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LA SPERANZA INDIANA: DOLORE ED ENTUSIASMO DELLA PIU’ GRANDE DEMOCRAZIA DEL
MONDO
Lo spirito critico che l’Occidente proietta
sulla rivincita dell’Asia, il nuovo centro del pianeta dove si gioca la partita
cruciale tra ricchezza e povertà, mescola valori autentici e ipocrisie.
C’è in noi la rispettabile saggezza acquisita da chi, avendo già raggiunto il
benessere, ne conosce i limiti e i costi. C’è il disincanto di una società
postmoderna che ha perso la fiducia dell’onnipotenza della scienza e del primato
dell’economia, come attesta l’attuale crisi congiunturale.
Inoltre gli interrogativi che l’Europa lancia alle potenze asiatiche
costituiscono di per sé una novità dell’era contemporanea: i paesi emergenti ci
agganciano o ci superano in un mondo dove la circolazione degli uomini e delle
conoscenze rende comparabile istantaneamente i livelli di di libertà e di
dignità fra zone lontane.
Nella Londra del lavoro minorile e dello sfruttamento operaio descritto nei
romanzi di Dickens o nelle inchieste di Friedrich Engels, nell’America dei
“Barohi ladri” e della prima industrializzazione selvaggia di fine Ottocento; o
nell’Italia di “Rocco e i suoi fratelli”, non c’è il confronto immediato con
standard elevati di salute dei consumatori e i diritti dei lavoratori; un
confronto che oggi i jet e la tv, i cellulari e internet rendono invece
ineludibile.
Per effetto di questa compressione dello spazio cronologico e geografico, le
rivendicazioni di dignità umana e di qualità della vita avanzano rapidamente
anche nelle società dello sviluppo recente Conflitti e tensioni attraversano il
cuore del miracolo asiatico. Le battaglie per la qualità dell’ambiente o contro
lo sfruttamento non sono né un nostro lusso, né un nostro monopolio.
C’è nella lettura più catastrofista della globalizzazione una testarda battaglia
di retroguardia. Si dimentica spesso che l’ultima spinta decisiva verso la
globalizzazione negli anni Novanta l’abbiamo voluta noi europei ed americani;
l’abbiamo governata noi, abbiamo definito le regole del gioco, superando le
resistenze di chi in Asia temeva di arrivarci impreparato e quindi di essere
ricolonizzato dall’Occidente.
La partita non ha seguito il copione previsto. I deboli si sono scoperti forti,
i detentori della vecchia egemonia culturale si sentono incalzati. Non è una
buona ragione per passare da una visione idilliaca della globalizzazione – il
circolo virtuoso, il gioco a somma positiva, in cui vincono tutti – alla
caricatura opposta di chi predica che stiamo diventando tutti più poveri.
Stiamo vivendo tutti una rivoluzione mondiale come ne avvengono ciclicamente
nella storia dell’uomo. Come in tutte le rivoluzioni, chi aveva qualche
privilegio piccolo o grande da difendere, è convinto di vivere in un’epoca
tragica, vede un futuro gravido di minacce. Se cediamo al catastrofismo
rischiamo di finire in compagnia degli aristocratici francesi pre-rivoluzione, e
delle vecchie borghesie imperiali, nella galleria storica dei ritratti dei
nostalgici, i teorici del “si stava meglio prima”.
L’India “riassunto del mondo”, che racchiude in sé tutte le contraddizioni più
estreme dei nostri tempi, sta esplorando gli stessi interrogativi che assillano
noi europei. Ha deciso che può diventare moderna senza perdere una fisonomia
culturale unica, tenace e gioiosamente diversa. E’ avida di benessere materiale
e, al tempo stesso, sa goderne con più moderazione di noi, mantenendo tradizioni
e stili di vita meno distruttivi dei nostri per le risorse naturali del pianeta.
La parola pluralismo, tolleranza, diritti umani, risuonano nelle baraccopoli di
Mumbai e Calcutta, le caste inferiori si aggrappano al loro diritto di voto come
al bene più prezioso che possiedono, con entusiasmo. E’ una magnifica lezione.
Fa parte di una storia comune e quasi l’avevamo dimenticata: la libertà non è un
lusso per i ricchi, è l’arma più forte in mano ai poveri.
L’India che con un sistema democratico sta correndo uno sviluppo inferiore solo
a quello del vicino gigante autoritario, la Cina, crede nella sua gente, anche
nei contadini poveri; lo sforzo per elevare il tenore di vita è una delle novità
più positive del mondo contemporaneo, insieme allo sviluppo, altrettanto
democratico del Sud America.
