venerdì 2 novembre 2018

Un padre e un figlio nella bufera della guerra

5a puntata di Giacomo Casadio

Una strada abissina costruita dai pionieri italiani
Le condizioni di lavoro degli operai stradali sono difficili: otto ore al giorno sotto un sole cocente di giorno e freddo “invernale” la notte a dormire in tenda sulla nuda terra. Il cantiere è a 2600 metri sopra il livello del mare e l’escursione termica è fortissima.

Però qualche settimana dopo emerge una questione molto importante per il futuro di Luigi, che il padre Celso spiega chiaramente: Gigetto è stato convocato dal Distretto militare per l’arruolamento come soldato di leva, il ché impedirebbe una ipotetica sistemazione di lavoro nelle colonie, massima aspirazione del padre. Sarà necessario quindi che lui confermi la volontà di rimanere in Etiopia ancora per due anni.


“Prescindendo poi dal lato idealistico-patriottico, qual più alta considerazione dovremmo noi tutti concepire per un giovane che intraprende a servire la Patria quale pioniero di altissimo compito assegnato dalla provvidenza del destino alla Patria nostra? Non tentennamenti adunque, caro Gigetto, bando alle vane chimere!”


Più chiaro di così non poteva essere Celso: meglio fare il “pioniero”  che fare il soldato nella guerra vera, dove si può anche morire!

Teniamo presente che la guerra civile spagnola è arrivata ad un tragico punto di non ritorno con un forte impegno italo-tedesco a fianco di Franco. Se Gigetto venisse aggregato all’esercito potrebbe essere mandato a combattere in Spagna!

Nella lettera al figlio Celso si lascia andare ad una considerazione inaspettata per chi come lui è affascinato dall’impero coloniale:

“Mussolini propone alle nazioni europee e a quelle di tutto il mondo la neutralità ed il non intervento; ciò sembra che venga accettato da tutti i governi che scorgono in questo moto spagnolo un grave nuovo pericolo di conflagrazione europea e forse mondiale. Dio protegga l’umanità che si trova ora pericolante sopra un grande abisso. Ma nel caso di un conflitto, quale incendio, quale immane strage. Gli uomini han troppa sete di sangue e quanto bisogno di pace ha oggi l’umanità. Io penso che voi in caso di un prossimo conflitto sarete i più fortunati per essere in lontane contrade.”

Celso ha una lucida visione politica di un futuro tragicamente destinato ad esplodere in una sanguinosa guerra che già si profila all’orizzonte.

Ecco dunque la ragione vera del suo consenso alla partenza volontaria di Gigetto per l’Africa Orientale. Altro che ideali imperiali, altro che l’affermazione della potenza romana, altro che l’ala littoria sopra i nuovi territori coloniali!

Quello che serve alla famiglia è tenere lontano Gigetto dai pericoli della guerra. L’Africa è molto distante e per il padre offre garanzie di sicurezza e lavoro.

Le strategie delle grandi potenze militari sono ovviamente ignote a Celso, che però profetizza con buona lucidità l’immane disastro che insanguinerà il mondo qualche anno dopo.

La corrispondenza fra padre e figlio ruoterà sempre attorno a questo dualismo: il dovere, gli ideali, la Patria e la concretezza della vita normale, del lavoro, dello stipendio mensile da portare a casa.

Dalla corrispondenza emerge però un altro serio problema, stavolta fisico: il ricovero durante il quale si è scoperto il varicocele ha rivelato l’esistenza di una seria infiammazione delle vie aeree, cioè asma e bronchite cronica, che lo accompagneranno per tutta la sua vita militare.

Poi nella lettera il padre aggiunge qualche notizia di Lugo. Siamo nel 1936 e nella fascistissima Lugo è stato inaugurato il monumento a Francesco Baracca. Nella lettera del 17 Luglio, qualche settimana dopo l’inaugurazione del monumento, Celso scrive a Gigetto:
...

Sotto l’ala appare, su un piedistallo in stile romano, ove sono scolpite le date delle 34 vittorie, la statua in bronzo dell’Eroe nostro; essa s’erge ed appare in atto di scrutare lo spazio, con occhio vigile, dallo sguardo intenso e lungimirante. Indossa la tuta e il casco d’aviatore. Io che ho conosciuto Francesco Baracca sin da fanciullo posso dirti che nell’espressione del viso, l’autore è stato veramente felice; io scorgo in quelle fattezze lo splendore incomparabile dell’ardimentoso che in semplicità ed in atto veramente noncurante è pronto a qualsiasi prova, alle consuete prove di combattimento, di audacia, di valore. Non foss’altro, in questa figurazione del viso eroico io scorgo manifestarsi l’arte del Rambelli in tutta la possanza e lo splendore veramente incisi sul viso folgorante dell’eroe...

Quindi nessuna somiglianza con Mussolini !!

Quando però Lugo venne liberata dagli Alleati e in particolare dai Jaipurs indiani il 10 aprile 1945 fu scritto nel resoconto ufficiale delle truppe britanniche


The Tiger Triumphs - The Story Of Three Great Divisions In Italy:

“Sulla destra gli Argylls rimanevano in attesa. I Frontier Force Rifles si trovavano in difficoltà ed erano trattenuti sulla linea dello Scolo Tratturo. Sul settore sinistro della brigata i Mahrattas stavano ripulendo il territorio fino al canale di Lugo, mentre i Jaipurs entravano in città.

Questa piccola città mercato, la cui notorietà e la cui fama si devono ad un’enorme moderna statua di Mussolini, diede un caldo benvenuto.

Il sindaco si fece avanti per incontrare i Jaipurs con la bandiera bianca in una mano e una bottiglia di vino nell’altra.”

Naturalmente non ci fu un sindaco a fare quel gesto ma solo un cittadino spaventato.

Nella successiva lettera il padre continua a scrivere di Lugo:


Molto spesso incontro i tuoi vecchi amici ambulanti che domandano tue notizie... ma se tu sentissi come tutti si lamentano dato che non si fanno più buoni mercati; figurati che mamma da che tu sei partito non ha fatto più di 30 lire ed al mercato passato non è arrivata alle 20 lire... Funzionano attualmente, come gli anni scorsi, due cinema: Don Venturini e Dopolavoro che quest’anno ha assunto il nome di “Cinema Impero”; nelle prossime settimane verranno ripresi i lavori della nuova chiesa della Madonna del Mulino, interrotti già prima delle tua partenza; ieri 3 Agosto fu inaugurato, nell’ippodromo, il campeggio estivo dei bimbi poveri. Questi i soli monotoni avvenimenti paesani entro cui si vive o, per meglio dire, si affoga una meschina vita che assume, come tu ben sai, il ritmo di una ridicola consuetudine sgorgante perpetuamente da una morta gora... 


Giacomo Casadio
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