venerdì 10 aprile 2020

Pasqua di guerra

Ricordando altre Pasque
di Armanda Capucci

Era il 1944. C’era la guerra. Ma, alle soglie dell’immane tragedia che stava per consumarsi, la gente non sembrava ancora rendersi conto della triste realtà, nonostante la presenza dei Tedeschi in tutte le case ed i raid aerei che sempre più di frequente solcavano il cielo.


A S. Agata, fin dall’ottobre1943, l’arciprete mons. Giovanni Ceroni aveva comunicato ai suoi parrocchiani di voler procedere ai restauri della chiesa che necessitava “di una ripulitura generale”. Nel gennaio successivo, i lavori di restauro e di decorazione erano già a buon punto: rinnovata la cornice della pala di S. Agata del pittore massese Orfeo Orfei, quasi completata la tinteggiatura, in via di demolizione il vecchio altare di pietra da sostituire con uno di marmo, in corso d’opera le belle decorazioni del presbiterio.


Per affrescare la volta sopra l’altar maggiore era stato scelto il pittore massese Umberto Folli, astro nascente della pittura ravennate che, in alto, sull’impalcatura, stava dipingendo magistralmente i quattro Evangelisti nelle vele del presbiterio. A Pasqua, che quell’anno cadeva il 9 aprile, era tutto pronto, ma la suggestiva cerimonia della Consacrazione della chiesa era stata fissata per la domenica in Albis, il 16 aprile 1944.

Quindi, tutte le funzioni quaresimali e pasquali si erano svolte, per quell’anno, nella chiesina della Madonna dello Spasimo presso il cimitero.

La domenica di Pasqua trascorse quasi in tono minore per lasciare spazio ai solenni festeggiamenti della domenica successiva, una giornata trionfale con grande concorso di pubblico, il vescovo di Faenza mons. G.Battaglia, autorità religiose, civili e militari.

Anche la Pasqua del 1945 si celebrava in aprile, esattamente il 1° aprile. A distanza di un anno, però, la situazione era radicalmente cambiata e tanti tragici avvenimenti si erano susseguiti gli uni agli altri: bombardamenti giornalieri, sparatorie,stragi, rappresaglie, rastrellamenti. La paura serpeggiava fra la gente costretta a nascondersi sempre
più di frequente nei rifugi antiaerei: si avvicinava il momento in cui gli Alleati che stazionavano, ormai da mesi, oltre il fiume Senio e si erano fatti attendere tutto l’inverno per la Liberazione dei nostri paesi, avrebbero rotto gli indugi e scagliato l’ offensiva finale.


I Tedeschi ben lo sapevano ed apparivano sempre più nervosi. Anche questa fu una Pasqua davvero triste e in sordina, nonostante si svolgessero quasi regolarmente le funzioni religiose, anche perché le campane erano state requisite dai nazifascisti ed i fedeli presenti erano ben pochi, quasi tutti residenti nel centro, ormai semivuoto: molti erano sfollati in campagna e si contavano già le prime vittime della guerra.

Regnavano, ovunque, il terrore, la miseria e la fame, ma nelle case contadine, per quella strana Domenica di Pasqua, qualche uovo, qualche gallina si potevano ancora trovare, come un po’ di pane nero e qualche ciambella fatta con la farina integrale e lo zucchero di canna, da condividere con gli sfollati. In quella settimana, accadde un altro doloroso avvenimento. Dalle testimonianze non è mai stata trovata una data precisa, ma pare che proprio in quei giorni i Tedeschi facessero saltare l’antico Oratorio del cimitero, dedicato alla Madonna dello Spasimo, col suo campanile secentesco che svettava oltre il ponte ed avrebbe costituito un pericoloso punto di riferimento per gli Alleati.

La bella chiesina implose su se stessa e il campanile vi ricadde sopra distruggendo o danneggiando le numerose opere d’arte sacra che conteneva: non rimase che pietra su pietra. Arrivò la domenica in Albis: 8 aprile 1945. Né uno scoppio, né uno sparo, troppo silenzio, qualcosa di strano era nell’aria.

E il lunedì 9 aprile alle ore 13 e 05 scoppiò l’Apocalisse. Un nugolo di aerei alleati che
aveva oltrepassato il fiume Senio, per oltre 90 minuti investì e bombardò la Bassa Romagna.

Quaranta “fortezze volanti” solcarono il cielo di S. Agata seguendo il corso del fiume Santerno e“spezzonarono” inesorabilmente il nostro territorio: era la prima offensiva, soltanto la prima, per la Liberazione.

Armanda Capucci

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