Negli anni della presidenza Obama, l’Europa si chiude, si difende orientandosi a
destra, anche nelle sue forme più estreme.
LA VECCHIA EUROPA È SEMPRE PIÙ VECCHIA DOPO
IL VOTO
Deludente e preoccupante la bassa partecipazione
al voto delle elezioni europpe del 6 e 7 giugno 2009: nei 27 paesi della CEE
hanno votato solo il 43,5% degli aventi diritto.
La grave crisi economica che attraversa tutto il Continente non ha punito i
sostenitori della deregulation e del laissez faire sfrenato che sono stati i
principali responsabili della stessa crisi. i vari Ministri di stampo
reaganiano-thatcheriano, come il nostro Tremonti non hanno subìto conseguenze
elettorali. Infatti, sulla spinta di Obama si sono trasformati in una destra
Keynesiana e hanno cavalcato ciò che poco tempo fa sembrava impossibile:
denuncia dei paradisi fiscali, nazionalizzazione delle banche, rafforzamento
degli ammortizzatori sociali, regola de imporre al mercato, aiuti alle grandi
industrie, specie automobilistiche. Hanno fatto dimenticare il loro passato
appropriandosi dei principi della social democrazia.
La sinistra europea ne è uscita scippata ed è rimasta a mani vuote. Si è
dimostrata inadeguata ad affrontare coerentemente e sul suo terreno storico i
temi della crisi economica. Così le elezioni europee hanno premiato i grandi
trasformisti conservatori al potere (vedi Francia, Italia, Germania, Belgio e
Ugheria) e hanno punito le fiacche socialdemocrazie anche dove governano come in
Spagna, Regno Unito e Portogallo.
L'analisi sul problema sicurezza e ordine pubblico è ancora più drammatica. Forti
spinte xenofobe albergano nell'Europa che è uscita dal voto.
Nel Regno Unito addirittura due partiti che incitano all'odio razziale, come il
British National Party e il BNP hanno ottenuto rispettivamente l'8% re il 9,8.
In Italia la Lega supera il 10€ e per la prima volta incide in una regione come
l' Emilla-Romagna. In Austria, gli eredi di Haider raddoppiano con il 13,1%.
In Finlandia il partito dri "Veri finlandesi" passa dallo 0,5 del 3004 al 9,8
del 2009. In Ungheria il partito che definisce nemici ebrei, Rom e comunisti,
ottiene il 15%. In Olanda il PVV del populista Wilders "in guerra contro l'Islam"
diventa il secondo partito con il 17%.
Queste macchie nere non solo rallentano lo sviluppo dell'Unità Europea, ma sono,
in vera e propria controtendenza rispetto alla spinta multietnica e di apertura
alle altre culture di Barak Obama.
Non ci resta che sperare in una nuova sinistra europea del XXI° secolo. Una
psinta in tal senso è avvenuta in Francia con il famoso leader ecologista
"Danny il Rosso), che ottenendo il 16,03 %, ha visto premiata la sua idea di
società forte, ricca di contenuti, vivace ed allegra,
Questa nuova sinistra alternativa ai trasformisti liberisti, i è presente anche
in altri paesi, come in Svezia. con i "Pirati anticopyright"; il Pasok in Grecia
che torna ad essere la prima forza del Paese; meno in Italia dove tuttavia si
può sperare in un Pd con facce nuove e in un'Italia dei Valori trascinatrice di
una nuova sinistra dalle idee chiare.
voglio ricordare che l'Europa per quanto importante ha meno un decimo della
popolazione mondiale e non solo per questo è quasi in fuorigioco nello
scacchiere dei grandi politico economici del Pianeta che si decidono sempre di
più a Washington, Pechino, Mosca e New Dalhy. In Europa i grandi temi del giorno
sono i clandestini o fare fare entrare o no la Turchia nella CEE: la Turchia che
dal 1945 è il principale del Patto Atlantico dopo gli USA.
Nel Mondo di parla di pace, sviluppo, convivenza multietnica e democrazia: dal
Libano al Giappone, dalla Patagonia a Montreal. In Italia Bossi e Berlusconi
negano l'integrazione e la civiltà multietnica, in nome di un futuro gretto e
provinciale, completamente fuori dalla realtà con una visione miope e razzista.
