martedì 21 aprile 2020

Quando l'infodemia diventa contagiosa

Riceviamo e pubblichiamo

E’ la paura l’emozione prevalente che ormai da oltre un mese sta attanagliando la mente delle persone, destabilizzate dal senso di vulnerabilità verso una minaccia virale della portata del Covid-19, meglio conosciuto come Coronavirus, e dalle numerose incertezze economiche a cui nessuna disposizione governativa riesce a offrire rimedio.
Eppure, in questo periodo, si è testimoni di un fenomeno che inevitabilmente rappresenterà per quest’emergenza uno degli elementi che maggiormente ne descriveranno gli effetti sociali e culturali: la massiccia diffusione di informazioni tramite fonti diverse e spesso di dubbia attendibilità, letteralmente denominata “infodemia”, si è resa responsabile, sin dai primi esordi di questa pandemia, di una confusa circolazione di disposizioni, interpretazioni, pareri e conclusioni, spesso contrastanti, che hanno portato a un’inevitabile disomogeneità nei comportamenti della popolazione, alimentando i dubbi anziché fornire risposte e certezze.

Cosa influenza quindi la tendenza nelle persone ad affidarsi a fonti non accertate, prendendo per buone notizie eclatanti, tendenti spesso a suscitare polemiche o a sviluppare un senso di panico nei destinatari?

Quando si parla di comunicazione è noto a tutti che, sia in termini di origine dell’informazione sia con riguardo al mezzo impiegato, la massima legittimità e attendibilità sono riconosciute a enti e figure istituzionali, esattamente come ai professionisti della comunicazione.

Oltre a queste, esiste poi una terza categoria molto ampia in cui vengono a confluire numerosi mittenti di dubbia verificabilità e che tendenzialmente trovano nei social media e social network il terreno più fertile per divulgare i propri contenuti, confidando nell’ingenua condivisione da parte della massa.

Rispetto alle vicine Germania e Francia, gli italiani sembrano registrare in media una maggiore abitudine al ricorso sistematico a fonti diverse da quelle ufficiali: tale inclinazione sembra essere riconducibile prevalentemente al livello di complessità linguistica dei testi ufficiali in rapporto alle capacità della popolazione media a comprenderli.

Il famoso linguista italiano Tullio de Mauro, attraverso uno studio sulla stratificazione del lessico della lingua italiana, ha dimostrato che il 96% della produzione linguistica quotidiana degli italiani è composta da poco meno di 7000 parole, che rappresentano il vocabolario di base della nostra lingua, dotato di un maggior grado di comprensibilità e accessibilità.

Partendo quindi dallo studio di comprensibilità svolto sui primi tre decreti emanati dal Governo dall’8 all’11 marzo, che ha riportato un indice di leggibilità media attorno al 38%, non molto diverso da quello registrabile per gli altri comunicati forniti dalle fonti istituzionali, e posto che la nostra popolazione registra il minor tasso di laureati rispetto alle altre nazioni europee, non è difficile comprendere il motivo (o per lo meno il più rilevante) per cui gli italiani sono propensi a privilegiare canali d’informazione alternativi e non verificati, rendendo sempre più ardua questa battaglia generale contro le fake news e gli effetti dannosi della disinformazione.

Un primo passo per risolvere questo problema potrebbe venire da chi si occupa di veicolare dall’alto le informazioni ufficiali, vagliando metodi comunicativi diversificati in base ai destinatari a cui si rivolgono, con l’obiettivo primario di trasmettere i giusti contenuti e utilizzando il giusto grado di comprensibilità in relazione alle diverse categorie sociali, anche tramite l’ausilio di canali secondari pur dotati di riconoscimento e verificabilità, senza però rinunciare a quella dovuta professionalità che si è soliti aspettarsi da una fonte cosiddetta “ufficiale”.

(Fonte: “I pericoli dell’infodemia. La comunicazione ai tempi del coronavirus” di Nicola Grandi e Alex Piovan – 25 marzo 2020 – laboratorio organizzato nell’ambito dell’insegnamento di Sociolinguistica dei Corsi di laurea in Lettere e Scienze della Comunicazione dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna)

Grazia Massarenti
Vice presidente dell’associazione Per la Buona Politica

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