Le Istituzioni devono essere il punto di ascolto

L’iniziativa del Circolo ACLI di Lugo
di Giuseppe Camanzi


Utile e significativa la riflessione del Dott. Francesco Stoppa, sul tema “Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità ”, promossa ed organizzata dal Circolo delle Acli di Lugo.

Il relatore, analista, lavora presso il Dipartimento sanitario di Pordenone, città dove coordina il progetto di comunità “Genius loci”; Membro della Scuola di Psicoanalisi dei Forum del Campo lacaniano, è docente dell’Istituto ICLeS per la formazione degli psicoterapeuti e redattore della rivista “L’ippogrifo”. 

Richiamandosi al Suo testo “Istituire la vita, come riconsegnare le istituzioni alla comunità”, ha sottolineato come le democrazie, sempre minacciate da una cultura segnata dall’individualismo e da un forte narcisismo, richiedano cittadini attivi e una rigenerazione dello spazio pubblico.

Le istituzioni che dovrebbero intercettare i passaggi cruciali dell’esistenza (nascita, pubertà, sofferenza, vecchiaia, la morte stessa) non sono sempre luoghi di accoglienza della malattia, della follia, della violenza e delle esigenze reali delle persone. 

Non sono espressioni attente alla vita reale ma prediligono forme di controllo e di programmazione dell’operatività di stampo manageriale, ossessionata dalla pianificazione degli interventi e dal ritorno di spesa. 

Occorre, invece, recuperare la convinzione che nelle pratiche di comunità, mezzi e fini coincidono: la costruzione del legame sociale è allo stesso tempo strumento, metodo e obiettivo. 

Con i calcoli, infatti, non si intercettano le soggettività in gioco mentre i cittadini si aspettano dalle istituzioni continuità, prossimità e concretezza. 

L’ossessione contabile è quasi sempre copertura di una penuria di idee e di progettualità che si fa estranea alle esigenze dei cittadini, aumentando la distanza tra istituzioni e comunità. 

E’ necessario fare della comunità non tanto il perimetro di gioco delle nostre idee o suggestioni quanto il partner elettivo nella progettazione degli interventi ( sociali, sanitari, educativi, istituzionali), nell’analisi della criticità e nella ricerca di soluzioni. 

Un’operazione certamente non indolore per le istituzioni, perché le costringe a una rettifica delle posizioni acquisite, a una revisione dei consueti parametri di riferimento, ad un esercizio di umiltà. 

Si tratta di sospendere la propria auto – referenzialità, dove la conoscenza e l’applicazione delle proprie procedure sono sovrane a tutti costi, a favore della promozione o del consolidamento dei saperi e delle tecniche di vita sedimentati nei territori e nel tessuto cittadino.

Serve per questo l’attenzione delle istituzioni a stringere un patto con la comunità, contro la vaporizzazione dei legami, contro le facili aziendalizzazioni, contro il conservatorismo esistente per promuovere la rianimazione sociale come priorità e una più convinta partecipazione alla vita e alle istanze della città. 


Si tratta di uscire dal ‘proprio’ e approdare a un senso di reciproca appartenenza; contro il solipsismo per recuperare i legami, la consistenza umana dell’altro, la città come agorà e come foro, spazio di democrazia capace di elaborare e non rimuovere il conflitto in un dialogo autentico e attento a mettere in discussione le reciproche certezze. 

Il Dott. Stoppa sollecita a non cedere ad una cultura dell’accumulo o del consumo senza rinuncia dove si smarrisce il senso delle emozioni, del desiderio e dell’amare. 

Le istituzioni sono chiamate a umanizzare, principalmente nei luoghi disumani, gestendo e rispettando i corpi, là dove si incontra l’altro e lo straniero, anche nella marginalità..

Per il relatore è necessario liberarsi da due attacchi che mirano alla decostruzione dell’umano:
l’attacco alla funzione paterna che evita di costruire l’identità a partire dalla rinuncia, dal limite e dalla mancanza e l’attacco all’idea politica di comunità che punta a immaginare la comunità solo costituita da consumatori da accontentare e rendere felici in una forma di schiavitù dorata. 

E’ necessario difendersi dal proliferare di immagini di felicità che, riguardando solo l’individuo e non la comunità, eludono e rimuovono il valore e il senso dei legami. 

Il tutto a vantaggio di un’indifferenza che sostituisce i modelli e i miti collettivi di ogni territorio, perdendo la sacralità del nostro convivere, naufragando nelle contingenze concrete con cinismo e fatalismo.

Stoppa nella propria relazione recupera il valore etimologico delle istituzioni, il senso sempre incompiuto della città, la definizione umanizzante di civiltà e coglie come sia venuto meno il sentimento di comunità, la dimensione pubblica dei luoghi in cui viviamo e lavoriamo; con la conseguenza di creare un effetto di congelamento del tempo che toglie ogni apertura prospettica, ogni fiducia e ogni speranza.

Per questo oggi le istituzioni devono essere il punto di raccolta e di coordinamento, di ascolto e di presa in carico di istanze provenienti da un tessuto sociale che nel tempo si è disabituato a pensarsi come un corpo unico, privo di un pensiero unificante, incapace di istituire vita e senso civjco al corpo sociale. 


Eppure solo la comunità viva; un rapporto autentico e vigile con essa possono umanizzare le istituzioni e sostituire la speranza alla paura.

Giuseppe Camanzi

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