sabato 27 luglio 2019

Verità e giustizia individuare le responsabilità

Riceviamo da Per la Buona Politica e pubblichiamo

Al di là di quelle che saranno le conseguenze giudiziarie della vicenda e le eventuali responsabilità penali delle persone inquisite, lo scandalo degli affidi emerso in Val d'Enza ha messo in evidenza le storture e le crepe di quello che più volte è stato definito un “modello”.


Mentre dell'aspetto giudiziario è legittimo attendersi che se ne occupi la magistratura, quello che ci preme è far luce sulle responsabilità politiche di quanto accaduto.

La Regione Emilia Romagna ha disciplinato l’istituto dell’affido attraverso una specifica Direttiva come risposta articolata alla cura, alla tutela e alla educazione di bambini temporaneamente privi di ambiente famigliare idoneo, individuando dettagliatamente compiti e responsabilità dei soggetti pubblici e privati coinvolti nelle varie fasi degli iter.

A preparare il terreno per le aberrazioni che sono state compiute è stata probabilmente una visione portata avanti da alcuni responsabili dirigenti locali, orientata a una forte ingerenza della amministrazione in materia di politiche della famiglia. Ad aggravare il quadro, negli ultimi anni, si è aggiunto un atteggiamento, proprio di determinate forze politiche e culturali, volto a screditare il ruolo e l'immagine della famiglia tradizionale, a vantaggio di nuovi modelli sociali che prescindono dal matrimonio come costituente fondamentale della comunità famigliare.

A questo si è sommata la progressiva crescita dell'importanza del ruolo assunto da soggetti privati, cooperative e onlus nella gestione dei servizi sociali pubblici. Tali soggetti hanno finito per esercitare una funzione di affiancamento, se non addirittura di supplenza, della pubblica amministrazione. La questione si rivela in tutta la sua gravità se si considera che la priorità della pubblica amministrazione deve sempre essere il benessere della comunità governata, mentre quello di certi gestori, come accertato in altre realtà del Paese, si è rivelato fondato su malaffare e sullo sfruttamento di forza lavoro.

A radicare sul territorio, ha contribuito la pluridecennale occupazione del potere da parte della stessa parte politica che, in mancanza di un'alternanza, ha favorito l'insediamento e la proliferazione di un sottobosco che, forte della propria autoreferenzialità, ha potuto agire in modo di fatto indisturbato.

La direttiva sopra richiamata è molto chiara sugli aspetti riguardanti le forme di controllo e coordinamento da esercitarsi da parte della Regione e dei compiti assegnati ai Comuni attraverso azioni di vigilanza in attuazione della normativa esistente. Purtroppo riscontriamo che questo ultimo aspetto non è stato curato a dovere perché non sono state individuate anticipatamente falle e distorsioni. Le stesse statistiche pubblicate a cura della Regione avrebbero potuto aiutare a formulare analisi più incisive, posto che l’ indice dei bambini dati in affido nella provincia reggiana da anni risulta sproporzionatamente il più elevato rispetto alle altre realtà territoriali.

Siamo comunque contrari a processi sommari, ma resta evidente la necessità di fare chiarezza e pulizia in tempi brevi anche mediante l’operato della commissione d’inchiesta nominata dalla Regione allo scopo di individuare le responsabilità politiche e morali.

Affinché episodi simili non abbiano a verificarsi, soprattutto nei nostri territori, proponiamo che vengano presi i necessari provvedimenti, fra cui ci permettiamo di suggerire:

drastica limitazione della pratica dell'affido dal momento che tale provvedimento deve essere circoscritto a casi di gravissima entità e comunque in nessun modo riconducibili a problemi di natura economica, che devono essere invece risolti con diverse forme di assistenza.

Trasparenza e controllo di tutte le entità coinvolte e rigorosi criteri di preclusione. A esempio, l’assistente sociale che cura l'affido non deve in alcun modo essere legato agli affidatari o ai soggetti che dovranno erogare la prestazione assistenziale.

Revisione complessiva del sistema di protezione sociale a tutela dei minori e delle loro famiglie.

Nella complessa rete dei servizi per l’infanzia operano tante persone oneste, professionalmente molto preparate e qualificate cui viene consegnato il compito alquanto delicato di relazionarsi con i bambini più indifesi, per cui l’elemento essenziale per la buona riuscita di ogni progetto di sostegno è che queste posseggano anche idonee qualità morali.


Per la Buona Politica

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