suonò e i Tedeschi che non
sempre erano cattivi, pregarono i civili di fare presto, di entrare tutti
nel rifugio. Mamma Anna fu presa dalla paura di “rimanere là sotto” e, con
la sua bambina ed un anziano sfollato, fuggì verso i campi. Il Tedesco li
rincorse e li trascinò a forza nel rifugio dove erano già stipate, fra
militari e civili, una ventina di persone. Fu un attimo. Tutto incominciò a
tremare. Il rombo di 1673 aerei provenienti da Cerignola di Foggia, che
avevano oltrepassato il fiume Senio alle 13,05 si fece sentire in lontananza
e sempre più vicino. L’operazione sull’area “Apple” per la liberazione del
paese, con il bombardamento a tappeto, era incominciata e 40 fortezze
volanti sganciarono su di noi 8230 bombe a frammentazione. Nemmeno il
giovane cuoco polacco Ernesto, arruolato suo malgrado, fece in tempo a
terminare la sua passeggiata nel campo e nemmeno Giulio Cristoferi e il
cugino bolognese Mario Dalla Casa, poco più che ventenni, sfuggiti ai
repubblichini. Si acquattarono fra la siepe fiorita, nel confine che
separava una casa dall’altra, fra un sinistro crepitio di bombe e di
spezzoni, mentre il cielo si oscurava come per un’eclisse di sole. Furono
cercati e trovati lì, molto più tardi, dilaniati dalle schegge, ma ancora
abbracciati, quando fu fatta la conta nel rifugio e loro mancavano. Mancava
anche lo zio Bruno di casa Capucci che assieme ad un altro sfollato si era
gettato in una delle profonde buche scavate nel campo dai Tedeschi. Erano,
poi, rientrati, dopo qualche ora, al diradarsi della nuvola di polvere,
imbrattati e pallidi dallo spavento, ma salvi. Qualche altro scampato stava
arrivando, attraverso le buche della strada che non c’era più e quelle dei
campi, sempre con notizie di distruzione e di morte: ed era soltanto il
primo giorno. Ma il capitano tedesco, che aveva fatto tremare tutti fino al
giorno prima, si rivolgeva alla bambina più piccola con tristezza e sollievo
ad un tempo: “Coraggio, Silvana, domani, la guerra, per te, sarà finita!”
(inviato da Armanda Capucci) |