LA CINA: UNA POTENZA MONDIALE INFLUENTE E
DISPOTICA
La dimensione
internazionale politica ed economica cinese è oggi estremamente importante per
tutto il Pianeta, non solo per l’Asia.
I successi raggiunti da Pechino eccitano la voglia delle classi dirigenti di
sposare il mercato senza la libertà politica. Dal Vietnam, alla Corea del Nord,
alla Birmania, troppe dittature possono pensare di farla franca, finchè un
vicino così potente si arrocca in una transizione incompiuta e non imbocca la
strada del cambiamento democratico.
Altri Paesi, dalla Cambogia alla Thailandia, subiscono la tentazione di
restaurazioni liberticide.
Persino in India, la più grande democrazia del mondo, c’è chi sente il fascino
del decisionismo cinese e vorrebbe scorciatoie e politiche un po' più
“muscolose” per accelerare il ritmo della crescita. Il Giappone e Taiwan si
irrigidiscono nella previsione dell’escalation militare cinese.
In quanto all’Occidente, non avrà mai un rapporto disteso e sereno con la
crescita della Cina: finchè questo Pese non diventerà trasparente; finchè le
pulsioni dei suoi governanti non saranno bilanciate e temperate dai contropoteri
del pluralismo. Per questo il bivio davanti al quale si trova la Cina e la
strada che deciderà di imboccare interessa l’intera umanità.
E’ a Pechino che si gioca la prova decisiva del secolo. E’ qui che misureremo se
sia possibile vincere la guerra contro la miseria nel Mondo, senza sacrificare
la libertà e i diritti umani.
Su questa sfida purtRoppo per ora, comincia a incombere la figura maestosa e
terribile di Mao Zedong, che, del centralismo-assolutista della politica cinese,
è tuttora il “grande timoniere”.
La storia ha lasciato il suo segno, non solo sui tre miliardi di asiatici, ma
anche sui 600 milioni di europei, altrettanti africani e quasi un miliardo di
americani, dall’Alaska alla Terra del Fuoco.
AFRICA: IL CONTINENTE NERO RICCO DI
RISORSE "SPOLPATE" DAL PREDATORE UOMO
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Lo squalo o il coccodrillo sono considerati
predatori aggressivi e pericolosi: in realtà
sono animali estremamente voraci per la loro
natura primordiale e le loro caratteristiche
dinamiche e funzionali. Rispetto a loro l'uomo è
un animale molto più enigmatico: si dice che è
il più evoluto perchè ha memoria storica, un
cervello pensante, sentimenti e autocontrollo.
La storai e l'organizzaione sociale africana
contraddicono questa affermazione: il Continente
Nero ricchissimo di materie prime di grande
valore come petrolio, metano, legname, oro,
diamanti, uranio, gicaimenti minerari di ogni
genere e prodotti agricolo estremamente
remunerativi è sottposto e sottomesso da almeno
duecento anni a rapine selvagge in nome del
progresso dei pochi (le multinazionali) e la
miseria dei molti (il popolo africano).
In Africa la democrazia è merce rara,
impalpabile. La vita umana spietatamente
sottoposta a guerre civili, rivolte, colpi di
stato, epidemie, denutrizione, devastazioni
ambientali di ogni genere. L'Africa è un
paradosso assoluto: gli Sati dove si vive più
decorosamente sono quelli con meno risorse
naturali. La Tunisia, che conta su agricoltura e
turismo; la Tanzania, con allevamenti e
produzioni rurali; il Marocco di giacimenti di
fosfati ma per il resto prettamente agricolo e
turistico.
C'è poi il caso dell'Egitto dove il fanatismo
integralista mussulmano ostacola la forte
vocazione turistica. Quella egiziana dal 3.000
A.C. all'età Tolomeica è stata forse lòa civiltà
più evoluta del pianeta: oggi la risorsa
principale dell'Egitto è il suo passato.
Il Sud Africa, dopo secoli apartheid si è
affacciato alla democrazia; il suo sviluppo
sociale tuttavia è ostacolato da enormi violenze
perpretate a tutti i livelli, dal piccolo
deliquente di quartiere alle mafie più potenti e
spietate.
Paesi come Angola, Mozambico, Congo, Sudan,
Nigeria, Sierra Leono, Zambia e Somalia
dall'indipendenza ad oggi, hanno conosciuto solo
decenni di guqrre civili e colpi di Stato: le
peggiori forme di violenza. I sodati bambini
sono la norma: l'uso di allucinogeni per
esaltarte la brutalità è diffuso come da noi in
caffè.
