giovedì 3 maggio 2018

L'Omelia del Vescovo per la Festa di san Giuseppe Lavoratore

Cattedrale di Imola - 1 maggio 2018 



«Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro, problema oggi ancora tanto attuale. Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità».


Cari amici lavoratori, siamo disposti a fare nostre le parole con cui papa Francesco ha sintetizzato la testimonianza di don Tonino Bello a venticinque anni dalla sua morte? La celebrazione che ci raduna in cattedrale per partecipare pienamente alla Giornata del lavoro renda anche tutti noi testimoni, oltre che discepoli di Gesù Cristo, “l’uomo del lavoro”.

La Chiesa è per vocazione a fianco di tutti i lavoratori, a partire dalla fase della formazione al lavoro: pensiamo a tanti centri di formazione professionale, ai primi contratti di apprendistato, alle associazioni e alle cooperative di lavoratori cristiani, all’impegno per evitare la disoccupazione e procurare il ricollocamento dei licenziati. 

Pensiamo anche alle scuole di formazione sociale, all’insegnamento dei pontefici e degli episcopati nazionali. Anche quest’anno, i vescovi italiani hanno diffuso un messaggio, che vi verrà consegnato all’uscita. Nella Chiesa non è consentito campare di rendita, perciò al termine di questa celebrazione ci attende una varietà di impegni, che quest’anno possono venire riassunti nel progetto in collaborazione tra Diocesi e Città Metropolitana “Insieme per il lavoro”.

Tutto questo non per ricerca di prestigio e di controllo delle coscienze, ma come riflesso dell’amore a Cristo, che unisce le persone nella loro unicità, al di là delle differenze di condizione economica e sociale, impegnando chi sta bene a praticare la solidarietà.

Abbiamo bisogno di scendere frequentemente in noi stessi, per ritrovare il senso dell’umanità. Ci aiuta oggi una frase di san Paolo, infaticabile non soltanto come artigiano - fabbricava tende, secondo quanto raccontano gli Atti degli Apostoli - ma anche come predicatore e guida delle nuove cellule del popolo di Dio, la Chiesa. «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini - scriveva a queste comunità disperse nell’Asia Minore e nell’Europa Orientale - sapendo che, quale salario, riceverete dal Signore l’eredità».

Sapere che la tua fatica non serve al profitto di una società anonima, al puro consolidamento del capitale, ma addirittura alla gloria di Dio Creatore, ti dà la forza non soltanto per continuare ma anche per sognare. Con il nostro lavoro, prepariamo un mondo migliore, realizziamo un sogno. 

Come chi semina, sappiamo aspettare che i risultati delle lotte per la dignità e la sicurezza del lavoro, i risultati delle estenuanti trattative sindacali, si riproducano e si estendano. E se vediamo spuntare le erbacce dei vari egoismi e della corruzione, non facciamo finta di non vedere ma corriamo ad estirparle, perché abbiamo fiducia che alla fine il raccolto ci sarà e la qualità dovrà essere soddisfacente.

Insegniamo dunque ai giovani la pazienza e la dignità del lavoro, unita alla sobrietà dello stile di vita. L’avanzare delle tecnologie non elimina in realtà la fatica ma la sposta ad altri livelli e libera del tempo per altre attività.

San Giuseppe, semplice artigiano di periferia, è stato elevato a patrono dei lavoratori. Non solo la sua vita accanto al Figlio di Dio ne esalta la fede e l’integrità morale, ma la stessa sua potenza di intercessore rende vantaggioso il ricorso a lui, per ottenere delle raccomandazioni davvero valide.

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