giovedì 7 marzo 2019

Dopo le elezioni europee, l’Italia e l’Europa

Di Tiziano Conti



Il futuro della legislatura italiana dipenderà in buona parte dal risultato che i partiti di governo otterranno alle elezioni europee di maggio. 

Ma per capire quale sarà il futuro dell’Italia in Europa, i giorni più importanti da seguire non sono quelli che ci separano dal voto europeo, ma sono i 35 giorni compresi tra il 26 maggio e il 30 giugno. 

In questo arco temporale all’Italia spetterà il compito di contare qualcosa nelle grandi partite con cui dovranno fare i conti il Parlamento europeo, la Commissione e il Consiglio europeo. Tra fine maggio e fine giugno si sceglieranno il nuovo presidente del Parlamento europeo, il nuovo capo della Commissione, i nuovi commissari europei, le presidenze delle commissioni parlamentari, il nuovo governatore della Banca Centrale Europea. 

E in questo scenario il rischio del nostro paese è quello di trovarsi in una condizione strategica che si potrebbe definire un suicidio politico. Tutti i principali sondaggi dicono che l’Italia ha le carte in regola per essere nel prossimo Parlamento europeo il paese con il maggior numero di deputati appartenenti a un singolo partito: la Lega con il 33 per cento avrebbe 29 parlamentari, lo stesso numero di seggi della tedesca Cdu, mentre nel 2014 il Pd con il 40 per cento ebbe 31 seggi, tre in meno della Cdu. 

Ciò che in questi mesi gli antieuropeisti devono aver sottovalutato è che per far contare un paese in Europa non basta accrescere il consenso del proprio partito. Serve fare qualcosa di più: essere parte di una squadra più grande. 

Il paradosso del prossimo Parlamento, una singolarità drammatica più per l’Italia intera che per i giallo-verdi, è che nella prossima legislatura il governo del nostro paese, pur avendo buone probabilità di portare a Bruxelles e a Strasburgo un numero significativo di parlamentari, rischia di non contare nulla e di dimostrare quanto sia vero che in un mondo globalizzato i paesi per essere davvero sovrani devono imparare a cooperare. Più l’Italia si allontana dal cuore dell’Europa e più l’Europa verrà governata a colpi di bilaterali franco-tedeschi.

I trattati europei dicono, sia per quanto riguarda il Parlamento che la Commissione, il sistema con cui vengono premiati i paesi è in relazione con il peso della delegazione europea di cui fanno parte (socialisti, popolari, liverali, sovranisti) e non con il peso del partito nazionale di appartenenza. 

Il problema però diventa molto più grande e molto più serio se si pensa a cosa rischia di perdere il nostro paese a causa dell’isolamento costruito in Europa. 

Negli anni in cui gli antieuropeisti hanno rimproverato all’Italia di non contare nulla in Europa, l’Italia è riuscita a portare un italiano alla guida della Banca centrale europea (Mario Draghi), un italiano alla guida del Parlamento europeo (Antonio Tajani), un’italiana alla guida della politica estera europea (Federica Mogherini), un italiano alla guida di una delle commissioni più importanti del Parlamento europeo (Roberto Gualtieri, presidente della Commissione per i problemi economici e monetari). 

Nei mesi in cui gli antieuropeisti si sono presentati in Europa promettendo di far contare di più gli italiani, l’Italia si ritrova di fronte a un numero incredibile di opportunità che rischia di perdere.

“In un sistema economico integrato a livello mondiale e regionale - ha ricordato Mario Draghi la scorsa settimana nel suo splendido discorso all’Università di Bologna - i paesi europei devono cooperare per poter esercitare la propria sovranità. 

E la vera sovranità si riflette non nel potere di fare le leggi, come vuole una definizione giuridica di essa, ma nel migliore controllo degli eventi in maniera da rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini: la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo”.

Questo sperano coloro che guardano ad un ruolo importante per l’Europa di domani.

Tiziano Conti

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