San Cassiano patrono di Imola

Omelia di monsignor Mario Toso, vescovo di Faenza-Modigliana nella cattedrale di Imola il 134 agosto


Eccellenza, illustri delegazioni delle città di Bressanone e Comacchio, autorità militari e civili, cari fratelli e sorelle, la solennità del patrono san Cassiano ci vede comunità in festa attorno a colui che con il suo martirio è stato seme di cristiani (cf Tertulliano, Apologeticus, 50), punto di riferimento dei suoi contemporanei – basti pensare a san Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, che volle essere sepolto vicino alle sue spoglie – ed è per noi, oggi, protettore e modello di vita cristiana.
La festa patronale per una diocesi è l’occasione per ri-offrirsi al Signore, nell’impegno di un rinnovato slancio missionario, rivissuto nell’attuale contesto socio-culturale, chiaramente secolaristico. Il martire Cassiano ha trasfigurato la propria esistenza con un atto supremo di amore a Cristo, rifiutando di adorare gli dei pagani, venendo ucciso proprio perché cristiano, ritenuto pericoloso per l’ordine costituito. San Cassiano è divenuto seme di cristiani rivivendo in sé il sacrificio di Cristo, il suo impegno di redimere il mondo, divinizzandolo ed umanizzandolo. Ha così rivendicato per ogni persona la prima libertà, quella religiosa, quella oggi più ferita, radice di ogni altra libertà. Nello stesso tempo si è offerto totalmente a Colui che è principio dell’amore e della vita, rispondendo all’amore donato con la propria esistenza. Per il credente non vi sono altri dei all’infuori di Dio, uno e trino. Se si muore con Cristo, con Lui anche si vive (2Tim 2, 11).

Proprio così, come ci attestano varie fonti, ma soprattutto il culto ininterrotto sino a noi, san Cassiano è stato costruttore della comunità cristiana e della città imolesi, annunciatore di speranza e di fratellanza, pilastri di una nuova civiltà, aperta alla trascendenza. I cristiani che visitavano la sua tomba e che l’hanno venerato come patrono lungo i secoli, hanno inteso incontrare e amare, attraverso di lui, Cristo stesso, il martire per eccellenza: un discepolo non è più grande del maestro (cf Mt 10, 24). San Cassiano venne cercato dalla gente comune e dalle persone colte, come quel Prudenzio che nel quinto secolo si fermò a rendere omaggio alle sue spoglie, e venerò in lui una persona libera, capace di resistere ad un’autorità che voleva obbligare a tacitare la propria coscienza. 


Fu eletto patrono di altre Chiese, proprio perché con la sua vita e il dono eroico di sé insegnò l’adesione incondizionata a Cristo e la necessità di testimoniarlo coraggiosamente. Di questo c’è bisogno oggi, in un mondo in cui Dio è ancora antropomorfizzato, fatto a propria immagine, scambiato con falsi dei. Solo mediante la fede in Cristo e l’educazione ad essa – non dimentichiamo che san Cassiano utilizzava la sua professione di insegnante per evangelizzare – i popoli acquisiscono la coscienza della loro altissima dignità, della fraternità e della loro fondamentale uguaglianza. Solo mediante esse fiorisce una libertà responsabile, si rafforzano il diritto e la giustizia, si ordinano quelle scale di beni-valori ove i mezzi non sono scambiati coi fini.

Cari fratelli e sorelle, i santi, come san Cassiano per questo territorio e per le Chiese che l’hanno eletto a patrono, sono fonte di rivoluzioni morali e spirituali, nonché sociali, davvero radicali. Lo possono essere anche nella cultura contemporanea, preda di nuove idolatrie, quali il consumismo materialistico, il profitto a breve termine assolutizzato, la tecnocrazia, l’individualismo radicale. Imitiamo i nostri santi e guardiamo a Cristo. Egli ci dà forza ed intelletto per abbattere le strutture di peccato e riformare quelle leggi che sono erroneamente ritenute conquiste di civiltà ma che, invece, devastano l’essere umano o, addirittura, come nel caso dell’uccisione dei nascituri, ne calpestano brutalmente il diritto alla vita. È vera libertà quella che è intesa come la potestà di fare tutto ciò che si crede senza limiti di sorta?

