mercoledì 15 aprile 2020

"Il Re di Roma"

L’ex calciatore Valerio Spadoni compie 70 anni 
di Giovanni Baldini


Riproponiamo un’intervista dal titolo “Il vizio del gol di ‘sciabolone’ Spadoni” che Valerio concesse a Giovanni Baldini per il “Giornale di massa” (novembre 2012, p. 24)
Attenzione ai riferimenti temporali: l’intervista è del 2012 



Sono passati quarant’anni da quel 24 settembre 1972, quando Valerio Spadoni (nato a Lugo il 15 aprile 1950) esordì in serie A. Subito in gol alla prima domenica, di sinistro al volo, roba da antologia del calcio: 2 a 2 a Verona. 






Doppietta alla seconda di campionato, in Roma-Sampdoria, tanto da scomodare Alfredo Pigna, allora conduttore della “Domenica Sportiva”, il quale venne a Lugo in settimana a intervistare Valerio, per poi mandare in onda il servizio la sera dell’8 ottobre: sei minuti in bianco e nero, che ho avuto modo di rivedere recentemente per gentile concessione delle Teche Rai. Poi la consacrazione come capocannoniere nella massima serie con un gol a Bologna, che l’autore definisce, senza giri di parole, «la soddisfazione più grande della mia vita» (nel corso dell’intervista, si capirà perché). Quella partita, Bologna-Roma, del 15 ottobre 1972 finì 3 a 1 con doppietta di Mujesan, rigore di Savoldi per il Bologna e gol del definitivo 3 a 1 di Valerio «Sciabolone» Spadoni, proprio sotto la curva S. Luca.

A distanza di quarant’anni esatti, neanche a farlo apposta, lunedì 15 ottobre, siamo a casa Spadoni. Figlio d’arte (vedi box), terzogenito di Domenico «Ghinei» Spadoni e Giulia Ricci, Valerio ha un fratello ed una sorella più grandi: Sanzio (1937), conosciuto anch’egli nel mondo del calcio minore, e Lidia (1939).

Dopo il diploma magistrale (Lugo, Istituto Sacro Cuore, 1968/’69), ha sposato il 18 luglio 1970 la santagatese Faustina Facchini, nei giorni in cui a Lugo Alberto Sordi girava “Il Presidente del Borgo Rosso F.C.”: «quindici giorni di spasso» esordisce Valerio, che in quel film ebbe una parte assieme ad altri calciatori più o meno noti del periodo.

Tifoso del Milan «fin dalla sfortunata finale di Coppa Campioni col Real Madrid del ‘57/’58», proviamo a ripercorrere la sua sfolgorante, almeno all’inizio, carriera professionistica con l’ausilio di una pagina Wikipedia (modificata il giorno prima dell’intervista), di cui ignorava l’esistenza ma che, dopo averla letta, ne approva al cento per cento il contenuto. 


Carriera


1967/’68, Baracca Lugo, D, 29 partite, 10 gol; 1968/’69, Atalanta, A, 0 partite a causa di un grave incidente automobilistico; 1969/’70, di nuovo Baracca Lugo, 31 partite, 12 gol; 1970/’71 e 1971/’72, Rimini, C, 71 partite, 29 gol; quattro campionati con l’A.S. Roma, serie A, dal 1972/’73 al 1975/’76, 80 partite, 12 gol; 1976/’77, di nuovo nel Rimini, senza però disputare nessun incontro.


Che ricordi ha dei suoi anni giovanili?

«Ho cominciato a dieci anni, nel ’60, al Tondo. All’epoca, si iniziava a quell’età come pulcino, poi tutta la trafila per arrivare nella prima squadra del Baracca Lugo».

Chi ha avuto come allenatori?

«Mi piacerebbe ricordare il compianto Enea Faccani, Ruggero Carnevali e Pietro Melandri e, a diciassette anni, in prima squadra, il mio “maestro, Gino Pivatelli. Gli devo molto perché mi ha trasmesso fiducia, mi ha impostato, curato e mi ha voluto bene».

Dopo la sfortunata parentesi in A con l’Atalanta, due anni in C col Rimini …

«Due anni d’oro. Gli anni della gioventù, compagni di squadra meravigliosi, probabilmente gli anni più belli della mia vita: stai bene, giochi bene, fai gol, il massimo, no?».

Tant’è che la Roma del presidente Gaetano Anzalone e del “mago” Herrera si accorsero di lei. Che emozioni provò al suo esordio?

«Beh, dopo tante partite in serie C le emozioni impari a contenerle. C’era sì un po’ di timore ma una volta in campo tutto sparì». E mentre lo dice, gli snocciolo la sua prima formazione alla Roma: Ginulfi, Peccenini, Morini; Salvori, Bet, Santarini; Orazi, Spadoni, Cappellini, Cordova (“Ciccio” Cordova, il capitano) e Franzot.

«Sì sì, questa era la prima squadra, eravamo l’undici titolare».

Alla terza di campionato, Bologna-Roma, con lei nelle vesti di capocannoniere: si ricorda quella partita?