Il mondo ha reagito solo con sgomento formale
alle stragi del Ruanda-Burundi, dove i morti
sono stati quasi un milione su una popolazione
che non arrivava a dieci milioni.
In Africa tutto è possibile, dagli assalti dei
pirati lungo le coste alle epidemie più
devastanti come quelle causate da aids ed ebola.
il resto del mondo cosa fa per risolvere questa
situazione così catastrofica? E' vero, c'è chi
in buona fede, laica o religiosa, opera con
missioni umanitarie. Si sono costruiti pozzi,
scuole, ospedali, piccolr realtà agricole,
commerciali, imprenditoriali: ci sugiriamo che
questi ruscelli di vita si moltiplichino sino a
coinvolgere tutte le società africane. Gli Stati
africani, al contraio, sono ancora oggi e più
che mai, controllati da didatture ben volute
dalle multinazionali che continuano a "spolpare"
le risorse africane.
La Banca Mondiale non osa cancellare gli enormi
debiti che gli Stati africani hanno accumulato.
L'Africa, il Continente dei grandi fiumi e dei
laghi immensi e profondi vede oltre
centocinquanta milioni di persone con grandi
difficoltà di accesso ad un bene indispensabile
per la vita come l'acqua.
E' di questi giorni la provinciale polemica
della politica italiana sui clandestini e le
dichiarazioni del nostro Premier che rifiuta una
società multietnica, in base ad una filosofia
razziale che richiama quella dei commercianti
predoni portoghesi del Seicento che hanno
inziato il commercio degli schiavi verso le
Americhe: gli africani non erano uomini come gli
europei ma una vida di mezzo tra l'uomo e la
scimmia.
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"INCREDIBILE INDIA" TRA TRADIZIONE E ALTA
TECNOLOGIA
"Incredibile India" è lo slogan coniato
dall'Ente Turistico di Sato Indiano: ma anche il
commento di molti occidentali, che rimangono
inebriati non solo dai suoi profumi e colori,
dai paesaggi naturali e dalle antichità, dalla
poesia dei costumi e dall'eleganza della gente
più semplice. Oggi ciò che stupisce maggiormente
è la nuova atmosfera e ottimismo ed energia che
si respira.
l'India è la patria della più avanzata
tecnologia informatica. La multinazionale
Infosys, gigante informatico di Bangalore, ha
66.000 dipendenti: la maggioranza tecnici,
manager e ricercatori con un'età media di 27
anni. Dal 1980 ad oggi 200milioni di indiani
hanno sconfitto la fame e la miseria. La grande
banca d'affari Goldman-Sachs è convinta che nel
2050 il reddito procapite degli indiani sarà
superiore di ben 35 volte a quello attuale e per
quella data l'India avrà superato il reddito
medio di Eurolandia.
I principali call-center, le grandi compagnie
aeree, le catene alberghiere, i centri
ospedalieri americani, molti grandi studi legali
e di commercialisti sono amministrati da Mumbai
e Bangalore, da ingegneri informatici
preparatissimi, con uno stipendio mensile tra
500 e 800 €.
L'ultima novità è il giornalismo. la Reuters,
una agenzia di stampa di livello mondiale ha
trasferito in India quasi tutti i notiziari
economico-finanziari. I giornalisti che ci
informano sulla borda di New York o Londra
spesso lavorano in India.
L'ultima novità sono i giornali locali on-line.
Il Pasadena New, cittadina dell'area
metropolitana di Los Angeles lavora con due
giornalisti: uno vive a Mumbai e guadagna 700 €
lordi al mese, l'altro a Bangalora con una paga
lorda di 500 €. Il proprietario del giornale,
James Macpherson che nel suo sito vanta ben
45.000 frequentatori (più o meno come i nostri)
sta facendo affari d'oro (esattamente come noi):
non ho trovato l'America ma l'India.
Il consiglio comunale di Pasadena trasmette
tutte le sue sedute su Internet; la mail è ormai
usata molto spesso nelle interviste ai politici:
i reporter indiani lavorano in tempo reale e da
15.000 Km di distanza, con un fuso orario
differente di 12 ore, mentre i lettori del
Pasadena News dormono, scrivono le loro cronache
cittadine con precisione e correttezza.
tutto il giornalismo indiano vive una stagione
felice: dai classici quotidiani, alla
televisione. E' determinante nella sua funzione
di garante della democrazia, con denunce
ampiamente documentate di corruzione della
classe dirigente e politica. il giovane
romanziere Ahiruddha Bahal sostiene: "In India
lo spreco di denaro pubblico raggiunge livelli
epidemici. Una significativa riduzione della
corruzione aumenterebbe la ricchezza nazionale e
diminuirebbe le disuguaglianze sociali".