Si ha l’impressione che molti della nostra gente, specie le nuove generazioni, pur vivendo in un contesto in cui il cristianesimo ha imbevuto di sé istituzioni e costumi, a partire da persecuzioni e prove dure, non attribuiscano più un’alta considerazione alla loro fede. Il cristianesimo non è più ritenuto fonte di liberazione e di umanizzazione. È spesso pensato come un freno alla propria libertà e alla crescita umana. Sebbene abbiamo molte testimonianze della fede sparse ovunque – si pensi alle chiese, alle opere d’arte, agli ospedali e alle università, ai vari segni religiosi che contraddistinguono le nostre città e le nostre campagne – l’essere di Cristo non è più sentito come proprio, un tratto distintivo della propria condotta. 


È spesso vissuto come un’appartenenza superficiale, incapace di mettere radici profonde nelle persone e nel tessuto sociale e politico. E così l’essere cristiano si svuota della sua verità e dei suoi contenuti più propri, rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente abbraccia la vita. L’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino della vita, non la trasforma.

In vista di una conversione pastorale e pedagogica è necessario che ci immergiamo, come ci sollecita a fare l’anno del Giubileo, nella misericordia del Padre. Sarà proprio un rinnovato re-incontro con Gesù Cristo, incarnazione vivente della misericordia di Dio, che rivitalizzerà le nostre comunità e riscalderà i nostri cuori nella missio ad gentes. Vivendo Cristo, il suo dono totale a Dio, potremo essere capaci di trasfigurare la nostra esistenza e le istituzioni, fondandole sui pilastri della fraternità e della giustizia. Cristo ci aiuterà a seminare nei solchi della storia un nuovo umanesimo, per il quale la libertà si lega alla verità e al bene, l’economia e la politica sono al servizio del bene comune, ossia bene di tutti e non di pochi. 


Oggi abbiamo un estremo bisogno di una fede capace di inculturarsi e di plasmare le coscienze e le civiltà. Possiamo – è lecito domandarsi – permetterci il lusso di trascurare quelle istituzioni che, come la famiglia e la scuola cattolica, sono piuttosto bistrattate dall’attuale politica, anzi sono sfavorite con legislazioni che ne penalizzano l’esistenza, rispettivamente mediante o una subdola decostruzione giuridica o il carico di ingiusti gravami fiscali? La dimensione sociale della fede, di cui ci ha parlato più volte papa Francesco, non deve, forse, renderci più attivi e responsabili a servizio dei bisognosi, non solo con piani assistenziali ma soprattutto sradicando le cause strutturali della povertà, affinché tutti siano inclusi nella società e vedano accresciute le loro capacità di partecipazione alla gestione della res publica? La misericordia ricevuta va vissuta e testimoniata globalmente. 

Detto diversamente, l’esperienza della misericordia che ci dona la vita di Dio, la sua capacità di amare e di perdonare, va portata in ogni ambito dell’attività umana: nel lavoro, nella famiglia, nell’economia, nella finanza, nella politica, nel mondo dei mass media, nella cultura e nella scuola, nelle relazioni internazionali. Grazie al dono della vita di Dio vinciamo il male col bene, l’offesa e la violenza con il perdono e con la lotta per la giustizia, la paura e la chiusura con il servizio all’altro. 


Come ha detto papa Francesco ai giovani a Cracovia, durante la scorsa Giornata Mondiale, la misericordia ci sollecita ad andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna ad incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo (cf Francesco, Discorso durante la Veglia di preghiera, 30 luglio 2016). Ma ci sollecita anche a divenire “attori politici”, persone che pensano, animatori sociali. Soprattutto ci sospinge a portare la Buona Notizia. Non dimentichiamolo, allora: vivere la misericordia di Dio importa una particolare dedizione nel donare Cristo agli altri, specie mediante il perdono. Così, non scordiamo quanto ci ha insegnato Benedetto XVI: l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore dello sviluppo integrale (cf Caritas in veritate, n. 8).

Come cattolici, pertanto, perché non impegnarci a compattare almeno un nuovo movimento culturale e sociale che aiuti ad essere in rete, ad elaborare nuovi progetti sociali, a preparare nuove rappresentanze secondo l’ispirazione cristiana?

La solennità di san Cassiano ci induca ad investire convintamente in una rinnovata pastorale vocazionale, aperta alla formazione di nuove generazioni di sacerdoti e di fedeli laici. Ne deriveranno necessariamente conseguenze di redenzione per tutti i vincoli sociali, per la legislazione e per la cultura.

Il cibo dei forti alimenti il nostro spirito e il coraggio di una nuova evangelizzazione. San Cassiano ci ispiri e ci protegga.

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