«Me la ricordo eccome! Forse la soddisfazione più grande in carriera. Non perché era il Bologna o a Bologna. Non c’erano motivi di rivalsa, ma perché per un attimo mi tornò alla mente quando mio padre, innamoratissimo del Bologna, negli anni ’60, mi portava allo stadio, proprio in quella curva (la curva S. Luca, n.d.r.). Sa, per un bambino assistere ad una partita di serie A, che so un Bologna-Milan, con Schiaffino e Rivera, da una parte, Bulgarelli, Perani, Haller dall’altra, beh, era il massimo. Per me poi avere fatto gol nella stessa curva aveva un valore altamente simbolico».

A proposito di suo padre: lei, dunque, è “figlio d’arte”?

«Indubbiamente, figlio d’arte» e mentre lo dice gli occhi luccicano, l’uomo si scioglie alla lettura delle brevi note biografiche riguardanti il padre, Domenico Spadoni, nell’anno del centenario della nascita.

Torniamo al primo campionato in A, al suo epilogo: Roma-Juventus. Prima segnò Spadoni, poi il pareggio di Altafini. Chi realizzò il gol del definitivo 2 a 1?
«Cuccureddu» risponde senza esitazione, come il primo della classe risponderebbe al suo maestro che cerca di metterlo alla prova.

Per la Juve fu 15° scudetto, per noi milanisti, quel 20 maggio 1973, la “fatal Verona” (per il Paese un lutto nazionale per la morte di Pasolini e Saarinen). Ci pensò?

«No. In quella partita pensavo unicamente alla mia squadra e avrei voluto che la Roma vincesse. Al Milan, ci ho pensato dopo e mi è dispiaciuto moltissimo, per tanti motivi».

Me li posso immaginare.
E qui una risposta sibillina: «Non li può immaginare, non li posso dire».

Dopo quattro campionati con la Roma, arriva quel terribile 25 gennaio 1976, il capolinea della sua carriera. Vorrei poter sorvolare sull’argomento per non risvegliare il trauma.
«Fu un incidente tremendo, all’epoca non c’erano le assicurazioni e le tutele di oggi. Capii subito che la mia carriera era finita. La Roma, prendendosi una pausa di riflessione, mi diede in prestito al Rimini. Io tornai in Romagna anche perché dovevo fare le cure qui a casa col prof. Michelacci (da alcuni giorni, cittadino onorario di Lugo), il quale, a sua volta, era in stretto contatto col prof. Fineschi, medico sociale della Roma. Il tutto nella speranza che io recuperassi, cosa che purtroppo non avvenne».

Oltre a Pivatelli, a quale altro allenatore è rimasto particolarmente legato?

«A Nils Liedholm (1922-2007, n.d.r.), un allenatore che ho avuto per la bellezza di tre anni, un vero maestro, fuori e dentro il campo, un uomo eccezionale e, mi si permetta, un calciatore superlativo».

E di Bearzot (c’è una foto di Spadoni con Bearzot, che campeggia sulla copertina di “Ori ed allori” di Ivan Rossi) che cosa dice?

«Quando giocavo nel Rimini, Bearzot allenava la nazionale della serie C; quando io andai in A, lui era il responsabile della Under 23. Mi conosceva, io stavo facendo bene, mi convocò: quattro partite, tre gol».

Finisce qui l’intervista a Valerio Spadoni, un uomo che ha chiuso col calcio che conta. Gli unici contatti sono quelli con Sergio Santarini, il libero della Roma dei suoi anni. Per il resto una breve carriera da allenatore fra il ’78 e il ’92 ed infine un’attività commerciale (vendita di fumetti: «Ho cominciato a leggere i fumetti da ragazzino», disse in un’altra intervista. «Mi piacevano gli italiani: Capitan Miki, Blek Macigno, Mandrake e l'Uomo mascherato. Poi Tex Willer della Bonelli»), prima all’angolo fra via Emaldi e via Compagnoni, poi, fino al 31 dicembre dello scorso anno, in via Mariotti. Provo a strappargli una promessa: venire nella “mia” scuola per una testimonianza sul calcio dei suoi tempi («era un calcio più tecnico e meno frenetico, nervoso, ossessivo di quello di oggi»), ma temo che sarà dura. Del resto già a Pigna, nell’intervista dell’8 ottobre 1972, disse: «Io sono fatto così: ci tengo alla mia vita privata».

Domenico Spadoni, il padre di Valerio e Sanzio

Nato a Lugo il 7 giugno 1912, militò nel Baracca Lugo nel ‘35/’36 (D) e nel ‘36/’37 (C), quindi passò al Forlì nel ‘37/’38 e al Molinella nel biennio ‘38/’40 (in B, nel ‘39/’40: 32 partite, 8 gol). Nel ‘40/’41 l’approdo al Modena in serie B (25 partite, cinque gol) e finalmente in A con i canarini nella stagione ‘41/’42 (14 partite, 1 gol). A causa della guerra, terminò la sua carriera nell’Anconitana (‘42/’43, serie B, 17 partite, 1 gol) e nel Ravenna con appena 8 partite. «Tipico interno sgobbone» - si legge nel sito www.enciclopediadelcalcio.it - «degli anni a cavallo della guerra. In questo modo vengono indicate quelle mezzali che corrono tanto, senza perdere lucidità, andando di volta in volta a soccorso della difesa o in appoggio alla azione dei propri avanti […]».


FOTO

Per la foto del babbo, insieme a Luigi Dalle Vacche, vedi Giornale di massa, gennaio 1992, p. 11.
Per Sanzio Spadoni: nella foto del 1968 è il primo accosciato in basso a sinistra.



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