La democrazia indiana con trecento quotidiani
importanti e 160milioni di copie vendute non può
essere controllata da pochi editori (come
purtroppo avviene in Italia), ed è per questo
che il loro futuro appare sempre più radioso e
democratico.
LE FANTASIE
CULTURALI DELL’OCCIDENTE: LA PAURA E LA
DENIGRAZIONE DEL DIVERSO, OVVERO L’ORIENTE
Molti dei grandi filosofi e
pensatori europei, senza avere mai visitato
l’Asia, ne hanno dato definizioni negative,
considerandola qualcosa di pericoloso, perché
“altro” rispetto a noi occidentali, unici degni
a svolgere una funzione universale di progresso.
In realtà il concetto di Oriente è estraneo
all’Oriente stesso: per i cinesi sin dal Taoismo
la loro terra è Zhong-Goo, cioè la terra di
mezzo, centro del mondo.
Un Bramino indiano non ha niente da dividere con
un Samurai giapponese o un Mullà sciita
libanese. L’Asia per loro è un’astrazione
geografica, con numerose culture e religioni
multiformi e diverse.
Il
precursore di questa idea di pura invenzione
occidentale è il padre di tutti gli storici:
Erodoto. Nella descrizione delle guerre tra
Grecia e Persia costruisce uno scontro di
civiltà: i greci rappresentano la democrazia (se
ciò è vero per Atene sicuramente non lo è per
Sparta), la loro vittoria il trionfo di questa
contro la forza bruta dell’imperatore persiano e
del suoi esercito di soldati-schiavi.
Anche Roma che distrugge Cartagine rientra nello
stesso pensiero: il romani sono il progresso, il
sistema del diritto. I cartaginesi, di origine
fenicia, brutali e spietati tiranni.
Questo modello, nonostante le favolose
descrizioni del Catai, prima di Marco Polo e poi
del gesuita del Cinquecento Matteo Ricci, che ha
ammirato molto il pensiero etico di Confucio,
arriva finito ai nostri oggi.
Il liberale francese Montesquieu lancia il
concetto di “dispotismo orientale”; lo userà per
descrivere realtà politiche molto diverse, come
i Moghul in India, lo zarismo in Russia, le
dinastie imperiali cinesi, dimenticando che
l’India dei Moghul nel 1.600 era un laboratorio
politico di tolleranza e di dialogo tra le
religioni, proprio mentre a Roma la Santa
inquisizione condannava al rogo per eresia
Giordano Bruno.
Il massimo teorico della superiorità occidentale
è il filoso tedesco Hegel. Per lui l’Oriente è
immobilismo e passività; l’Occidente il motore
del progresso, patria della scienza, della
tecnologia, del razionalismo e
dell’individualismo creativo.
L’Inghilterra Vittoriana giustifica così la
colonizzazione dell’India: una missione
civilizzatrice contro il declino delle
tradizioni arcane indiane.
Politici limitati e bellicosi come George W.
Bush non hanno avuto difficoltà e non ci hanno
pensato due volte a rinverdire lo scontro di
civiltà di memoria greca: l’Islam è la religione
dei violenti terroristi: l’Iran, l’Iraq,
l’Afghanistan, la Siria e la Corea del Nord sono
paesi canaglia; l’occidente nel nome della
democrazia può e deve bombardare a tappeto
innocenti e poveri contadini mussulmani.
La realtà è molto più complicata. La medicina
cinese e araba per secoli è stata molto più
avanzata di quella occidentale. Il sistema
numerico che ha sostituito quello romano ci è
stata dato dagli arabi. I cinesi hanno scoperto
il compasso e la polvere da sparo. Nel mondo
confuciano sono nate le prime forme di proto
capitalismo, secoli prima che Max Weber ne
attribuisse il merito all’etica protestante.
Non esiste uno scontro di civiltà, come non
esiste una superiorità dell’Occidente
sull’Oriente e viceversa, ovviamente. Esistono
sei miliardi di uomini impegnati per debellare
la povertà e le ingiustizie del mondo. Tra
questi, ed è bene ricordarlo sempre, tre
miliardi e mezzo vivono nel sud est asiatico,
che non solo per questo è un immenso laboratorio
multiculturale decisivo per tutta l’umanità.
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