martedì 22 maggio 2018

Il bianco e il nero

Lo sa Iddio, nella nostra controversia, quanti sono quelli che possono vantarsi di aver compreso esattamente le ragioni dell’una e dell’altra parte.

Una quantità, certo, che non avrebbe modo di turbarci molto.

Ma tutta l’altra folla dove va?

Sotto quale bandiera si accampa? 


Montaigne



“Something is happening”, qualcosa sta accadendo.

È con queste parole che Obama suscitò le migliori energie del Paese per tracciare la nuova frontiera valoriale e civile della più grande democrazia del mondo.

Un programma chiaro e onesto nei fini, coerente nei mezzi, confortato dai risultati.

Un Presidente di un altro colore, l’inclusione degli esclusi, una economia sana, la crescita dell’occupazione, il contrasto ai cambiamenti climatici.

Se vi sembra poco, distogliete la vostra attenzione dalla politica, non è una disciplina che fa per voi, coltivate altri interessi.

In mancanza d’altro, invaghitevi di Putin.

I cittadini si raccolsero attorno a un progetto apertamente riformista, con un’identità positiva e non definito per contrasto a qualcosa o qualcuno, senza una bussola, senza un nome, come tutte le cose che non hanno valore.

Un progetto critico ma non avverso al sistema, come vorrebbe la riproposizione di un fallimentare antagonismo privo, per di più, oggi, di un fondamento teorico e politico alternativo.

Un disegno di cambiamento costruito su una più matura coscienza delle contraddizioni del capitalismo planetario e su regole nuove per imbrigliare la violenza degli interessi che scompone i faticati equilibri sociali costruiti in un secolo di welfare.

Da portare avanti nei modi, tutti condizionati dall’inestricabile interdipendenza del mondo, in cui è possibile farlo.

In nome della giustizia, all’eterno inseguimento di una realtà in cui il più forte, come ha scritto Luciano Anceschi, tende sempre a espandersi e a diventare egemone.

Un mondo senza contraddizioni è un mondo senza libertà.

Ma la libertà non può essere quella dei leoni di divorare gli agnelli.

È questo lo spazio di una politica progressista che si proponga di tenere assieme meriti e bisogni, intraprendenza economica ed equità sociale.

Prima ancora che a mitigare gli squilibri con politiche compensative che lambiscono solo i bordi delle grandi contraddizioni strutturali, la sua aspirazione deve essere a regolare la dialettica far capitale e lavoro, fra profitto e salario, fra economia e società.

E, finalmente, fra sviluppo e natura.

Questa è la missione della sinistra.


Che non verrà mai meno, a dispetto della ricorrente inadeguatezza dei suoi rappresentanti.

Perché, che vinca o perda, é connaturata al corso delle cose umane.

Del nocciolo duro della questione che morde le carni dell’occidente a due secoli di distanza dall’armistizio siglato tra capitalismo e democrazia, non troverete traccia nei programmi del nuovo governo.

Serve una capacità di guardare nello specchio della storia che le persone sedute attorno a quel tavolo non possiedono.

Gli fa velo il populismo, il nazionalismo, tutto l’armamentario ideologico che li sta premiando.


Gli fa difetto l’onestà, che é , in primo luogo, capacità di fare i conti con se stessi.

Gli manca la cultura, che nasce dalla tolleranza e dal confronto.

Che é ascolto del tempo, misura delle cose, ironia, disincanto, sorriso.

Anche nei momenti difficili.

Soprattutto.


Si può ben essere arrabbiati.

Si può dire che il mondo è ingiusto, che l’Italia è malata, che la sinistra ne porta in parte la responsabilità.

Si può anche pensare che dalle ceneri del PD di Renzi non nasceranno spontaneamente gli uomini e le idee capaci di rigenerare la fiducia in un’alternativa riformista.

Ma come si fa a dire che sta nascendo un’epoca nuova, che Salvini e Di Maio stanno “scrivendo la storia”?

Senza sentirsi ridicoli.

Quando ritroveremo la misura delle cose?

Dopo il crollo del muro di Berlino pensavamo fosse finita la storia, solo cinque anni fa Renzi sembrava destinato a regnare in eterno, senza opposizione si diceva.

Ne ha trovata anche troppa.

“Condizione dell’uomo: incostanza, noia, inquietudine” ha scritto Pascal.

L’impresa eccezionale, canta Lucio Dalla nel suo “Disperato erotico stomp”, é essere normali.

Nelle disperate vicende italiane di normale non c’è niente .

I grillini sono impegnati a rassicurare l’universo che sono diversi da quello che hanno detto di essere.

Non turberanno i rapporti con nessuno, la finanza, l’Europa, i poteri forti.

Ascolti l’industriale Artom magnificarne le virtù e ti chiedi se sta parlando dei seguaci di Grillo o dei discepoli di don Bosco.

È tutto un deformante gioco di specchi.

Menzogne agli elettori e menzogne a se stessi: l’egualitarismo, la trasparenza...

Quello che sta per nascere è un governo bugiardo.

Tra una forza trasformista è una destra xenofoba.

Con la benevolenza di Berlusconi.

Il governo dell’ipocrisia.

I grillini sottoscrivono un contratto con Mefistofele e pretendono anche di salvarsi l’anima.

Quando il saggio indica i pericoli di quel che accade lo stolto recrimina sul rifiuto del PD.

Quasi a stabilire una consequenzialità logica e una responsabilità politica esterna.

Che solleva la presunta componente di sinistra della strana coppia dall’onere di giustificare la scelta di un partner impresentabile per il gran galà della rivoluzione civile annunciata.

E gli consegna il salvacondotto dello stato di necessità per parare il probabile insuccesso dell’impresa.

Sarebbe il primoe governo a responsabilità limitata della storia.

Ma il tempo delle parole sta per finire.

Qui é Rodi e qui, in un mare di contraddizioni, dovranno saltare.

Se terranno un profilo minimalista, sarà una delusione per i seguaci.

Se faranno quel che hanno detto, saranno cavoli amari.

Per sette generazioni.

É tuttavia opportuno che questo governo nasca.

Che gli atti si separino dalle parole.

Che torniamo a distinguere i colori delle cose.

Che il bianco sia bianco e il nero nero.

Un governo che non rispettasse l’esito elettorale allontanerebbe ancor più il Paese dalle istituzioni.

Aumentando gratuitamente il credito dei vincitori.

Prepariamoci in ogni caso a giorni difficili.

Non c’è niente da festeggiare.

I pop corn dateli ai bambini.

Mandateli al cinema.

E andateci anche voi, almeno per un po’.

Per un’opposizione intelligente ( dura é un aggettivo patetico che rivela solo frustrazione) le occasioni non mancheranno.

Sarebbe il momento di cominciare a ripensarsi.

La risposta alle altre domande, vien da dire con Henry James, é scritta nel vasto cielo italiano.

Ps. Uno studio dell’Università di Uppsala ha rivelato che l’umanità può sopravvivere anche senza Renzi.

A prezzo di enormi sofferenze, naturalmente.


Guido Tampieri

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